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GLI ULTIMI GIORNI DELL’IMPERO ROMANO

La caduta dell’Impero Romano, sebbene sia stato un processo lungo decenni e non un evento preciso, rappresenta un enigma che ha affascinato nei secoli storici, artisti, scrittori.

Michel De Jaeghere, direttore del “Figaro Histoire”, traccia un memorabile studio del basso Impero (più o meno da Costantino a Romolo Augustolo, più qualche sconfinamento nei regni romano-barbarici) non solo dal punto di vista storico, ma anche socio-culturale, economico e politico. Nonostante la complessità del tema e il numero di pagine, la lettura scorre fluida e avvincente (a patto di non perdersi nel copioso apparato di note), ovviamente consigliata solo a veri appassionati del genere.

Fa piacere constatare il netto rifiuto da parte dell’autore delle strampalate definizioni di una certa storiografia (in particolare nordeuropea) che considera l’ingresso dei Barbari non un’invasione, ma un’innocua “migrazione di popoli”. In realtà i Barbari attaccarono e distrussero con ferocia ciò che non potevano possedere né comprendere, certamente molto agevolati dall’erosione interna dell’Impero e dei suoi valori, dall’apatia dei suoi abitanti e dalle faide di classe dirigente ed esercito (composto, tra l’altro, di soli Barbari ormai): una civiltà muore sempre per una malattia sua propria, anche se il colpo finale arriva dall’esterno (e in questo l’autore trova molti interessanti parallelismi con la situazione attuale dell’Occidente). Pure il ruolo del Cristianesimo è visto in senso centrifugo, benché inevitabile e per certi versi l’unico continuatore della tradizione imperiale.

Difficile descrivere in poche righe il valore di questo libro, che trovo fondamentale per avere un’immagine esaustiva e dettagliatissima di un periodo storico spesso affrontato superficialmente e per stereotipi.

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ROMA RUFFIANA

Roma ruffiana, quando mi scodelli un tale crepuscolo mentre sorseggio un Negroni, ti perdono tutto. Anche la buca che mi ha giustiziato la gomma della Vespa.

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PASSERÒ PER PIAZZA DI SPAGNA

Perché Roma in primavera è così, uno sfolgorare di luce e colori, fiori e odori, spesso tanto invadente da riuscire a mascherare con una pennellata di retorica felicità anche il male di vivere. L’atmosfera di stamattina mi ha infatti ricordato la struggente “Passerò per piazza di Spagna”, una delle ultime poesie di Cesare Pavese, dedicata all’amore non corrisposto per Constance Dowling, scritta poco prima di togliersi la vita nell’agosto del 1950.

“Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.

I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.

S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane ‒
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.

Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.

Sarai tu ‒ ferma e chiara.”

Cesare Pavese, “Passerò per piazza di Spagna” (da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, 1951)

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21 APRILE 2774

Prestami ascolto, Roma, bellissima regina del mondo interamente tuo, accolta fra le celesti volte stellate.Prestami ascolto, tu madre degli uomini, madre degli dèi: grazie ai tuoi templi non siamo lontani dal cielo.Te cantiamo, e canteremo, sempre, finché lo concedono i fati, nessuno può essere in vita e dimentico di te.

Dedico l’incipit dell’ode “Roma” dal poema di Rutilio Namaziano “De reditu” (415 d.C.) e la locandina francese del film “Roma” di Federico Fellini a te, Città Eterna, nel giorno del tuo 2774° compleanno.

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A PIAZZA DANTE

A piazza Dante, un luogo simbolo della Roma umbertina dal sapore di una Torino inondata di sole, rendo omaggio alla straordinaria camicia dei Fratelli Mocchia di Coggiola che, partendo proprio dal Piemonte, sono diventati fulgidi alfieri della creatività sartoriale italiana.

Foto Jurek Kralkowski

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FINE D’ANNO

“L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la Piazza Barberini, su la Piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorìo confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.”

Gabriele d’Annunzio, “Il piacere” (1889)