Martedì 12 maggio ho presentato il mio libro alla splendida libreria esoterica “Ibis” di Bologna, in compagnia dell’amico dott. Angelo Antonio Fierro, rispondendo alle sue domande e a quelle del pubblico, molto pertinenti e interessanti. La presentazione è stata trasmessa in streaming sul canale YouTube della libreria, di cui allego la registrazione. Grazie a tutti gli intervenuti, alla libreria e ad Angelo e… alla prossima!
IL MONDO OLTRE

“Esiste un mondo al di là del nostro, lontano e vicino al tempo stesso, e invisibile. Ed è qui che vivono Dio, i morti, gli spiriti e i santi, dove ogni cosa è accaduta e tutto è conosciuto. Questo mondo parla e ha un linguaggio tutto suo: io riferisco quello che dice. Il fungo sacro mi prende per mano e mi porta là, in quel mondo dove ogni cosa è conosciuta.”
Dopo anni di ricerche, finalmente è stato pubblicato il mio ultimo libro sulle droghe, che include, aggiorna e amplia notevolmente il mio precedente “Paradisi Artificiali” di quasi dieci anni fa. Può essere considerato un vero e proprio “atlante scientifico-spirituale” che affronta la gran parte delle sostanze stupefacenti oggi note, illustrandone sia la storia, arricchita da numerose citazioni artistiche e letterarie, sia gli effetti, non solo dal punto di vista biochimico ma soprattutto riguardo alla loro azione sulle componenti psichiche e spirituali dell’essere umano. Dietro ogni pianta e sostanza sono infatti attive forze che provocano determinati effetti spirituali nel consumatore: dal carattere di negazione della materia tipico del passato, portato per esempio dall’oppio, a quello spiccatamente materialista del tempo presente, come per la cocaina, fino alla percezione di altri livelli di realtà che potranno essere conosciuti dall’uomo solo in epoche future, ma che sono precocemente aperti dagli psichedelici. In uno stile narrativo sempre brillante e coinvolgente, questo libro rappresenta un appassionante viaggio di scoperta che offre per la prima volta una visione completa del rapporto tra droghe e uomo, inteso come unità di corpo, anima e spirito.
Di seguito proporrò degli estratti del libro, a partire dall’indice.





“Che le droghe si spartiscano le zone e delimitino certi ambiti d’influenza è stato notato spesso. I sogni dei Lotofagi prosperano in Oriente. Lo spirito compie lunghi viaggi, mentre il corpo riposa sul suo giaciglio. Le immagini non sono solo belle e serene; possono anche essere spaventose e atroci. La droga ha il compito di Shahrazàd, che durante la notte ‘rende sopportabili le ore d’insonnia del sultano’. L’Occidente preferisce gli influssi che portano stimoli e favoriscono l’azione. Questa differenza emerge anche quando vengono usate le stesse sostanze.” Ernst Jünger

In questa sezione si affrontano i principi generali che occorre conoscere per affrontare lo studio del soprasensibile.

Per indagare realtà così complesse e dagli effetti così eclatanti sulla psiche come le sostanze stupefacenti, la mera descrizione dei meccanismi d’azione biochimici è terribilmente riduttiva, non riuscendo mai a fornire una spiegazione anche solo parziale dei loro effetti sull’essere umano nella sua interezza. Se poi si vuole ampliare ulteriormente lo sguardo anche verso gli effetti che queste sostanze hanno avuto (e hanno) sulla storia evolutiva dell’umanità, diventa imprescindibile estendere l’indagine al soprasensibile. Per farlo ci accorgiamo presto che le parole non sono sufficienti e dobbiamo rivolgerci a quell’ambito umano dove le parole si trasfigurano, o non servono proprio: l’arte, in tutte le sue espressioni.

In questa sezione saranno trattati l’oppio e i suoi derivati come morfina, eroina, ossicodone, fentanyl.


Qui si parla di cannabis in tutte le sue specie e declinazioni, come marijuana e hashish.



In questa sezione vengono trattate sostanze di sintesi come il gas esilarante, l’etere, il popper, il GHB, i barbiturici e le benzodiazepine.

Capitolo dedicato all’ecstasy e alle sue numerose congeneri come il 2CB.


Anche il cacao ha un effetto psicotropo e merita un capitolo!

Tutto sulla droga del Centro per eccellenza: l’alcol, con un paragrafo dedicato all’assenzio.


Sezione interamente dedicata alla cocaina e all’emergere del “doppio”.


Capitolo dedicato ad amfetamine e metamfetamine, compreso il khat e i suoi derivati di sintesi, nonché psicofarmaci come il Ritalin.


Non poteva mancare una sezione dedicata alle droghe più diffuse al mondo: tè e caffè.



Dopo tè e caffè l’altra droga che ha cambiato la storia del mondo: il tabacco.


Questo capitolo introduce l’amplissima sezione dedicata agli psichedelici e agli allucinogeni in generale, che occupa più di un terzo del libro.

Questo lungo capitolo affronta mescalina, psilocibina e LSD, nonché il meccanismo d’azione generale di tutti gli psichedelici.




Capitolo dedicato ai più potenti psichedelici attualmente conosciuti: DMT e 5-MeO-DMT.


Capitolo sull’ayahuasca, la pianta maestra.


Sezione dedicata alla ketamina e agli altri psichedelici dissociativi come l’iboga e la Salvia divinorum.


Qui si parla delle Solanacee psicoattive (stramonio, giusquiamo, belladonna, mandragora) e dei funghi del genere Amanita, tutte conosciute come “erbe delle streghe”.

Seguono le conclusioni e la bibliografia.

Come agisce una determinata droga sull’organismo, sulla psiche e sull’evoluzione spirituale di un individuo? Qual è il suo effetto sulla vita di un singolo e sul percorso evolutivo dell’umanità intera? Le droghe sono così strettamente intrecciate alla storia dell’uomo da costituirne un elemento fondamentale, benché spesso poco considerate. Conoscere a fondo il ruolo storico e gli effetti sia fisici che spirituali di ognuna, permette invece di affrontarle in maniera consapevole e libera da pregiudizi o condizionamenti. Cannabis, oppio, fentanyl, ecstasy, cocaina, LSD, caffè, tabacco, ayahuasca, alcol, ketamina, sono solo alcune delle sostanze trattate in un testo che si propone come una guida completa verso un tema che ci vede coinvolti quotidianamente.
Vi auguro una buona lettura e soprattutto un buon viaggio!
PIANETI, METALLI E UOMO (8/8): L’ORO E LE FORZE SOLARI

Siamo arrivati all’ultimo articolo della serie dedicata alle relazioni tra pianeti, metalli e uomo, e non poteva essere dedicato ad altro se non al Sole, reggitore del sistema solare, e all’oro, sua incarnazione terrestre e re di tutti i metalli.
L’oro infatti è l’unico metallo che si trova in natura sempre allo stato nativo, dunque mai combinato con altri elementi e mai intaccato dalle forze terrestri. Meno nobile è un metallo, più soggiace alle forze di erosione terrestre, perdendo il lato imponderabile della sua natura: luce, colore, energie raggianti si liberano tramite l’ossidazione o l’unione con altri elementi, e il metallo perde così una parte della sua natura cosmica (sono le stesse forze imponderabili che dobbiamo ridonare al metallo in fonderia per estrarlo dal minerale). L’oro è il metallo che conserva intatta questa sua natura cosmica, e l’elemento cosmico che lo costituisce è quello del Sole. Si potrebbe dunque pensare che l’oro esprima solo l’elemento cosmico di luce, mentre in realtà è portatore anche dell’elemento terrestre del peso e dell’oscurità. Nessun metallo come l’oro oscilla tra la luce e il peso, anche in senso spirituale, e lo dimostra la sua storia.

L’oro si situa preferibilmente in vicinanza della superficie terrestre, infatti in ogni miniera il contenuto d’oro diminuisce all’aumentare della profondità. Ama particolarmente quella sostanza “tutta luce” che è la silice (il quarzo), ma non si combina mai con essa, venendo infatti “ospitato” nei graniti ricchi di silice nella misura di un grammo per tonnellata (in pratica una diluizione omeopatica in D6). Un altro minerale indicatore della presenza dell’oro è la pirite, un solfuro di ferro: dunque l’oro si situa sempre tra luce (quarzo) e peso (pirite), tra il processo di “forma” dei pianeti soprasolari (processo della silice) e il processo di “dissolvimento” tipico dei pianeti sottosolari (processo dello zolfo).

Ciò è evidente anche nelle forme con cui si presenta: forme organiche (felci, capelli, foglie) già viste per i metalli sottosolari come il rame o l’argento, ma anche in cristallizzazioni come tetraedri o ottaedri, tipiche dei metalli soprasolari come il piombo. Anche nel suo manifestarsi come forma, l’oro abbraccia tutte le possibilità. Infatti, secondo gli alchimisti, l’oro era l’unico elemento in grado di esprimere in forma bilanciata i “tria principia”: sal, mercur e sulfur, che si ritrovano nelle sue straordinarie qualità di peso, duttile fluidità e luminosità.

Riguardo alla luminosità, l’oro ama brillare, ama la luce, al punto che cerca di occupare la superficie più estesa possibile e si lascia stendere in fogli il cui spessore può arrivare fino ai 10 micron. Una lamina del genere lascia trasparire una luce verde, mentre una soluzione colloidale d’oro, anche diluitissima (1:100.000.000) tinge l’acqua ancora chiaramente di color porpora (tali soluzioni venivano utilizzate per colorare i vetri delle cattedrali): il giallo dell’oro metallico sta quindi a metà tra il verde e il rosso.
Riguardo alla duttilità, l’oro è la sostanza più duttile e malleabile che conosciamo: oltre alle lamine appena viste, da un grammo d’oro si possono tirare fili di due chilometri di lunghezza. Ciò indica una straordinaria fluidità interna, che giustifica l’ottima conducibilità sia per il calore che per l’elettricità.

Infine, all’altro polo, l’oro è un metallo molto denso, pesante, indistruttibile, che indica l’intensa forza della sua esistenza materiale: è il più pesante di tutti i metalli (densità 19,3 contro 11,3 del piombo). Inoltre è così “nobile” che con estrema fatica si lascia sciogliere e unire ad altri elementi, indice di una grande egoità: bisogna infatti utilizzare un agente ossidante potentissimo, l’acqua regia (miscuglio di acido nitrico e acido muriatico), per portarlo allo stato salino come tricloruro d’oro.

Abbiamo dunque visto la polarità luce-peso dal suo lato sostanziale, ora possiamo innalzarci al livello spirituale: niente come l’oro è stato capace di suscitare nell’uomo sia i sentimenti più elevati di bellezza e magnificenza (luce), sia quelli più bassi di brama, avarizia e cupidigia (peso). Nei tempi più antichi l’oro era al servizio del culto, apparteneva al re-sacerdote che lo amministrava per la divinità solare, come per esempio presso gli Egizi coi faraoni. Da sempre usato per cingere la testa del regnante con una corona pesante, segno di grande responsabilità: tu devi essere il Sole sulla Terra, e cioè prendere decisioni tra spirito e materia (tra luce e peso). Del resto i miti, i misteri e le religioni dell’antichità hanno sempre descritto il Sole come sorgente di luce-saggezza, calore-amore, vita-forza creatrice (Ahura Mazdao per i persiani antichi, Osiride per gli egizi, eccetera).

La vittoria quotidiana del Sole sull’oscurità evoca la vittoria dello spirito immortale sulla natura istintuale. Per esempio Mitra che sconfigge il toro, simbolo della Terra, nel solstizio d’inverno, con il mito del “sol invictus”: la cristianità ha conservato quella festa, dedicandola all’altra divinità solare, il Cristo.

Sia l’oro egizio che l’indiano vengono accumulati nelle mani di un uomo dalla personalità forte e “solare”, Alessandro Magno, ma alla sua morte continua a redistribuirsi per finire nelle mani dei Romani. Da lì continua a fluire verso est, di nuovo al medio-oriente con gli Arabi, poi viene estratto in occidente e portato sempre verso oriente dagli Spagnoli: la conquista del Nuovo Mondo era in realtà una brama insaziabile d’oro che ha sterminato popolazioni e generato guerre. Anche questo è l’oro.

Dall’età moderna in poi inizia a concentrarsi nei forzieri di chi detiene il potere economico mondiale, il Regno Unito e poi gli Stati Uniti: così l’oro va verso ovest, ridotto alla sua mera valenza economica. Attualmente questo metallo così nobile, fatto per diffondersi e mettersi in mostra, stabilendo un ponte tra spirito e materia, è costretto a concentrarsi in pesanti lingotti, immobilizzato nell’oscurità sotterranea di fortezze come Fort Knox.

In questa maniera, l’oro è distolto dalla sua missione: invece di contribuire all’elevazione dello spirito, diventa strumento del potere materiale di un ordine economico meccanico che aspira al dominio del mondo. Anziché splendere nella luce, viene posto nelle forze buie del subterrestre. Anche qui è evidente la sua polarità tra luce (portata all’estremo con l’influsso luciferico, come nell’antichità) e peso (portata all’estremo con l’influsso arimanico del presente). Ciò è specifico solo dell’oro e di nessun’altra sostanza. Rudolf Steiner ci dice che Arimane si collega, si “afferra”, alle vene d’oro della Terra. Se lo richiudiamo nelle profondità della Terra lo leghiamo tutto ad Arimane.

Da questo punto di vista è interessante osservare il processo di estrazione e accumulo dell’oro. Innanzitutto, nonostante l’oro sia distribuito su tutta la superficie terrestre, i giacimenti di gran lunga più importanti si trovano in Africa, il continente in cui l’attività solare arriva al massimo grado di purezza e che si può considerare come il cuore della Terra. Le più grandi e importanti miniere del mondo si trovano in Sudafrica: adesso ormai l’oro non si trova più in pepite, ma in grossi conglomerati di quarzo che vengono estratti a circa 4000 metri di profondità, dal momento che l’oro superficiale è già stato tutto estratto nel corso della storia. È una profondità enorme, con temperature fino a 70°C che necessitano di condizionamento per farle scendere almeno a 40°C, e con condizioni di lavoro pessime per i minatori (inoltre, per estrarre l’oro dal quarzo si usa cianuro di sodio che genera rifiuti altamente tossici). Nonostante la bassa concentrazione di oro e le spese da affrontare, anche in vite umane, le miniere sono attive esclusivamente per la brama d’oro, dalla quale l’uomo non è mai riuscito a liberarsi. Una volta estratto e purificato, l’oro viene ricomposto in barre e portato in Svizzera dove viene tagliato in lingotti da un chilo. E, dopo tutta la fatica per portarlo fuori dalla terra, viene rimesso sottoterra nei caveaux, legandolo appunto alle forze arimaniche.

Anche nella sua storia – che è poi la storia dell’umanità – è evidente la sua natura di sostanza tra luce e peso, e proprio sfruttando queste sue polarità, potremo con le opportune diluizioni utilizzare l’oro a livello terapeutico. In linea generale possiamo dire che le basse diluizioni (D6-D10) agiscono nel senso della corrente dell’incarnazione, della materializzazione; le alte (D20-D30) agiscono nel senso della escarnazione, della spiritualizzazione; le medie (D15) hanno proprietà equilibratrici. Di preferenza quindi si andrà a prescrivere oro in basse diluizioni per quei soggetti giovani il cui processo di incarnazione va rafforzato, le altre ai soggetti meno giovani in cui va incentivato il processo escarnatorio. Per esempio, gli anziani che cedono alle forze di gravità lo fanno più per una debolezza del corpo fisico che per un insufficiente processo incarnatorio. Non bisognerà quindi prescrivere oro in basse diluizioni, ma al contrario in alte, al fine di aiutare l’Io a staccarsi progressivamente da un organismo divenuto troppo materiale. Ciò è particolarmente utile quando più avanti con l’età persiste una predominanza della corrente incarnatoria che dà un invecchiamento precoce, sclerosi, e una tendenza dell’organismo a diventare “troppo fisico”: il sangue diventa ipercoagulabile e appaiono le trombosi. Da ciò si evince che l’oro agisce con particolare efficacia sulla circolazione e sul sistema ritmico in generale, essendo il cuore l’organo solare dell’essere umano.

Le stesse qualità le troveremo nel “tipo solare”, ovvero quell’essere umano che nel processo incarnatorio ha ricevuto le influenze maggiori dal Sole rispetto ad altri pianeti. Presso i Greci, la divinità solare Apollo era il portatore della luce, della verità, della bellezza, dell’ordine morale e dell’armonia che ordinava il caos, era la divinità guaritrice (padre di Esculapio, dio della medicina) che equilibra e armonizza le forze dell’anima (pensare, sentire, volere).

Dunque il “tipo solare” sarà di natura vigorosa, vitale, equilibrata e armoniosa, ben incarnato e poco soggetto a malattie. Il corpo ben proporzionato di taglia media, con membra lunghe e mani affusolate e sensibili, dal portamento disinvolto e l’andatura morbida, il cammino ritmato e i gesti graziosi, pieni di padronanza di sé e di grandezza. Il viso è regolare, ovale, il cranio bombato, la fronte ampia, gli occhi grandi, brillanti e puri. Naso e bocca ben proporzionati, in armonia col mento, che indica un equilibrio tra pensare, sentire e volere, così come l’espressione benevola, seria e calma, nonché il comportamento sereno e nobile. In quanto nature solari, hanno bisogno del sole per vivere bene e si rigenerano presto alla sua luce, mentre soffrono d’inverno. Sono autosufficienti, vivono in pienezza e con grandi forze psichiche. Il loro cuore – organo solare – è ben sviluppato per avere una fine percezione del bene e del male, e guida il loro pensare, sentire e volere. Il loro senso della verità è incorruttibile e il comportamento pieno di sicurezza: come il Sole spargono luce, umanità e armonia. Si sentono ricchi interiormente e hanno voglia di donare e non di ricevere. Apprezzano soprattutto l’onestà, l’umanità, la generosità e la bontà, non sopportando la freddezza, i principi rigidi, le violazioni alla dignità umana. I loro conflitti consistono in una sicurezza di sé talvolta eccessiva e in assunzioni entusiaste di gravosi impegni che spesso consumano loro tutte le forze vitali.

Infatti l’eccesso di forze solari nei cosiddetti “ubriachi di sole” può essere comparato a un eccesso di luce e calore solari. Il soggetto è in qualche modo “ubriaco di vita”, il mondo gli appartiene. Il suo senso della verità si trasforma in un’idealizzazione senza discernimento, in un’illusione permanente. Il cuore è pieno di una gioia di vivere strabordante, un’esagerata consapevolezza di sé, una confidenza cieca e beata. Si allarga nell’ambiente e sottostima i propri difetti e le difficoltà esterne. La volontà segue senza freni la natura di fuoco e sperpera senza discernimento le proprie forze, capacità e beni materiali: ogni traguardo sembra raggiungibile. L’ubriaco di sole è ben rappresentato dal mito di Icaro. All’inizio tale sovraccarico porta a un aumento di attività intellettuale, di energia e intraprendenza: tutte le funzioni sono accelerate, centrifughe, l’eccitazione e la fretta aumentano sempre di più, sembra che niente possa stargli dietro. Così la coscienza si offusca, tutto è sommerso dalle emozioni, dall’ipertrofia del sentimento dell’Io, fino a manifestazioni non controllate della volontà, come violente esplosioni di collera, follia furiosa e mania. In questi casi si somministra oro in basse diluizioni (Aurum D4-D10) che enfatizza le “qualità peso” dell’oro e attenua così i processi eccessivi di calore che provocano iperattività, agitazione, eccitazione e collera, idealizzazione senza basi, perdita del legame col terrestre, fuga dal mondo, mania e follia furiosa.

All’altro polo troviamo i “senza sole”, ovvero quegli individui nei quali forze solari insufficienti evocano una mancanza di luce e calore solari. Il soggetto ha poca luce interiore, è come gelato, catturato da una tendenza centripeta egocentrica. Il suo pensiero, cieco a qualunque ideale, è senza la capacità di spiccare il volo e incatenato alla materia, incapace di elevarsi al mondo delle idee e di entusiasmarsi per gli alti ideali, che lo lasciano freddo. Il “senza sole” è incapace di scaldarsi e di amare la vita. La mancanza di una sana consapevolezza di sé e del gusto della vita, la mancanza di fiducia in sé, la malinconia, l’autocritica, le autoaccuse senza fondamento e le angosce, gli tolgono ogni sicurezza e lo spingono alla disperazione. Il polo del calore è debole, l’energia e la forza di volontà sono minime: il soggetto non osa impegnarsi a fondo e non si sente capace di affrontare i compiti che l’attendono. L’orizzonte interiore si scurisce progressivamente, la parte luminosa della vita e degli ideali sparisce. In questi casi si somministra oro in alte diluizioni (Aurum D20-30) che illumina la coscienza, dona all’essere un impulso verso l’alto, rinforzando i legami con la sfera solare che lo liberano dal legame malsano con la materia e sollevano il pensiero. È perciò indicato nel caso di fobie, paura di vivere, mancanza di fiducia in sé, nevrosi ossessive con autoaccusa, umore depressivo fino al rischio di suicidio.

Vorrei chiudere questo articolo, e tutta la serie sui metalli, con una meditazione sull’oro che ci ha lasciato Rudolf Steiner, e che evidenzia l’importanza dell’equilibrio tra luce e peso:
Guarda nella tua anima forza di luce / senti nel tuo corpo potenza del peso. / Nella forza di luce irraggia l’Io spirito / nella potenza del peso domina lo spirito divino. / Ma non deve la forza di luce afferrare la potenza del peso / né deve la potenza del peso invadere la forza di luce. / Se la forza di luce afferra la potenza del peso / e la potenza del peso penetra nella forza di luce / si congiungono in cosmica follia anima e corpo in rovina.
IL SOLE A OCCIDENTE IN ALBANIA

A due anni di distanza dalla pubblicazione del mio primo libro in albanese, il 13 novembre 2025 torno alla Fiera del Libro di Tirana per presentare “Dielli në perëndim”, ovvero “Il Sole a Occidente” tradotto in albanese dalla bravissima ed entusiasta Silvi Hysni Aruçi, sempre per l’editore Botimet Jozef. Ormai mi sento di casa in Albania, e sono sempre grato per la straordinaria accoglienza e ospitalità a me riservata. Dopo la presentazione al Salone dei Congressi e le foto e dediche di rito, ho avuto ancora una volta l’occasione di gustare la cucina albanese e i loro ottimi vini, una scoperta continua. A questo punto non posso che dire “arrivederci” ai miei lettori albanesi!







PIANETI, METALLI E UOMO (7/8): IL RAME E LE FORZE DI VENERE

Dalla forza aggressiva del ferro, portatore degli impulsi di Marte, ora cambiamo decisamente atmosfera e ci lasciamo abbracciare dalla grazia di Venere e dalla bellezza della sua incarnazione terrestre, il metallo rame, polare al ferro in tutti gli aspetti (ma proprio per questo tra i due vige l’attrazione degli opposti, come vedremo). Polare innanzitutto nell’aspetto fisico: come il suo compagno argento, anch’esso metallo sottosolare, il rame nativo si presenta in quelle che vengono chiamate “forme organiche” come felci, capelli, foglie, a indicare la sua affinità con le forze del vivente più che con quelle della forma, veicolate invece dai metalli soprasolari (ferro, piombo, stagno) che si presentano in forme compatte.

Volentieri ci si accosta a un manufatto di rame, che sempre comunica calore e simpatia, assente invece in un arnese di ferro che spinge piuttosto all’azione diretta verso il mondo esterno. Come già illustrato nello scorso articolo, se il rame è stato il metallo che ha caratterizzato le antiche epoche di cultura fino a tutta la terza, nel corso della quarta (“periodo greco-romano”) il ferro ha imposto la sua supremazia con i marziali Romani, proprio a partire dalle armi. Va detto che il rame fino a quel periodo costituiva il metallo principale di lance, spade e corazze – presso gli antichi Greci, per esempio – sempre in lega con lo stagno, metallo in grado di donare quelle forze di forma che mancano al cedevole rame, a formare il duro bronzo che tuttavia non ha potuto reggere il confronto con le straordinarie proprietà del ferro in questo campo. Così il rame si è ritirato in ambiti a lui più congeniali, come quello artistico (metallo per fonditori, incisori, scultori, e per gli strumenti musicali), casalingo (utensili e stoviglie in rame) o decorativo, qui spesso in lega con lo zinco a formare il lucente ottone.

Tuttavia l’era della tecnica, inaugurata nell’attuale epoca di cultura proprio dal ferro e dalle sue leghe d’acciaio con il carbonio, ha strappato il rame dal suo mondo di arte e bellezza per precipitarlo nelle forze di subnatura quale metallo di elezione per condurre l’elettricità, proprio accanto al suo turbolento compagno ferro, vettore del magnetismo. Se, come vedremo, il rame ci parla del mondo astrale e ha nel rene il suo centro di forza nell’organismo umano, mostrando affinità per l’etere di luce, non è difficile riscontrare nell’elettricità proprio la controimmagine submateriale dell’etere di luce stesso, come corruzione del mondo astrale.

D’altra parte la relazione tra rame e ferro è antichissima e risale ai primordi della formazione della crosta terrestre, quando il rame è sceso con lo zolfo nelle profondità basiche della Terra e qui si è unito anche al ferro a formare il suo minerale più importante, la calcopirite (solfuro di rame e ferro). Gli antichi, che esprimevano queste conoscenze per immagini, non a caso fanno di Venere la sposa del dio degli inferi Vulcano, rappresentante delle forze sulfuree, che un giorno scopre la moglie a letto con l’amante Marte: così nella mitologia è rappresentato il ménage-à-trois della calcopirite.

Questo minerale, salendo verso la superficie terrestre, incontra dapprima l’ossigeno a formare la cuprite e poi si combina volentieri con l’acqua a formare la malachite, un carbonato basico di rame, tappa finale del rame sotto le attuali condizioni terrestri (la patina verdastra che si forma sulle stoviglie di rame è, appunto, malachite).

Per questa sua straordinaria capacità di legarsi facilmente e rapidamente all’acqua e a tutti gli elementi, gli alchimisti medievali soprannominarono il rame “meretrix metallorum” (meretrice dei metalli), appellativo forse non lusinghiero ma che ben esprime il comportamento del rame nella sua vivacissima chimica che sfugge a ogni regola, formando sali complessi di difficile identificazione e soprattutto generando i minerali più variamente e intensamente colorati presenti in natura: il rame reagisce sempre, è sempre aperto, mostra di poter sempre “accogliere”, modificandosi in base alle condizioni altrui. La sua imprevedibilità di azione non solo nel campo della chimica, ma anche nella sfera del vivente con le sue innumerevoli trasformazioni, ci riporta al carattere di Venere. In effetti per descrivere questo metallo e le caratteristiche venusiane che presenta, è naturale rivolgersi all’arte e alla bellezza, piuttosto che ad aridi trattati di chimica e stechiometria.

La “Nascita di Venere” del Botticelli ci parla del rame e di tutto ciò che è collegato all’impulso di Venere, raffigurando il sorgere dell’anima umana nell’astralità-aria (rappresentata dai fiori e dal vento) dall’elemento liquido-eterico. Venere nasce sull’isola di Cipro, in latino Cuprum che corrisponde anche al nome latino del rame (simbolo chimico “Cu”), ha i capelli color rame come tutti i personaggi femminili del dipinto, l’aria astrale le soffia sui reni, organi di Venere, e in basso a sinistra è raffigurato l’equiseto, pianta utilizzata fin dai tempi più antichi per le patologie renali. Anche la conchiglia ha una simbologia precisa: poiché Venere non è affatto, come spesso si crede, il simbolo delle funzioni lunari di riproduzione e rigenerazione (come visto nell’articolo sull’argento), ma quello dei processi di assimilazione, ricettività, accoglienza e interiorizzazione, la conchiglia rappresenta proprio queste qualità avvolgenti e protettive per il mollusco che vi risiede.

Ma non solo. Per i molluschi, i crostacei e altri animali acquatici inferiori, il rame è il metallo respiratorio proprio come lo è il ferro per gli animali terrestri. Se infatti la molecola “respiratoria” della porfirina è pressoché uguale in tutti gli animali, a variare è proprio il metallo deputato a cambiare valenza a contatto con l’ossigeno dell’aria. Come visto nello scorso articolo, negli animali terrestri la porfirina presenta al centro un atomo di ferro (che passa da valenza +2 a +3 a contatto con l’ossigeno) a formare l’emoglobina, mentre nei molluschi marini questa posizione è occupata dal rame (che passa da valenza +1 a +2) a formare l’emocianina. Ecco che ancora una volta questo metallo ci si presenta come colui che mette in contatto l’acqua (l’animale marino) con l’aria (l’ossigeno), ed è innanzitutto in questa capacità di collegare l’eterico con l’astrale che sono da ricercare le sue qualità terapeutiche. In secondo luogo bisogna osservare le caratteristiche di questi animali acquatici dove predominano il metabolismo e le funzioni di assimilazione: da invertebrati, mantengono la molle proteina vivente al loro interno e secernono, come scheletro esterno, tutto ciò che indurisce e dà forma (per esempio il calcare secreto dall’ostrica); dotati di scarsa coscienza e privi di calore proprio, dedicano le loro forze all’anabolismo proteico e, in definitiva, all’organizzazione del ricambio.

In medicina antroposofica, infatti, si utilizza il rame per i processi della zona inferiore dell’organismo, ovvero tutto ciò che si compie sotto il diaframma o comunque nel sistema metabolico-motorio e nervoso vegetativo: l’assimilazione (utilizzato per i disturbi di nutrizione sotto forma di Cuprum Sulfuricum); il calore (ha azione riscaldante soprattutto per le estremità, come unguento di rame metallico); l’elaborazione della linfa e del sangue venoso (in particolare per le stasi venose come emorroidi e varici) dove “aiuta” il ferro che si occupa della circolazione arteriosa; e infine, come immaginabile, per tutte le patologie che attengono al rene: insufficienza renale, nefrite, disturbi psichici renali come la schizofrenia, dovuti principalmente a un’esagerata emancipazione del corpo astrale. Il rame presenta inoltre una marcata azione spasmolitica in generale, dagli spasmi arteriosi ai crampi addominali. In questi ultimi la sua azione è ulteriormente esaltata dall’unione con la melissa e la camomilla, piante appartenenti al processo di Venere, dalle quali si ottengono i rispettivi rimedi a base di rame vegetabilizzato.

Per concludere, come sempre, diamo uno sguardo al “tipo Venere” (o “tipo rame”) ovvero quell’individuo che nel processo di incarnazione ha interiorizzato maggiormente le forze di Venere rispetto a quelle degli altri pianeti. Di aspetto grazioso e femminile, ha capelli folti, occhi grandi e brillanti, bocca sensuale e sorridente, gesti morbidi e affettuosi, voce dolce e spesso adulatrice, e comportamento accondiscendente. Se nelle donne vengono esaltati tutti gli attributi tipici femminili, nell’uomo ciò si traduce in un’estrema delicatezza di tratti e di corporatura. I “venusiani” sono individui che nella vita si dedicano con calore a tutto ciò che è arte e bellezza, sia per sé stessi che per il mondo, persone in grado di sviluppare autentici sentimenti religiosi e di amore, che spesso tendono rispettivamente verso il fanatismo e il sentimentalismo. Infatti negli individui nei quali l’influsso di Venere è troppo forte osserviamo un peso esagerato dei sentimenti che porta a sproporzionati sfoghi emotivi.

Ciò avviene perché nel “posseduto da Venere” un mondo ideale annebbia la realtà riempiendola di moti “astrali” passionali, desideri, incubi, innamoramenti, illusioni, fantasticherie positive e negative con eccessive reazioni, da cui questi individui sono completamente dominati: la sete di esperienze è insaziabile, si comportano in modo provocatorio, seducono e vengono sedotti (da sottolineare che Venere stimola l’istinto sessuale passando dal sistema renale e non da quello riproduttivo, come avviene per la Luna). Al contrario, gli individui dove l’influsso di Venere è troppo debole sono persone tiepide e spente che non risuonano con l’ambiente e con gli altri esseri umani, che non potranno mai sperimentare appieno il calore dell’entusiasmo e la pienezza della gioia, né le calde passioni di amore e di amicizia che illuminano di bellezza il cammino della vita.
PIANETI, METALLI E UOMO (6/8): IL FERRO E LE FORZE MARZIALI

Il ferro è di gran lunga il metallo più diffuso sulla crosta terrestre e rappresenta il quarto elemento più abbondante in assoluto, dopo ossigeno, silicio e alluminio. È curioso pensare che un elemento così comune non esista in forma nativa sulla Terra ma sia esclusivamente di origine stellare, cadendo in maniera costante sotto forma di polvere cosmica nella misura di circa 16000 tonnellate all’anno. Come tutti i metalli presi in considerazione negli scorsi articoli, anche il ferro ha zone preferenziali di accumulo sulla Terra (ovvero, giova ricordarlo, aree della Terra sottoposte a un maggiore irraggiamento da parte del corrispondente pianeta, Marte in questo caso) che corrispondono a una “cintura” localizzata nelle aree temperate dell’emisfero settentrionale: Cina del Nord, Russia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Nord-America, aree inoltre ricche di giacimenti di carbone, l’elemento carbonio per il quale il ferro mostra una particolare affinità (con esso forma tutte le leghe d’acciaio). Questi giacimenti si trovano vicini proprio a quelle popolazioni che se ne sono servite per inaugurare l’età della tecnica, ma anche, più indietro, a popoli come i Romani che hanno compiuto la completa incarnazione dell’uomo nel terrestre e hanno iniziato a servirsi del ferro anziché del bronzo – e quindi del rame, suo metallo polare – come i Greci.

Da ciò iniziamo a conoscere le caratteristiche principali di questo metallo e la sua relazione privilegiata con l’Io umano: il ferro è il metallo dell’incarnazione, presente fisicamente nel sangue che così assume in sé la legge del minerale terrestre permettendo all’Io di svegliarsi nella sua coscienza e di inserirsi pieno di forza nel mondo. Ogni essere vivente ha la necessità di respirare – il respiro è la vita – e utilizza delle particolari molecole chiamate “porfirine”, tutte più o meno simili nella struttura, ma differenti per il metallo che inglobano come agente scambiatore di ossigeno: se nelle piante è il magnesio, negli organismi acquatici inferiori è il rame (come vedremo meglio nel prossimo articolo), mentre il ferro appare per gli organismi superiori. Il ferro è dunque il metallo della coscienza, che da una parte giunge dal cosmo ma dall’altra è fortemente legato ai processi terrestri, in particolare al magnetismo, e la sua quantità nell’emoglobina del sangue (sideremia) come metallo della respirazione indica proprio una maggiore o minore possibilità d’incarnazione dell’Io (generalmente più alta nei maschi, maggiormente incarnati, che nelle femmine, non totalmente incarnate ma proprio per questo più “aperte” al cosmo).

È noto che in persone anemiche si ha un’attenuazione della coscienza, una mancanza di attività o volontà che può arrivare fino allo svenimento, indice di un’organizzazione dell’Io che non riesce a operare in profondità nel corpo fisico. Per esempio, in medicina antroposofica si somministra Ferrum Sidereum in opportuna diluizione per contrastare le malattie febbrili, “richiamando” proprio l’Io a ritrovare il suo percorso attivo nel corpo fisico, il cui smarrimento aveva permesso l’instaurarsi della malattia.

L’irradiazione delle forze incarnative e di coscienza del ferro avviene dall’alto verso il basso attraverso la laringe, organo marziale, opponendosi alla tendenza anabolica, propria dello zolfo, che proviene dalla parte inferiore dell’organismo. Ovviamente, quanto più occorre forza anabolica, tanto più bassa sarà la sideremia, come per esempio avviene nel neonato che non ha bisogno di forze di coscienza bensì di costruzione proteica. Va da sé che nei casi in cui i processi anabolici dal basso vadano a “strabordare” verso il polo superiore (il cui confine è proprio la laringe) con patologie come laringiti o bronchiti, bisognerà somministrare del ferro, in questo caso orientato a contrastare proprio i processi sulfurei: farmaco d’elezione è infatti la pirite, un solfuro ferroso. Questo è uno dei più comuni minerali del ferro, e ben rappresenta la capacità del ferro di dominare i processi proteici dello zolfo, “fissandoli” nella materialità inorganica.

Se la pirite racconta del rapporto del ferro con l’elemento fuoco, altri minerali dimostrano la straordinaria reattività che ha il ferro per gli altri elementi (per approfondimenti rimando al libro di Wilhelm Pelikan “Sette metalli”): con l’aria, ossia l’ossigeno, nella magnetite, la crisolite e la rossa ematite dal potere cauterizzante; con l’acqua nei minerali come la limonite, formati dalla disgregazione della pirite ad opera degli agenti atmosferici; con la terra, dunque con i composti del carbonio, in minerali come la siderite e negli innumerevoli acciai creati dall’uomo, il cui capostipite è la ghisa. Fin dai suoi primi utilizzi, infatti, il ferro ha sempre richiesto l’intervento attivo dell’Io umano per la sua estrazione e lavorazione, ricambiandolo con strumenti carichi di forza e di capacità di operare nel profondo dell’ambito terrestre. Se in epoca greco-romana venne utilizzato prevalentemente in campo bellico (opponendosi al rame, come vedremo, confinato nell’ambito artistico o domestico), nella successiva epoca dell’anima cosciente il ferro è stato (ed è) lo strumento principale per la meccanizzazione e la tecnologia, indirizzando la sua forza offensiva verso la modifica, e spesso la distruzione, della natura e della vita umana. D’altronde questo è l’impulso del pianeta Marte di cui rappresenta l’incarnazione terrestre, nonché delle divinità da sempre ad esso associate, come Ares per i Greci e il dio Marte per i Romani: dio della guerra, focoso guerriero nella schiera dell’Olimpo, sempre con armatura, scudo e lancia di ferro, fermo e senza paura, coraggioso fino alla temerarietà, spesso irascibile e attaccabrighe, capace in un attimo di scatenare un’ira furiosa e cieca (ovvio pensare all’eroe marziale per eccellenza, Achille, che esprime tutte le caratteristiche del tipo “ferro” che vedremo tra poco).

Come già accennato, nell’antichità i Romani furono il primo popolo a esprimere compiutamente l’impulso di Marte-ferro che non va ricercato solo nella loro natura bellicosa, nel coraggio e nella superiorità militare, ma soprattutto nell’insieme della loro vita sociale e civile, dove per la prima volta apparve l’individuo ben netto e differenziato dagli altri, dunque pienamente incarnato. Ciò è riscontrabile nel diritto civile dove è riconosciuta la persona – l’Io sono – e la tutela della proprietà privata, nell’incomparabile arte oratoria che utilizzava proprio la laringe come arma, ma anche nell’iconografia e nella statuaria: se fino ai Greci le fattezze di un busto si rifacevano più alla funzione del soggetto che non alle sue reali sembianze (il faraone, il filosofo, il generale), dalla Roma tardo-repubblicana in poi veniva realmente ritratto il soggetto: Silla ha le sue fattezze ed è diverso da Cesare che è diverso da Augusto, chiaro segnale che l’uomo viene riconosciuto come individualità unica e separata dagli altri, eliminando ogni residuo di anima di gruppo. Del resto anche il saluto romano non è altro che una “i” euritmica a rappresentare il percorso incarnatorio dell’Io nella verticale.

Quando però queste forze incarnatorie si spingono troppo dentro al corpo, l’individualità degenera verso il basso egoismo e la collera. Questo processo è ben rappresentato dalla funzione della cistifellea, altro organo umano sottoposto alle forze di Marte-ferro: lì avviene la secrezione della bile, sostanza derivata dal sangue come forza di calore distruttivo che servirà al catabolismo dei grassi. Disfunzioni in eccesso in questa sede portano a una sovrabbondanza di processi marziali catabolici che si riflettono in iperattività e accessi di collera (anche nel linguaggio ci si riferisce proprio alla bile: verde di rabbia, travaso di bile, sangue amaro), mentre disfunzioni in difetto portano a una carenza di calore e dunque di volontà, fino alla mancanza del coraggio di vivere. In entrambi i casi si somministrano rimedi a base di ferro con lo scopo di riequilibrare queste funzioni marziali, come per esempio il metallo vegetabilizzato Chelidonium ferro cultum che utilizza la celidonia, pianta affine al processo marziale, per veicolare le forze del ferro da essa stessa dinamizzato.

Per concludere, come sempre, diamo uno sguardo al “tipo marziale”, ovvero quell’individuo nel cui processo incarnatorio sono state predominanti le forze di Marte. Da tutto ciò che abbiamo esposto finora, non sarà difficile individuare le sue caratteristiche, per molti versi affini al temperamento collerico. Di aspetto robusto, compatto, ben piantato a terra (il ferro appunto è il metallo dell’incarnazione), lo sguardo vivo, imperioso e sicuro di sé, dall’intelletto penetrante e la volontà potente che lo rende capace di imporsi sugli altri spesso senza tenere conto delle esigenze altrui, e dai sentimenti sempre ben chiusi in una corazza. Tuttavia, nel tipo marziale maturo e in equilibrio, si notano grandi e cavallereschi sentimenti in un individuo sempre leale, deciso e coraggioso, fedele alla parola data e sul quale si può sempre contare. Guidato sempre da un intelletto oggettivo e pratico, giudica con pertinenza gli eventi, poi passa all’azione in maniera pulita ed efficace, trovando sempre la maniera e la parola giusta: “Veni Vidi Vici”, espressione di Giulio Cesare che riassume efficacemente le caratteristiche del tipo marziale, peraltro da lui ben incarnato (altri celebri “marziali” sono per esempio Napoleone e Mussolini). Ovvio che in un tipo che ha sempre bisogno di azione, di lotta e di competizione – anche con se stesso – questo luminoso equilibrio sia sempre in bilico, col rischio di cadere in un eccesso di disposizioni marziali che configurano un “posseduto da Marte” eccessivo nella volontà, temerario, battagliero, violento, dittatore, guidato non più da un pensiero logico ma istintivo che può portarlo fino alla furia distruttiva qualora non riesca a mettere il resto del mondo ai suoi comandi. Per contro, gli individui che non hanno sufficienti disposizioni marziali possono essere paragonati agli anemici: privi di dinamismo, non si coinvolgono mai rifuggendo qualunque compito e responsabilità, non hanno energie né spirito d’iniziativa, risultando sempre deboli e perdenti.
PIANETI, METALLI E UOMO (5/8): IL MERCURIO E LE FORZE MERCURIALI

Metallo decisamente singolare il mercurio, che si distingue da tutti gli altri grazie a proprietà uniche e imprevedibili, sempre collegate alla sua straordinaria mobilità (il suo pianeta, Mercurio, è di gran lunga il più rapido a effettuare la rivoluzione intorno al sole) e alla sua capacità di “mettere in comunicazione”. Non a caso gli alchimisti indicarono con “Mercur” uno dei tre processi fondamentali della sostanza, ponendolo in equilibrio tra l’indurimento del “Sal” in basso (che rappresenta l’elemento Terra) e la combustione del “Sulphur” in alto (elemento Fuoco). Tale stato racchiude quindi sia l’elemento Acqua che l’elemento Aria, posti in un equilibrio dinamico e sempre cangiante tra condensazione e volatilizzazione.

Lo stesso metallo mercurio presenta appunto queste proprietà: benché denso il doppio del ferro e quattordici volte più pesante dell’acqua (dopo l’oro è il più pesante dei sette metalli), si presenta liquido a temperatura ambiente poiché ha punto di fusione a – 39°C e per giunta tenta sempre di evaporare, di passare allo stato aereo, dato il suo punto di ebollizione molto basso in relazione al peso. L’irrequietezza del mercurio lo fa immediatamente dilatare o restringersi in base a minime variazioni di temperatura o pressione, fenomeno che ha permesso la realizzazione di termometri e barometri a mercurio. Per questa sua irrequietezza e per il colore argentato lucente, nell’antichità era chiamato “argento vivo” (espressione tuttora utilizzata per indicare un individuo irrequieto – in particolare bambini nel loro secondo settennio, il settennio mercuriale appunto) o “argento liquido”, hydrargyrum presso i latini (da cui il simbolo chimico “Hg”) derivante dal ὑδράργυρος dei greci: hydro (acqua) e àrgyros (argento).

Chi non ha mai giocato, ignorando la sua potenziale tossicità, con le “palline” di mercurio liberatesi da un termometro appena rotto? Rapidamente si riusciva a farle riunire in una goccia più grande che presto diventava una goccia unica, ma altrettanto rapidamente si poteva tornare a farla rompere in mille gocce che correvano in tutte le direzioni. Ed è proprio la goccia la forma archetipica del mercurio, che corrisponde a quella della cellula e, in definitiva, della vita (la goccia d’acqua). In ciò risiede una prima differenza con lo stagno, suo metallo polare, visto nello scorso articolo: mentre il mercurio va verso l’elemento goccia, lo stagno tende alla struttura gel o addirittura verso la configurazione cristallina.
Nel mondo del mercurio esiste sempre la possibilità di stringere legami, anche improbabili, ma mai rigidi, per cui ha sempre la possibilità di portare di nuovo a sciogliersi qualcosa che si è irrigidito, in opposizione ancora una volta allo stagno che, al contrario, porta la forma nell’elemento liquido. Il mercurio rappresenta nel mondo minerale ciò che l’acqua è per il mondo terrestre, sciogliendo tutti i metalli (tranne il ferro) così come fa l’acqua con i sali, a formare i caratteristici “amalgami” che non sono veri e propri legami chimici (il più noto è quello con l’argento per le otturazioni dentali o quello con l’oro, utilizzato in passato per estrarre facilmente questo metallo) o curiose associazioni chimiche come il “fulminato di mercurio” nel quale unisce carbonio, azoto e ossigeno in un composto instabile colmo di tensione e capace di esplodere al minimo urto, utilizzato appunto per l’accensione dei proiettili.

Proprio grazie alla sua “smania” di liberarsi facilmente dai legami che lui stesso ha creato, il mercurio è sempre riuscito a farsi estrarre dai suoi minerali senza particolare fatica: fin dall’antichità è noto il suo metodo di estrazione per semplice riscaldamento o per aggiunta di aceto in un mortaio a partire dal cinabro. Questo solfuro di un bel colore rosso acceso rappresenta il principale minerale del mercurio, abbondante in Europa. In effetti il mercurio è l’unico dei sette metalli che dovremmo chiamare propriamente “europeo”, trovandosi i suoi giacimenti principali in Spagna, Italia (Monte Amiata), Slovenia e Russia meridionale. Occupa quindi una posizione “centrale” non solo tra Est e Ovest, ma anche tra Nord e Sud.

Tuttavia negli ultimi decenni gran parte delle miniere europee non sono più attive perché antieconomiche, o in alcuni casi esaurite, e il primo estrattore mondiale è rappresentato oggi dalla Cina con circa 3600 tonnellate l’anno, seguita da Tagikistan e Kirghizistan. Rimane il fatto che, come esposto nell’articolo di apertura di questa serie, l’irraggiamento del pianeta Mercurio raggiunge i suoi livelli più elevati nella “mercuriale” Europa, posta come una cerniera tra Oriente e Occidente, poli tra i quali è storicamente chiamata a creare un “amalgama”, non solo sul piano geopolitico (come per esempio dimostrano i tragici eventi dei nostri giorni), ma anche filosofico e spirituale. Nella storia nessuna popolazione ha mai mostrato una “mercurialità” paragonabile a quella degli europei che per vocazione, commercio, sete di conoscenza, spirito d’avventura o di conquista hanno da sempre messo in comunicazione i quattro angoli del globo, anche popolazioni e culture che mai sarebbero entrate in contatto tra loro.

Non stupisce quindi che il dio Mercurio presso i Romani era il giovane agile e scattante messaggero degli dei con le ali ai piedi e sul copricapo, che manteneva il collegamento tra di essi e tra Cielo e Terra, tra le divinità e gli uomini e tra gli uomini stessi, dio dell’intelletto logico, dei viaggi e del commercio (e dei ladri!), promotore del rapporto tra uomo e uomo anche di culture distanti non solo geograficamente, protettore degli affari – leciti e illeciti – e del guadagno. Fin dalla fondazione di Roma gli fu dedicato un tempio al Circo Massimo e fu istituito il Collegium Mercurialium dei mercanti, chiamati appunto mercuriales, e fu raffigurato su alcune monete (non è forse il denaro un elemento mercuriale?). La sua iconografia deriva direttamente dall’Ermes greco, così come i suoi attributi di giovane dio mobile e astuto, ma presso i Greci svolgeva anche l’importante funzione di psicopompo, ovvero l’accompagnatore delle anime dei defunti verso l’Ade. Risulta ancora una volta evidente la vocazione del mercurio a mettere in collegamento mondi anche distanti tra loro, con la funzione di intermediario posto al confine.

Per questo in medicina antroposofica gli organi e gli apparati soggetti ai processi mercuriali sono proprio quelli posti ai confini tra natura esterna e natura interna: il polmone e l’intestino. Sopra il diaframma, nel polmone, il processo mercuriale si manifesta come elemento aria, sotto il diaframma, nell’intestino, si manifesta come elemento acqua, ricollegandoci al processo alchemico “Mercur” citato in apertura.
Nel processo digestivo la massa degli alimenti (natura esterna), elaborata dalle secrezioni, viene immessa nel circolo dell’organismo (natura interna), compiendo il legame tra natura esterna e natura umana. Dunque la digestione non è altro che l’amalgamarsi di due forze che porta ai processi costruttivi dell’organismo e per questo nell’intero distretto digestivo abbiamo un ambito di azione del mercurio come rimedio: dalle difficoltà di nutrizione alle malattie infettive intestinali, come l’enterite dei bambini.
Anche nel processo respiratorio abbiamo l’incontro tra la natura esterna e quella interna. Il polmone ha appunto una struttura mercuriale, composta da un’enorme serie di cavità sferiche che producono un’unica superficie di respirazione. Da organo mercuriale, il polmone mette in relazione dall’alto il ferro (laringe, tiroide) nell’inspirazione col rame in basso (rene) nell’espirazione. Quando però una parte del polmone viene sottratta al dominio dell’organismo, in esso si “separano” i processi catarrali e infiammatori purulenti sui quali ha effetto il mercurio, soprattutto se unito allo zolfo nel minerale cinabro, che ha particolare affinità per il distretto dove circolazione e respiro confinano reciprocamente. In alte diluizioni sarà indirizzato verso le vie aeree superiori, in casi come tonsilliti acute e croniche, in diluizioni medio-basse è invece indicato per le bronchiti.
Un altro ambito di azione dei rimedi a base di mercurio sono gli organi ghiandolari, con la loro forma a goccia come immagine stessa dei processi mercuriali, e altri tessuti di “confine” come le mucose.
Per riassumere efficacemente le azioni terapeutiche del mercurio possiamo citare Steiner: “Si può utilizzare terapeuticamente il mercurio ovunque si formino nell’organismo processi che si separano e che devono essere riportati nel dominio dell’intero organismo.” (Steiner, Wegman “Elementi fondamentali per un ampliamento dell’arte medica” O.O.27).

Concludiamo con un rapido sguardo al “tipo mercuriale”, ovvero quell’individuo che nel processo di incarnazione ha subito prevalentemente l’influsso del pianeta Mercurio. Fisicamente si accorda col temperamento sanguinico e si presenta con le sembianze di Ermes: snello, flessuoso, agile, di aspetto giovanile, quando cammina sembra quasi non toccare terra (le ali ai piedi), dallo sguardo attento e irrequieto sulle persone e il mondo circostante per il quale nutre un vivo interesse. Intraprendente, intelligente, vivace, astuto, spiritoso e ironico, abile, versatile, adattabile, ottimo mediatore e attore brillante, spesso egocentrico, coglie al volo i concetti e i sentimenti altrui potendo influenzarli immediatamente a proprio vantaggio. Bisognoso di libertà e di continue novità che abbandona presto per le più nuove, anche nei rapporti sentimentali, il tipo mercuriale ha bisogno di intessere continuamente nuove relazioni e di intraprendere viaggi verso terre nuove (come non pensare a Ulisse, il mercuriale per eccellenza tra gli eroi omerici!). Grazie a tali qualità, trova realizzazione in mestieri come medico, insegnante, commerciante, e nel campo diplomatico.

Se Steiner definisce l’esistenza mercuriale “uno svolazzare su sentimenti e concetti”, non ci è difficile comprendere le caratteristiche di un individuo che subisce eccessivamente l’influenza di Mercurio: ingannatore, imbroglione, bugiardo, intraprende troppe cose senza portarle a termine, precipitoso, superficiale nell’acquisire nuove conoscenze così come nel gestire relazioni umane, portato a diffondere notizie sensazionali spesso non vere, capace di arrivare fino allo spionaggio e al tradimento.

Per contro, un individuo che non riceve alcun influsso mercuriale non mostrerà il minimo interesse per l’ambiente e per gli altri, sarà dotato di un intelletto debole e ottuso, sarà svogliato nell’apprendere nuove conoscenze e nell’incontrare nuove persone, asociale, non comunicativo e non adattabile ad alcuna situazione.
PIANETI, METALLI E UOMO (4/8): LO STAGNO E LE FORZE DI GIOVE

Il pianeta Giove, più vicino alla Terra rispetto a Saturno, è il più grande del sistema solare ed è sempre stato percepito fin dall’antichità come l’astro regale che rappresenta la brillante intelligenza celeste che ha formato l’universo, portando ordine dal caos, e che lo mantiene grazie alla sua saggezza cosmica. Zeus-Giove “padre degli dei e degli uomini”, come lo definisce Omero, dopo aver sconfitto i Titani regna sugli dei olimpici e sui popoli, portando forma ed equilibrio. Vedremo che queste qualità si riflettono nel metallo stagno, da sempre associato a Giove, i cui processi agiscono principalmente nel cervello e nel fegato dell’uomo.

Rispetto al suo “vicino” piombo, lo stagno ha in comune molte proprietà, ma anche importanti differenze: come il piombo è poco tenace, facilmente dilatabile e fusibile, nonché cattivo conduttore di elettricità e calore. Tuttavia non è tossico per l’uomo, ha una bella lucentezza (veniva un tempo utilizzato per gli specchi) e un suono puro, tanto da venir utilizzato in alta percentuale nel bronzo delle campane e in purezza per le canne degli organi da chiesa. All’opposto del piombo, è il più leggero dei sette metalli e, nonostante sia facilmente malleabile, possiede tuttavia una struttura cristallina interna. Avere malleabilità e struttura cristallina può sembrare una contraddizione, ma la vera particolarità dello stagno risiede proprio nel mettere in relazione tali proprietà: il rumore che si sente quando si piega una barra di stagno (chiamato “grido dello stagno”, simile allo scrocchio di quando ci si piega sulle ginocchia) è originato dallo scorrere delle strutture cristalline l’una sull’altra.
Perciò lo stagno ci si presenta come un metallo già formato ma nel contempo ancora da formare, in continuo equilibrio tra la forma plastica e la dissoluzione della forma, tra mobilità e possibilità di forma, grazie alle sue forze formative che non arrivano fino alla cristallizzazione. Non a caso viene utilizzato per le saldature, che ci portano per analogia all’unione tra le ossa tramite le cartilagini, ma anche al processo di pensiero logico che concatena, potremmo dire “salda”, un pensiero all’altro: cartilagini e cervello sono appunto ambiti di influenza del processo Giove/stagno.

Il suo tema è quindi “struttura in movimento” con formazione di un “confine plastico” (differente dal confine cristallizzato e definitivo visto per il piombo) o, per riassumerlo con una definizione di Steiner, “governo dei liquidi”. Infatti in medicina antroposofica trova indicazione terapeutica in presenza di un eccesso sia di consistenza che di fluidità, al fine di riportare le giuste proporzioni tra solido e liquido. Steiner stesso lo indica come metallo d’elezione nella cura dell’idrocefalia (il cervello, come si è detto, è appunto organo di Giove/stagno), ma anche per le funzioni delle sierose (iperidrosi o essiccamento), versamenti infiammatori, cisti, pericarditi, pleuriti e soprattutto per l’artrosi, altra sua indicazione principale, dove esiste in contemporanea il disseccamento e la perdita della forma delle cartilagini articolari. In questi casi si somministra addirittura stagno ponderale fino al 5% o si applicano direttamente foglietti di stagno sulla parte interessata. Viene utilizzato anche per curare il processo opposto alla degenerazione artrosica, ossia quando si verificano secrezioni patologiche di acqua nella capsula articolare, sempre con lo scopo di riportare l’equilibrio nel governo dei liquidi.
Quando si parla di governo dei liquidi, di equilibrio tra sciogliere e condensare, non si può non pensare al fegato, il grande alchimista del nostro organismo, che in effetti è l’altro organo del processo Giove/stagno. In esso è presente il ritmo tra solve (per esempio nel flusso della digestione) e coagula (nella formazione di sostanza, come il glicogeno) e lo stagno interviene nel ripristinare l’ordine nei disturbi dell’organismo-acqua epatico, come cirrosi o asciti.
Riassumendo, le tre principali azioni terapeutiche dello stagno risiedono nel portare plasticità nell’ambito fluido delle articolazioni, nel governare i liquidi del fegato e nel donare forma al cervello.

Anche gli squilibri psichici dovuti a problemi organici del processo Giove/stagno sono legati al cervello (base fisiologica del pensare) o al fegato (base fisiologica di determinati movimenti animici e di volontà), tenendo presente che questi due organi sono in continua interazione tra loro. Tale rapporto sotto il segno di Zeus è presentato in potenti immagini dal mito di Prometeo, punito da Zeus per aver donato troppo presto il fuoco (immagine di volontà-fegato) agli uomini: Prometeo-fegato (elemento di volontà) è incatenato a una roccia (elemento terrestre) e ogni giorno l’aquila-Zeus (elemento del pensare che dall’alto del cervello agisce in basso sui processi vitali) gli divora il fegato (processi epatici catabolici del giorno) che tuttavia ogni notte si riforma (processi epatici anabolici notturni). Se accade che l’aquila “scende” troppo e divora eccessivamente il fegato, i processi cerebrali predominano e si hanno disturbi come neurastenia, inibizione della volontà e depressione. Al contrario, se l’aquila non scende e non mangia il fegato, i processi vitali e metabolici iniziano a proliferare diventando autonomi, con problemi epatici, sentimenti senza controllo, accessi di collera. Risulta evidente che entrambi i processi sono inseparabili e interdipendenti, e devono convivere in armonia in un organismo sano (nella mitologia, Zeus e Prometeo in seguito faranno pace).

Sollevando lo sguardo dall’uomo al pianeta Terra, la predilezione dello stagno per ciò che sta sospeso tra solido e liquido la possiamo trovare sorprendentemente anche nella distribuzione dei suoi giacimenti (ricordiamo che il giacimento del metallo puro si trova dove agisce senza interferenze l’influenza del corrispondente pianeta sulla Terra). Essi sono infatti localizzati prevalentemente nelle isole, come l’arcipelago malese o australiano, ma anche nelle isole della Gran Bretagna: nell’antichità il commercio dello stagno era operato dai Fenici che, secondo i Greci, lo estraevano dalle isole Cassiteridi sotto la Cornovaglia (probabilmente le attuali isole Scilly), dalle quali deriva il nome del principale minerale dello stagno, la cassiterite. Questa si presenta come una pietra preziosa, ben diversa dalla scura galena, principale minerale del piombo, perché è un ossido e non un solfuro. Anche nel legame preferenziale con l’ossigeno in luogo dello zolfo risiede una delle principali differenze tra i due metalli.

Per concludere, diamo un rapido sguardo al “tipo gioviano”, ovvero quell’individuo nel cui corpo astrale sono predominanti le forze di Giove. Già a partire dall’aspetto fisico si presenta molto diverso dal plumbeo “tipo saturniano”: bello, imponente, testa alta e fronte larga, sguardo intelligente, dignitoso e calmo, ma anche benevolo e gioioso. Fin nei connotati fisici il tipo gioviano esprime l’autorevolezza e la regalità della sua indole. Amante delle buone maniere e dell’ordine, riesce ad appianare tutte le dispute riportando la pace e a raggiungere con naturalezza impieghi dirigenziali, rappresentando l’ideale di manager, giudice o uomo di governo. L’individuo in cui le forze gioviane sono squilibrate in eccesso sarà portato all’arroganza dovuta alla propria posizione sociale o lavorativa, alla ricerca di onori e riconoscimenti, mentre quando sono squilibrate in difetto avremo un individuo inetto, senza ragionevolezza né imparzialità o indulgenza, privo di qualunque attitudine dirigenziale.

Come si sarà compreso, il pensare è la principale qualità del gioviano e governa anche il sentimento e la volontà, donando un carattere equilibrato e un agire pacato e riflessivo. Grazie a ciò, il gioviano sviluppa fin da giovane un pensare attivo acquisendo un vasto sapere, con la capacità di potersi elevare fino allo spirituale, a livello delle idee universali. Ha inoltre uno sviluppato senso dell’arte, apprezzando soprattutto l’equilibrio della bellezza classica, con netto rifiuto di ogni forma disarmonica. Se il prototipo gioviano possiamo individuarlo nell’antichità in Socrate, nell’epoca attuale Steiner definiva Goethe un “uomo dello stagno”, ma non ci è difficile scorgere anche in Steiner stesso il tipo gioviano.

PIANETI, METALLI E UOMO (3/8): L’ARGENTO E LE FORZE LUNARI

Per avere una prima immagine del metallo argento quale espressione terrestre dei processi lunari, è sufficiente porsi in netta polarità con le caratteristiche del piombo esaminate nello scorso articolo: l’argento ha una meravigliosa lucentezza e un suono limpido e chiaro, si può forgiare finemente, ma fonde solo a temperature elevate. D’altra parte già l’avevamo incontrato al polo opposto rispetto all’inerte piombo nella scala di conducibilità elettrica, termica, di luce e suono, ponendosi primo tra i metalli presi in considerazione. Questa grande conduttività riflette, come vedremo, la sua caratteristica di restituire tutto e di non tenere nulla per sé, come invece fa il piombo.

Anche osservando l’argento in forma nativa lo vediamo manifestarsi all’opposto delle forme cristalline e strutturate del piombo (o degli altri metalli “soprasolari”), nelle cosiddette “forme organiche” che ricordano capelli, muschi e felci, tipiche anche degli altri metalli “sottosolari” e dell’argentite (solfuro d’argento), il più comune minerale dell’argento, di aspetto molto diverso dal solfuro di piombo (galena). Argentite e galena si trovano sempre insieme negli stessi giacimenti (localizzati prevalentemente a occidente, nel continente americano), come forze polari che si attraggono nelle profondità terrestri, come se non possa esistere piombo senza argento, che tra l’altro è il suo antidoto. Tuttavia la quantità maggiore di argento presente sulla Terra si trova finemente suddivisa nelle acque dei mari, portandole in connessione con la Luna che regola le maree. Ed è proprio la Luna, l’astro più vicino alla Terra, con la sua orbita mutevole e col suo rapido tempo di rivoluzione (28 giorni contro i 29 anni di Saturno) a conferire all’argento la sua straordinaria mobilità interna e ad agire sui liquidi terrestri.

Per comprendere l’azione della Luna sui liquidi bisogna risalire a remote epoche dell’evoluzione del nostro pianeta, quando la Luna era ancora unita alla Terra e le sue forze formavano un liquido vitale che la nutriva, conferendole le forze “materne”. In epoche successive la Luna si separò dalla Terra e le sue forze iniziarono ad agire dall’esterno, indirizzandosi prevalentemente sui liquidi e negli organi riproduttivi degli esseri viventi (si veda Steiner, O.O. 13 “La scienza occulta nelle sue linee generali”).

Ciò era noto alle antiche civiltà che rappresentarono le divinità legate alla Luna sempre come “madri primordiali”, donatrici di vita e di fertilità agli esseri viventi e alla Terra tutta, divinità che proteggono la nascita e governano la saggezza della Natura. Ishtar, Iside, Artemide, Astarte, Maria, sono spesso rappresentate su un disco di luna piena o su una falce di luna, fornite di evidenti attributi materni, dalle numerose mammelle dell’Artemide Efesina all’ampio abbraccio di Iside che tutto comprende, crea, nutre e protegge (più avanti troveremo queste caratteristiche nel “tipo lunare”).

La capacità dell’argento di trattenere nella sostanza tali forze lunari è utilizzata con successo in terapia: viene impiegato per i disturbi di rigenerazione (di pelle, tessuti, organi) accrescendo l’azione del corpo eterico sui liquidi del corpo fisico e agendo da regolatore dell’organismo-acqua. Poiché il processo Luna-argento è attivo in tutti i processi di crescita e sviluppo corporei (ricordiamo che il settennio di vita sotto la guida della Luna è proprio il primo, quando tutte le forze dell’essere umano sono impegnate nei processi di crescita), agisce con particolare efficacia negli organi genitali. Infatti le funzioni riproduttive sottostanno in pieno alla corrente lunare, dunque l’utilizzo dell’argento risulta indispensabile quando esse vanno stimolate o regolarizzate, come per esempio nei casi di dismenorrea o sterilità maschile o femminile (sempre in bassa diluizione). Un altro distretto legato alla corrente lunare è il cervello, organo in cui sono attive le forze della riflessione e che risponde alla terapia con argento.
È interessante notare come descrivendo le sue proprietà terapeutiche, abbiamo già nominato le tre caratteristiche principali del metallo argento: riflettere, riprodurre, rigenerare (chiamate anche “le 3 R dell’argento”) che ora andremo a esaminare singolarmente.

Cosa significa in natura “riflettere”? Significa restituire più o meno inalterata una luce incidente: solo l’argento ha la capacità di formare uno specchio perfetto. Se formiamo uno specchio con altri metalli, nell’immagine restituita ci sarà sempre qualcosa del metallo utilizzato (per esempio una colorazione rosa negli specchi di rame) o il metallo stesso tratterrà della luce in sé, e si avrà l’oscuramento come in uno specchio di piombo o di ferro. L’argento, che come abbiamo visto non tiene nulla per sé, non assorbe nemmeno in minima parte la luce raggiante restituendola intatta, e non vi mescola nulla del suo essere, si ritrae interamente, mostrando solo immagini speculari. Steiner affermava appunto che il piombo parla sempre di se stesso, mentre l’argento parla sempre di ciò che è intorno a lui. In fondo non fa altro che mostrare le sue qualità lunari condensate nella sostanza: la luna come uno specchio riflette la luce del sole e con lo stesso processo anche l’uomo, tramite il cervello, riflette i pensieri del mondo.

Per comprendere l’altra sua qualità, il “riprodurre”, basta pensare al processo fotografico. L’argento si lascia sciogliere facilmente dagli acidi formando sali sensibilissimi alla luce (all’opposto, ancora una volta, dei pigmenti al piombo che rifiutano la luce e rimangono inalterati per secoli) che tornano immediatamente allo stato di argento metallico una volta illuminati. La fotografia, fin dai suoi albori, si basa proprio sulla proprietà dell’argento di “materializzare” la luce: una lastra coperta di argento nitrato (bianco) viene impressionata dalla luce in alcuni punti e il sale lì torna argento metallico (nero), ottenendo così il negativo. Ripetendo il processo all’inverso si ottiene la fotografia… e che cos’è la fotografia se non un’immagine che riproduce senza alterazioni un attimo già passato?
La stessa qualità di riproduzione dell’argento la osserviamo nella sua capacità di riprodurre un suono chiaro e puro. Non si dice forse “una voce argentina”? Anche la sonorità che l’argento mostra nello spandere le proprie onde è una forma di eterna riproduzione. Ciò risulta visibile nel noto esperimento degli “anelli di Liesegang”, dove la macchia di cromato d’argento si espande in tutte le direzioni sotto forma di onde che si allargano in cerchi concentrici, come quelle di un sasso buttato in un lago, in ripetizioni ritmiche come le vibrazioni del suono.

Le qualità di ripetizione e ritmo ci portano alla terza “R”, il “rigenerare” presente nei cicli riproduttivi della natura che sottostanno alle forze ritmiche del processo lunare, basti pensare al germogliare delle piante o al ciclo mestruale. L’argento porta in sé queste forze di vita che si mostrano anche nella sua facilità a formare colloidi, cioè sali sempre in movimento, connessi con la vita (tutti i fluidi vitali come sangue o linfa sono colloidi). A tutto ciò va aggiunta la sua straordinaria affinità con lo zolfo, elemento della proteina e della vita: ne bastano tracce nell’aria, o quello prodotto dalla pelle, che l’argento subito annerisce. Questo processo, visibile per esempio su posate o gioielli d’argento, è chiamato erroneamente “ossidazione”, ma in realtà si tratta di una “solforizzazione”, dal momento che l’argento non reagisce volentieri con l’ossigeno. Ecco quindi che si delinea il binomio argento-vita, polare a piombo-morte visto nello scorso articolo: se l’argento ci aiuta sul lato della vita, il piombo sul lato dello spirito.

Ne consegue che il “tipo lunare”, cioè quell’individuo che possiede un corpo astrale con tratti dominanti lunari, si presenta affine alla vita fin nell’aspetto fisico: sempre fresco e vitale, dimostra meno anni, di aspetto rigoglioso e naturale, pelle bianca, labbra carnose, guance piene. Si accorda bene col temperamento flemmatico, infatti è sedentario, casalingo, legato alla famiglia, alla patria, ai legami di sangue, con uno spiccato senso di cura e premurosa protezione per le persone che costituiscono il suo nido domestico. La sua realizzazione di vita è costituita dal matrimonio e dalla famiglia, dalla maternità o paternità, mentre il fallimento in questi campi rappresenta la sua maggiore sofferenza.
Oltre che nella sua affinità alla vita, nel tipo lunare troviamo altre caratteristiche dell’argento nel suo essere in armonia con i ritmi della natura: va a letto presto e si sveglia al sorgere del sole per eseguire ogni giorno il suo lavoro quotidiano teso alla cura della casa e dei cari, in una routine che nella sua ripetizione costituisce la sua stessa ragione di vita. Ovvio che un individuo del genere sarà portato, e si realizzerà, in tutti quei mestieri che richiedono dedizione e assistenza o simbiosi coi ritmi naturali: agricoltori, allevatori, casalinghe, infermieri, maestre, assistenti sociali. Un eccesso di disposizioni lunari porta all’ossessione per la salute e i bisogni fisici, a un vivere materialista che spesso sfocia in una vita dissoluta e istintuale. Al contrario, una carenza configura un individuo privo di qualunque sano rapporto con la natura, la salute, il nido domestico, che rifiuta la famiglia o, quando c’è, se ne disinteressa trascurandola.
Nel prossimo articolo incontreremo Giove e il suo metallo stagno.
PIANETI, METALLI E UOMO (2/8): IL PIOMBO E LE FORZE DI SATURNO

“Chi conosce Saturno conosce anche il piombo, chi conosce il piombo sa cosa rappresenta Saturno. Perché Saturno non è solo nel cielo, ma anche in fondo ai mari e nelle profondità della Terra.” (Paracelso)
Il primo processo planetario che andremo a osservare in questa serie di articoli è quello di Saturno, che si sostanzia nella realtà terrestre nel metallo piombo. Abbiamo visto nell’articolo introduttivo (1/8) che il piombo si pone al confine della scala di reattività dei metalli (relativamente ai sette presi in considerazione), risultando il peggior conduttore di suono, luce, elettricità e calore. Ciò inizia a dare un’idea della sostanziale passività di tale metallo, che si lascia afferrare dai fenomeni terrestri senza reagire o “restituire” alcunché. Assorbe qualunque vibrazione, anche sonora, infatti è il miglior isolante contro il rumore, ma assorbe anche tutte le radiazioni ionizzanti (raggi X, beta, gamma), l’elettricità in qualità di pessimo conduttore, la luce (non può esistere uno specchio di piombo) e il calore: fonde facilmente alla fiamma di una candela ma non permette al calore di propagarsi, infatti se si tiene in mano una stecca di piombo che fonde non si avvertirà alcun riscaldamento, e allo stesso modo rilascerà poco calore raffreddandosi. È totalmente asciutto e ha rapporto negativo con l’acqua, che respinge anche nei suoi minerali (per questo è stato molto utilizzato nelle condutture idriche). La sua opposizione all’acqua, che è la base della vita, ci indica che la realtà pesante e opprimente del piombo è affine alla morte. Ciò avviene anche nelle reazioni chimiche, nelle quali il piombo, in virtù della sua semplice chimica anidra, reagisce facilmente con qualunque agente, ma forma un precipitato insolubile che cade pesantemente sul fondo e si chiude a qualunque altro processo, nell’irrigidimento di ogni forza chimica. La sua affinità per le forze di morte è evidente anche nell’ambito subatomico: qualunque minerale radioattivo al termine del suo decadimento si trasforma in piombo, che ne rappresenta la tappa finale e definitiva. Infatti la “vecchiaia” di un minerale radioattivo si misura proprio in quantità di piombo in esso contenuto.
In questi rapidi cenni qualitativi possiamo trovare dei caratteri comuni che ci aiutano a formare una prima immagine del processo del piombo: la passività, l’indifferenza, il rifiuto di trasmettere ciò che arriva dall’esterno. Tali proprietà di isolamento e di limitazione sono quelle della sfera di Saturno che con la sua orbita intorno alla Terra circonda tutto il sistema planetario riparandolo dalle radiazioni cosmiche (allo stesso modo, ovunque è presente del piombo si formano dei confini).

Un altro aspetto peculiare è l’affinità coi processi di invecchiamento e di morte: nell’intossicazione cronica da piombo, che non a caso è chiamata “saturnismo”, si ha devitalizzazione e mineralizzazione progressiva di tutto l’organismo, in particolare del sistema nervoso, che porta verso una vera e propria mummificazione. Sappiamo dall’indagine scientifico-spirituale che ogni intensificazione dei processi distruttivi e contrari alla vita porta a un rafforzamento della coscienza, grazie alla liberazione delle forze plasmanti dai loro compiti (con la morte fisica si ha l’elevazione massima del livello di coscienza nella totale spiritualizzazione). Tutto ciò attiene proprio al processo del piombo, che ha sempre la tendenza a “spiritualizzare” il corpo fisico. Se però con l’avvelenamento ponderale si ottiene una spiritualizzazione troppo veloce fino alla morte, il sano processo di “morte parziale” del piombo è proprio quello che ci rende coscienti e che, con l’avanzare dell’età, ci porta naturalmente a contatto con la nostra parte spirituale, ovvero con la coscienza matura che porta in sé il calore comprensivo della conoscenza umana.

Ciò è riscontrabile negli ambiti di azione del processo del piombo nell’uomo, dove agisce con processi differenziati di calore e come elemento strutturante di delimitazione verso il mondo esteriore. Con processo freddo “dall’alto” limita e diminuisce i processi vitali tramite processi di “vita morente” che permettono l’esistenza degli organi di senso e del sistema nervoso (i distretti in assoluto meno vitali dell’organismo), e tramite la mineralizzazione e l’ossificazione permettono la formazione dello scheletro; dall’altro lato, con processo di calore “dal basso”, agisce nella milza, organo di Saturno, che ha funzione di maturazione e delimitazione, e mantiene la costanza termica del corpo e il ritmo della circolazione sanguigna. La fredda delimitazione verso l’esterno permette però di sviluppare uno straordinario calore interno: il processo di morte che culmina nell’ossificazione custodisce all’interno delle ossa la sorgente della vita, poiché è proprio nel midollo osseo che si formano i nuovi globuli rossi, che poi andranno a morire nella milza.
In “Aspetti dei misteri antichi” (O.O. 232), Rudolf Steiner ci dà un’immagine poetica di questo processo di continua morte e rinascita: “Vedi lo scheletro dell’uomo, Tu contempli la morte. Volgi lo sguardo all’interno delle ossa, È la resurrezione che si rivela in te”

Entrambi questi processi appartengono alla sfera d’azione dell’Organizzazione dell’Io, dunque risulta evidente che il processo del piombo va incontro proprio alla dinamica dell’Io e non degli altri corpi costitutivi. Analogamente i processi di delimitazione e differenziazione del calore ci riportano al sistema di forze di Saturno, legato alla prima incarnazione della Terra (chiamata appunto “Antico Saturno”) in cui era presente solo calore differenziato che ha formato l’organismo di calore dell’uomo. Tale sostanza di calore si deve al sacrificio dei Troni (o Spiriti della Volontà) che tramite essa hanno dato avvio alla creazione del nostro sistema solare e, grazie a questa prima “opposizione”, si è creato anche il tempo: noi uomini siamo figli di Saturno, creatore anche del tempo (si veda di Rudolf Steiner “La scienza occulta nelle sue linee generali” O.O.13).
Come sempre questi misteri si presentano in potenti immagini nella mitologia di ogni tempo e cultura. Nella nostra tradizione greco-romana il dio Cronos-Saturno non solo rappresenta le forze della vecchiaia e della morte, ma anche la più profonda saggezza che mai si possa acquisire. È altresì il creatore del tempo che in sé contiene la fine e l’inizio di ogni cosa, divorando ciò che egli stesso crea. Nel mito, infatti, Cronos-Saturno divora i figli che egli stesso ha generato.

Una così vasta gamma di caratteristiche rende il piombo un valido farmaco per gli stati in cui siano compromessi da un lato i processi di indurimento, dall’altro quelli della coscienza. Per fare ciò il piombo verrà preparato tramite specifici processi farmaceutici tali da adattarlo alle specifiche intenzioni dell’Io, in modo che possa rafforzare queste intenzioni quando agiscono troppo debolmente, ma che le possa anche frenare quando agiscono troppo intensamente con paralisi delle forze metaboliche. In linea del tutto generale, si usa il piombo in basse diluizioni per frenare l’eccessiva vitalità del metabolismo, che comporta sempre una diminuzione della coscienza (es. nel “bambino a testa grossa”, obeso, sognatore); in alte diluizioni per contrastare, grazie all’intervento dell’Io e all’attivazione del metabolismo, l’eccessivo processo del piombo che porta a indurimenti e sclerosi (es. nell’arteriosclerosi in età avanzata).

Concludiamo con un rapido sguardo al “tipo saturniano”, ovvero quell’individuo il cui corpo astrale, nel processo di avvicinamento alla Terra per una nuova incarnazione, ha “sostato” maggiormente nella sfera di Saturno, assumendo tratti peculiari della personalità (che, lo ricordiamo, non è il temperamento, ma si integra con esso). Si presenta generalmente come una persona magra, invecchiata precocemente, spesso soggetta a malattie serie. È di buona statura e corpo emaciato con pelle secca e fredda e muscolatura debole. Ha un sistema osseo marcato, evidente dall’ossatura del viso che infossa nelle orbite i suoi occhi dallo sguardo serio, triste e scuro; ha naso lungo e fino come la bocca e i capelli grigi anzitempo. È un forte malinconico, introverso, maturato troppo presto, per cui si rifugia nel passato ed è raramente allegro o incline ai sentimenti. Di solidi principi e di pochi bisogni per vivere, agisce sempre in maniera riflessiva e coscienziosa, ma quando l’influsso di Saturno è eccessivo i principi si fissano in uno “scheletro” inflessibile di pedanti astrazioni, l’assenza di bisogni diventa avarizia, la malinconia negazione della vita: un individuo dal cuore indifferente e freddo che paralizza la gioia di vivere negli altri.
Un tale individuo, così come le caratteristiche del piombo e l’azione di Saturno, si pone in assoluta polarità col “tipo lunare” che incarna le caratteristiche della Luna, sostanziate sulla Terra nel metallo argento, del quale andremo a parlare nel prossimo articolo.
AUTUNNO

Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle pioggie di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora che passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.
Vincenzo Cardarelli, Autunno (1931)
PIANETI, METALLI E UOMO (1/8): INTRODUZIONE

“I sette pianeti non hanno in nessuna cosa un’azione più grande che nei loro metalli, che essi compenetrano con tutte le loro forze e proprietà, come se essi stessi vi fossero presenti col loro intero essere.” (Paracelso)
L’evidenza che ogni metallo è l’espressione fisica terrestre del sistema di forze di un determinato pianeta era ampiamente nota alle civiltà del passato. Tale conoscenza era istintiva, percepita direttamente dal mondo spirituale, ed espressa nel linguaggio immaginativo tipico dei popoli antichi: culti, miti e saghe. Che il rosso pianeta Marte, rappresentato dal dio della guerra, fosse associato all’azione del ferro, o che il suo polare Venere, raffigurato dalla dea della bellezza, si esprimesse nel calore e nell’accoglienza del rame, era cosa ovvia per l’uomo di precedenti epoche evolutive, così come l’incarnazione solare rappresentata dall’oro che adornava le teste dei regnanti, come i faraoni, o delle divinità solari come il persiano Ahura Mazdao.

Anche in epoche successive, come il medioevo e l’inizio dell’epoca moderna, gli alchimisti studiarono tali relazioni e le applicarono nelle loro lavorazioni, attingendo a un bagaglio di saggezza millenaria prima che la scienza materialistica la relegasse nella wunderkammer delle superstizioni: pianeti, metalli, piante, uomini, rocce, non sono altro che pezzi di materia creati dal Caso (unica divinità concessa dalla scienza) e tenuti insieme da leggi puramente fisico-meccaniche.

In piena epoca positivista, fu Rudolf Steiner a intuire che il metodo scientifico appena conquistato dall’umanità sarebbe stato uno strumento formidabile per indagare non solo nel campo del sensibile, come fa la scienza convenzionale, ma anche nella sfera del sopra-sensibile, in modo da comprendere in piena coscienza quelle relazioni note all’uomo di altre epoche solo per via istintuale, ed espresse in maniera simbolico-religiosa.In numerose conferenze Steiner affronta le relazioni tra pianeti, metalli ed essere umano (una su tutte la O.O.232 “Aspetti dei misteri antichi”), ma è nei cicli di conferenze per medici che approfondisce l’argomento non solo dal punto di vista della terapia ma anche riguardo ai processi farmaceutici di preparazione dei rimedi. Così i metalli si sono costituiti come elemento fondamentale della medicina antroposofica, e negli anni successivi sono stati oggetto di studio appassionato da parte di medici e scienziati a orientamento antroposofico (celebri gli esperimenti di Lili Kolisko che dimostrano l’influenza dei pianeti sul comportamento dei composti metallici).
Nei prossimi mesi pubblicherò su questo blog sette brevi articoli, con lo scopo di fornire un quadro generale di tali relazioni, ogni volta per un metallo-pianeta specifico, al fine di comprendere meglio non solo le basi della terapia con i rimedi metallici, ma anche l’importanza che hanno i processi planetari nella formazione delle peculiari caratteristiche fisiche e animiche di ogni essere umano, con uno sguardo agli archetipi della mitologia.

Per capire la natura dei metalli occorre volgere lo sguardo al cielo, proprio come faceva l’uomo di epoche passate. I metalli si distinguono da tutti gli altri minerali presenti sulla crosta terrestre per la loro luce e brillantezza, la loro mobilità, la duttilità, la malleabilità, la colorazione, la sonorità e, nel complesso, per il loro senso di importanza e dignità ben diverso da quello dei cristalli, che appaiono come “forme” definite e distanti, prive della vibrante vitalità interiore dei metalli. Un po’ come accade quando osserviamo nella volta celeste la fissità delle costellazioni opposta alla mobilità dei pianeti. In effetti i metalli sembrano estranei alla Terra che, oltretutto, tende continuamente a occultare se non a distruggere la loro natura, per esempio tramite processi ossidativi, ruggine, patine, formazione di leghe. Qual è dunque la patria dei metalli? Di quale processo sono il fenomeno sensibile? In epoche lontanissime nelle quali andava formandosi l’attuale Terra (si veda Rudolf Steiner O.O.13 “La scienza occulta nelle sue linee generali”), le forze cosmiche di ciascun pianeta, che si manifestavano come colori nell’atmosfera, si sostanziarono man mano nel corpo terrestre come metalli: al pari di ogni sostanza terrestre, anche i metalli sono la fase conclusiva di processi giunti a quiete nella materia, che in questo caso corrispondono proprio ai processi planetari. Tramite opportune lavorazioni farmaceutiche e successive dinamizzazioni, si è in grado di “riaprire” i metalli alle forze cosmiche corrispondenti, così da farli agire sugli organi e sulle funzioni corporee e animiche governate dalle medesime forze, come vedremo nei prossimi articoli.

Nell’attuale fase evolutiva della Terra, i metalli sono presenti in dispersione finissima in tutta l’atmosfera e la crosta terrestre (del solo ferro ne cadono ogni anno sulla Terra circa 16000 tonnellate sotto forma di polvere cosmica), ma come minerali in giacimenti sono localizzati in precise e diverse aree geografiche, che corrispondono alle zone della Terra dove agisce con più forza un determinato pianeta. I sette metalli principali di cui ci occuperemo (piombo, stagno, ferro, oro, rame, mercurio, argento) corrispondono all’azione pura e senza interferenze dei sette pianeti visibili a occhio nudo dalla Terra (Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio, Luna), mentre gli altri metalli originano dall’azione combinata di due o più pianeti, come per esempio l’antimonio che corrisponde all’azione congiunta di Venere, Mercurio e Luna.
Per iniziare a comprendere le relazioni che legano i pianeti ai metalli corrispondenti, occorre confrontare le caratteristiche astronomiche dei primi (in un’ottica ovviamente geocentrica) con quelle fisico-chimiche dei secondi.

Come illustrato a livello esemplificativo in tabella, i sette metalli si dispongono sempre secondo un preciso ordine riguardo alle loro caratteristiche chimico-fisiche (nel caso del mercurio, l’unico in forma liquida, non sono direttamente confrontabili), che corrisponde appunto alla distanza dei sette pianeti dalla Terra, partendo dal più lontano al più vicino, ma anche alla loro velocità di rotazione in gradi, dal più lento (Saturno) al più veloce (Luna).

Inoltre, se disponiamo pianeti e metalli sempre nel medesimo ordine su una circonferenza con il Sole-oro all’apice, troviamo le coppie polari di pianeti-metalli portatori di forze in opposizione.

Le stesse coppie polari si evidenziano se disponiamo i metalli per peso atomico crescente, sempre lasciando l’oro all’apice. Si possono trovare altre corrispondenze dello stesso tipo applicando ulteriori parametri.

Tale ordine planetario non è altro che quello seguito dall’anima nel suo processo incarnatorio (freccia discendente I in figura) verso una nuova vita sulla Terra, dove a seconda del tempo di permanenza in ciascuna sfera planetaria, il corpo astrale assumerà inclinazioni caratteriali specifiche con prevalenza di un pianeta rispetto agli altri (si parlerà così di tipo marziale, tipo gioviano, tipo lunare, e così via). Ciò, unito alla specificità di ogni sfera planetaria per determinati organi (per esempio, Giove sul fegato, Sole sul cuore), risulta fondamentale per impostare correttamente una terapia metallica. A tal fine non bisogna trascurare l’opposta corrente escarnatoria (freccia ascendente II in figura) che si fa prevalente nella seconda metà della vita (quando il corpo astrale inizia a prepararsi per affrontare il passaggio nelle sfere planetarie in ordine inverso) e che presenta per ciascun metallo effetti terapeutici differenti rispetto alla corrente incarnatoria. Non da ultimo è da tenere presente il risvolto biografico, ovvero il settennio in cui si trova a vivere il paziente, considerando che ciascun settennio è sotto l’egida di un determinato pianeta.

Per quanto riguarda invece la preparazione farmaceutica dei rimedi metallici, compresi i metalli vegetabilizzati, il farmacista dovrà sempre procedere rispettando i cicli dei relativi pianeti (distanza dalla Terra, eventuali congiunzioni o eclissi) che influenzano le lavorazioni metalliche, a maggior ragione quando estremamente diluite e dinamizzate, dunque più “aperte” alle forze cosmiche. Per fare un esempio, il Plumbum mellitum, un rimedio a base di piombo e miele, viene preparato ogni trent’anni circa, che corrispondono al ciclo di rivoluzione di Saturno, in modo da lavorare quando il pianeta è nel momento di massima vicinanza alla Terra e le sue forze risultano quindi più intense.
Nel prossimo articolo affronteremo proprio il piombo, incarnazione terrestre di Saturno, pianeta posto ai confini del nostro sistema solare.
COSTANTINO “IL GRANDE”

Non ho mai amato Costantino (ho sempre tifato per Massenzio), ma non posso che ammirare questa ricostruzione in scala originale della sua statua colossale di 13 metri, eretta all’indomani della vittoria a Ponte Milvio, e da lui fatta piazzare beffardamente proprio nella basilica di Massenzio. Certo, la Storia non si fa con i “se”, ma una vittoria di Massenzio quel famoso giorno a Ponte Milvio avrebbe davvero cambiato la storia del mondo. In hoc signo vinces, invece.
PARADISI ARTIFICIALI IN ALBANIA

Pubblicato in albanese il mio “Paradisi Artificiali: le droghe e l’uomo da un punto di vista scientifico-spirituale” con il titolo di “Parajsat artificiale” per l’editore Botimet Jozef. Ringrazio la mia allieva del Corso di Medicina Antroposofica, la dottoressa Elfrida Kote, che ha apprezzato così tanto il mio libro da occuparsi personalmente della traduzione. Ma non solo. Con la collaborazione dell’editore ha organizzato la presentazione ufficiale alla Fiera del Libro di Tirana il 18 novembre 2023, e a seguire conferenze all’Università di Tirana e a Durazzo. Non potevo avere accoglienza migliore dal popolo albanese, che ringrazio e che sono certo di tornare a incontrare presto.









MONTE PARNASO

“Da là pieno d’ira, tu, Apollo, procedesti velocemente verso il monte e giungesti a Cresa, collina rivolta a occidente, alle pendici del Parnaso ricoperto da neve. Su di essa incombe una rupe, e al di sotto si estende una profonda valle scoscesa. Là Febo Apollo, il dio, decise di innalzare l’amabile tempio.” (Omero, Inno ad Apollo)


SOL INVICTUS

Il sole torna a vincere sulle tenebre.
Dopo il solstizio d’inverno le ore di luce iniziano gradualmente ad aumentare e il sole a riavvicinarsi alla terra, fenomeno che comincia a essere visibile dal 25 dicembre. In quel giorno, nel tardo Impero Romano, si celebrava appunto il Sol Invictus, culto dal sapore monoteistico di provenienza orientale che aveva acquisito sempre maggior seguito, grazie soprattutto a imperatori come Eliogabalo e Aureliano. Per questo si decise nel 354 d.C. di celebrare la nascita di Gesù proprio in quel giorno, come la divinità solare che si incarna per vincere le tenebre, festività che si sovrappose, come avverrà per tutte le feste cristiane, a celebrazioni pagane già esistenti.
IL SISTEMA PERIODICO

Piccolo capolavoro, forse un po’ dimenticato, di quel grande scrittore che è Primo Levi.
Ventuno racconti legati l’un l’altro dalla progressione temporale che scandisce gli anni più intensi e drammatici del secolo breve, narrati con garbatezza e ironia da Levi in veste di chimico, mestiere che l’ha portato in diverse situazioni lavorative e di vita, non da ultima quella come prigioniero alla fabbrica di Buna, vicino Auschwitz (che sarà narrata nel racconto “Vanadio”). Solo in quest’ultimo caso parla direttamente degli anni di prigionia – per i quali l’autore stesso rimanda ai suoi testi più celebri – presentandoci invece un vivido spaccato umano dell’Italia anni Trenta e di quella del Dopoguerra, vera preziosità del libro.
Ogni racconto è dedicato a un elemento della tavola periodica – Idrogeno, Ferro, Potassio, Nichel, per esempio, ma anche i meno noti Cerio e Argon – che entra direttamente o per vie traverse nel racconto, sempre in maniera geniale.
Una lettura fluida e leggera, ma solo in apparenza, perché i temi toccati dallo scrittore trasmutano nel profondo, come “l’oscura materia” che Levi ha esplorato per tutta la vita alla ricerca di una certezza.
GLI ULTIMI GIORNI DELL’IMPERO ROMANO

La caduta dell’Impero Romano, sebbene sia stato un processo lungo decenni e non un evento preciso, rappresenta un enigma che ha affascinato nei secoli storici, artisti, scrittori.
Michel De Jaeghere, direttore del “Figaro Histoire”, traccia un memorabile studio del basso Impero (più o meno da Costantino a Romolo Augustolo, più qualche sconfinamento nei regni romano-barbarici) non solo dal punto di vista storico, ma anche socio-culturale, economico e politico. Nonostante la complessità del tema e il numero di pagine, la lettura scorre fluida e avvincente (a patto di non perdersi nel copioso apparato di note), ovviamente consigliata solo a veri appassionati del genere.
Fa piacere constatare il netto rifiuto da parte dell’autore delle strampalate definizioni di una certa storiografia (in particolare nordeuropea) che considera l’ingresso dei Barbari non un’invasione, ma un’innocua “migrazione di popoli”. In realtà i Barbari attaccarono e distrussero con ferocia ciò che non potevano possedere né comprendere, certamente molto agevolati dall’erosione interna dell’Impero e dei suoi valori, dall’apatia dei suoi abitanti e dalle faide di classe dirigente ed esercito (composto, tra l’altro, di soli Barbari ormai): una civiltà muore sempre per una malattia sua propria, anche se il colpo finale arriva dall’esterno (e in questo l’autore trova molti interessanti parallelismi con la situazione attuale dell’Occidente). Pure il ruolo del Cristianesimo è visto in senso centrifugo, benché inevitabile e per certi versi l’unico continuatore della tradizione imperiale.
Difficile descrivere in poche righe il valore di questo libro, che trovo fondamentale per avere un’immagine esaustiva e dettagliatissima di un periodo storico spesso affrontato superficialmente e per stereotipi.
SUI PARADISI ARTIFICIALI (7/7): GLI ALLUCINOGENI E IL MONDO FUTURO

Con gli allucinogeni arriviamo alla settima e ultima tappa del nostro viaggio di scoperta delle sostanze stupefacenti da un punto di vista scientifico-spirituale, iniziato con l’oriente luciferico dell’oppio e giunto nello scorso articolo all’occidente arimanico della cocaina, con tutte le sfumature delle droghe comprese tra queste polarità. Gli allucinogeni, pur rimanendo nell’ambito prettamente arimanico, rappresentano un unicum per effetti e meccanismo d’azione rispetto alle sostanze fin qui esaminate, ponendosi al di là di ogni classificazione. In effetti l’intento degli allucinogeni è proprio quello di portare l’essere umano al di là di ogni conoscenza relativa a questa incarnazione terrestre, aprendogli la percezione di mondi che solo in epoche future sarà in grado di percepire. Infatti nell’attuale stadio evolutivo l’uomo non può – e non dovrebbe – avere accesso ai mondi soprasensibili, a meno che non segua un lungo percorso preparatorio, così come ci ricorda Rudolf Steiner.
“Un uomo può conoscere dei segreti dell’esistenza solo quel tanto che corrisponde al suo grado di maturità. Soltanto per questo vi sono ostacoli verso i gradini superiori del sapere e dell’essere capace. Nessuno deve usare un fucile, se prima non ha acquistato esperienza sufficiente per servirsene senza recar danno. Se oggi qualcuno venisse iniziato senza preparazione, gli mancherebbe l’esperienza che acquisterà nell’avvenire attraverso le sue future incarnazioni, fino a quando gli verranno svelati i segreti corrispondenti al corso regolare della sua evoluzione (O.O.10, L’iniziazione)”.

In estrema sintesi, gli allucinogeni “scaraventano” il consumatore nei mondi soprasensibili senza la dovuta preparazione, facendolo accedere a un mondo che gli verrebbe svelato solo dopo molte incarnazioni di un regolare percorso evolutivo. Ciò era già ben noto – sebbene in maniera del tutto istintuale e non cosciente come in Steiner – agli sciamani che per millenni hanno utilizzato le piante allucinogene senza mai assumerle o somministrarle prima di aver compiuto un opportuno percorso di preparazione spirituale e fisica. Tuttavia queste pratiche si riferiscono a uomini di precedenti stati evolutivi, dotati di differenti configurazioni dei corpi costitutivi, e non si adattano più all’uomo dell’epoca dell’anima cosciente. Per assurdo, l’unica preparazione possibile per l’uomo attuale sarebbe quella indicata da Steiner ne “L’iniziazione”, ma a quel punto non si avrebbe più bisogno di assumere gli allucinogeni per accedere ai mondi soprasensibili.
Dunque gli allucinogeni ci portano incontro qualcosa troppo presto, prima di essere evolutivamente pronti ad affrontarla, e proprio in questo consiste il loro carattere arimanico. Le allucinazioni vengono sperimentate in uno stato di veglia cosciente (altra caratteristica arimanica), differenziandosi polarmente da quelle provocate dall’oppio – che sarebbe più corretto chiamare “visioni” o “illusioni”, molto più tenui e sognanti – sperimentate invece in uno stato simile al sonno, caratteristica in questo caso luciferica. Inoltre tali visioni, come si ricorderà, si riferiscono a epoche precedenti di evoluzione, dunque il consumatore in un certo senso le ha già sperimentate in precedenti incarnazioni e le vive come una sorta di “ritorno” nelle braccia delle divinità (portare incontro qualcosa troppo tardi è infatti un tratto distintivo luciferico). Gli allucinogeni invece mostrano brutalmente qualcosa di ignoto e in ciò risiede la loro estrema pericolosità anche per una singola assunzione, con effetti drastici e imprevedibili che variano da individuo a individuo e, anche nello stesso individuo, variano a seconda delle circostanze di assunzione pur col medesimo dosaggio.

Effetti così singolari derivano da un meccanismo d’azione altrettanto singolare, comune a tutte le droghe psichedeliche e differente dalle altre sostanze stupefacenti. Siano queste ultime oppio, cannabis, ecstasy, alcol o cocaina, abbiamo visto che la loro azione si esplica prevalentemente sulle connessioni tra i corpi costitutivi superiori (corpo astrale e Io) e quelli inferiori (corpo fisico e corpo eterico): le droghe luciferiche allentano tali connessioni permettendo ai corpi superiori di effondersi nei mondi spirituali, similmente a quanto avviene nel sonno notturno, mentre le droghe arimaniche le rinforzano “risucchiando” i corpi superiori verso gli inferiori, come accade per esempio nella veglia indotta dalla cocaina. L’azione principale degli allucinogeni è invece diretta sui corpi inferiori col danneggiamento delle connessioni tra corpo fisico e corpo eterico, consentendo a quest’ultimo di scollegarsi parzialmente dal corpo fisico (un distacco totale provocherebbe la morte) e permettere così al consumatore l’accesso cosciente al mondo eterico. Questo movimento di distacco dell’eterico dal fisico sta già avvenendo naturalmente nell’uomo a partire dal 1899 – anno indicato da Steiner come “l’attraversamento della soglia” – e il suo progredire permetterà all’umanità di percepire sempre di più il mondo eterico nel corso dei prossimi millenni. Non solo gli allucinogeni anticipano arimanicamente tale processo, ma anche ciò che avverrà sul piano individuale nel momento della morte, quando il distacco del corpo eterico dal fisico permetterà il dispiegarsi del grande quadro mnemonico della propria incarnazione appena conclusa (il corpo eterico è infatti il depositario dei ricordi di tutta la vita). A causa dell’impreparazione del consumatore, tale confusione di immagini, ricordi, proiezioni, entità soprasensibili il cui contatto è impedito nella normale vita di veglia, illusioni, informazioni distorte e incomprensibili, unita alla lunga durata d’azione della sostanza (con l’acido lisergico si può arrivare anche a dodici ore) possono rendere la sensazione di perdita dei propri confini e di dissolvimento nell’etere universale un’esperienza terrificante dalla quale è difficile ritornare, traducendosi spesso in una psicosi permanente, peraltro impossibile da prevedere prima dell’assunzione. Inoltre tali esperienze, come avviene per tutte le sostanze stupefacenti, non possono mai tradursi direttamente in avanzamenti evolutivi perché sono generate dalla sostanza e non dall’operare attivo e cosciente dell’Io che, ancora una volta, è messo da parte. Occorre tuttavia evidenziare che l’incontro con un allucinogeno può rappresentare, per alcune individualità e in precisi momenti evolutivi, un evento karmico capace di suscitare l’avvio di enormi cambiamenti nella vita successiva. In altre parole, anche una singola esperienza psichedelica può fungere da scintilla per intraprendere un susseguente cammino evolutivo in senso spirituale, ma in questo caso operato coscientemente dall’Io.

D’altronde anche il rapporto di queste sostanze con l’evoluzione dell’uomo evidenzia tali peculiarità: se si tralascia il loro millenario uso rituale e sciamanico in ben delimitate aree geografiche, il loro ingresso nel percorso evolutivo di tutta l’umanità è il più recente ma anche il più intenso e dirompente, tanto da aver dato nome e connotati a un intero decennio: “l’epoca psichedelica” degli anni ’60 e ’70, capace di sgretolare le convinzioni materialiste e positiviste del mondo borghese e dare il via a una diffusa ricerca di spiritualità tuttora in evoluzione. Come sottolineato più volte, ogni sostanza ha il suo momento di elezione per entrare nel percorso evolutivo dell’umanità (ciò non significa che debba agire necessariamente come forza favorente l’evoluzione, anzi, come spesso accade, rappresenta una forza ostacolatrice) che per gli allucinogeni è proprio la seconda metà del XX secolo.

Tuttavia, prima di tracciare una storia delle droghe psichedeliche, occorre dare uno sguardo alle principali entità vegetali da cui derivano (come si immaginerà, quello degli allucinogeni è un argomento vastissimo che in questa sede non si può trattare se non per sommi capi). La stragrande maggioranza è fornita dai funghi, entità a metà strada tra il vegetale e l’animale, per questo classificate dalla botanica in un regno a parte. Già a un primo sguardo si notano grandi differenze rispetto ai vegetali esaminati finora: si ha la netta impressione di esseri assolutamente non aperti alla luce e al calore circostanti, chiusi nel loro mondo di ombra e freddo (tutte segnature arimaniche), entità nelle quali l’espressione archetipica del vegetale non riesce ad arrivare al suo compimento. Da un punto di vista scientifico-spirituale sono riconducibili alle forme vegetali-animali presenti sull’Antica Luna, le quali, quando non correttamente evolute, si ripropongono nell’attuale fase evolutiva terrestre proprio in queste forme. Svariate specie di funghi allucinogeni sono note fin dall’antichità in tutto il mondo (per esempio si ritiene che l’Amanita Muscaria, un fungo inebriante e non propriamente allucinogeno, entrasse a far parte della bevanda dell’oblio presso i centri iniziatici dell’antica Grecia), ma le specie più attive, del genere Psilocybe e fornitrici di psilocibina, erano diffuse principalmente in America centrale e meridionale, dove sono entrate a far parte dei riti religiosi e sciamanici delle popolazioni precolombiane. Accanto ai funghi, in Centramerica venivano utilizzati a scopo rituale anche i cactus (entità vegetali di stampo lunare) del genere Peyote, fornitori di mescalina, mentre in Sudamerica un miscuglio di piante psicoattive chiamato ayahuasca, il cui principio attivo è la dimetiltriptamina, molto simile alla psilocibina.

Nonostante tali droghe fossero descritte in Europa fin dalla scoperta dell’America, rimasero sconosciute fino ai primi del Novecento, quando iniziarono a essere utilizzate da qualche intellettuale come Antonin Artaud e Walter Benjamin. L’evento che le fece entrare prepotentemente nella storia dell’umanità ha però una data e una collocazione precise: laboratori Sandoz di Basilea, 19 aprile 1943, quando il chimico Albert Hofmann sperimentò il primo viaggio da LSD, un composto semisintetico da lui creato nel corso di studi sugli alcaloidi della segale cornuta. Quest’ultimo è un fungo tossico, parassita della segale, che causò nel medioevo numerose epidemie di ergotismo (chiamato anche “fuoco di Sant’Antonio”), soprattutto nel Nord Europa, dove si panificava appunto con la segale. L’avvelenamento da ergot, potente vasocostrittore, si manifestava con intenso prurito e bruciore sugli arti fino alla gangrena, contrazioni muscolari simili all’epilessia, stati deliranti e allucinatori. Dall’acido lisergico contenuto in questo fungo Hofmann ne ottenne la dietilamide, inaugurando inconsapevolmente l’era psichedelica: il composto brevettato e commercializzato dalla Sandoz entrò ben presto nella pratica psichiatrica ma pure nell’uso voluttuario, portando alla ribalta anche gli altri allucinogeni come i funghi o il peyote. Dai pionieri della beat generation degli anni ’50 dilagò nella cultura hippie degli anni ’60, segnando un’epoca nella musica, le arti visive, la scrittura, il cinema e un nuovo modo di intendere la libertà e la socialità, nonché il rapporto tra gli uomini e il pianeta, dando il via alla New Age.

Il prezzo da pagare fu però alto, tanto più che gli psichedelici divennero una droga di massa assunta da individui assolutamente non preparati a questo tipo di esperienza: se la scienza materialistica ufficiale li considerava sicuri perché non erano rilevabili danni acuti al corpo fisico, fu la psichiatria a constatare il vertiginoso aumento di psicosi, spesso irreversibili, associate al loro consumo. Elevando lo sguardo in senso scientifico-spirituale possiamo comprendere che per generare tali condizioni psicotiche non c’è bisogno di un danno fisico, ma è sufficiente lo schiudersi brutale del mondo soprasensibile alla coscienza umana, un’esperienza ingovernabile che in molti non sono in grado di sopportare. Possiamo paragonare l’assunzione di allucinogeni (in particolare di LSD, il più potente) a una roulette russa che può mettere in gioco tutta la futura esistenza, non solo del consumatore ma anche del mondo circostante, dal momento che sotto l’effetto di queste sostanze ci si trasforma anche in “medium” in grado di creare un ponte tra mondo spirituale e mondo terrestre, con conseguenze imprevedibili. Pertanto l’individuo che decide in libertà di assumere queste sostanze (ma il discorso si può estendere anche a tutte le altre droghe) deve essere ben cosciente degli effetti spirituali, prima ancora di quelli fisici, che hanno sull’essere umano e sul mondo sensibile e soprasensibile che lo circonda.
In quest’ottica ho concepito lo studio sulle sostanze stupefacenti da un punto di vista scientifico-spirituale (“Paradisi artificiali” edito da Novalis) cui ho sempre rimandato in questa serie di articoli per affrontare l’argomento in maniera esaustiva e approfondita, ma soprattutto con la speranza che una vera conoscenza degli effetti di queste sostanze possa aiutare l’individuo a orientarsi autonomamente nelle proprie scelte (per “vera conoscenza” intendo appunto quella ampliata al mondo soprasensibile).
Non posso che concludere questo ciclo di articoli con le straordinarie parole di Rudolf Steiner nella conferenza sull’alcool tenuta agli operai nel 1923 (O.O. 348 “Alcool e nicotina”).
“Penso che le informazioni sugli effetti dell’alcol, come quelle che abbiamo visto oggi, possano in realtà agire in modo più efficace, conducendo gradualmente le persone ad abbandonare l’alcol con decisione autonoma. […] Verità autentiche, conoscenze vere agiscono fin nel sentimento. La mia convinzione è quindi che si possa arrivare a un’efficace riforma sociale solo facendo in modo che una reale informazione giunga a cerchie sempre più vaste, e ciò vale anche per altri campi analoghi a questo. […] Questo è ciò che si deve avere prima di tutto nella scienza: il rispetto per la libertà umana, così che non si abbia mai l’impressione che si voglia imporre o proibire qualcosa, ma si parli di fatti. Quando una persona sa come l’alcol agisce, arriverà da sola a ciò che è giusto. Procederemo così sempre di più verso l’obiettivo che uomini liberi si diano da sé la loro direzione.”
PALAZZO FORTUNY

Da sempre il mio palazzo preferito, fonte inesauribile di seduzione e ispirazione. Solo il Vittoriale riesce a insidiarne il primato, ma del resto sono parenti stretti.
SUI PARADISI ARTIFICIALI (6/7): LA COCA E LE AMFETAMINE

Per comprendere appieno l’azione della cocaina sull’individualità umana è opportuno tornare con la mente all’oppio, prima droga affrontata in questa serie di articoli. Se l’oppio rappresenta la sostanza stupefacente luciferica per eccellenza, alla polarità opposta troviamo la cocaina che invece è portatrice delle caratteristiche arimaniche nella loro interezza. Tra le due abbiamo esaminato la grande varietà di sostanze nelle quali tali influssi sono miscelati in proporzioni diverse, ma proprio nella cocaina troveremo l’influsso arimanico espresso alla sua massima potenza.
La polarità tra oppio e cocaina è riscontrabile in ogni caratteristica, non solo di effetto sui corpi costitutivi, ma anche di morfologia e habitat della pianta, di utilizzi tradizionali e perfino di ingresso nell’evoluzione dell’uomo. La polarità che tuttavia appare subito evidente è il luogo di origine e di diffusione della pianta stessa: mentre il papavero da oppio è originario dell’estremo oriente e di esso subisce gli influssi luciferici, “incontrando” così le caratteristiche dei popoli che vi abitano e che risentono dei medesimi influssi, la pianta della coca è originaria dell’estremo occidente, in particolare le catene montuose delle Ande del continente americano e non può crescere altrove, sebbene ne sia stata tentata senza successo la coltivazione in altri luoghi.

Come sottolineato da Rudolf Steiner in numerose conferenze, “la nostra Terra è differenziata: non è un essere che irraggi in modo pressoché uguale ogni suo abitante, ma nelle varie regioni irradia qualcosa di completamente diverso” (da O.O.178, “Il mistero del doppio”, straordinario ciclo di conferenze cui rimando per approfondire e comprendere in pieno l’azione della cocaina e delle sostanze stupefacenti arimaniche in genere). In particolare, le regioni della Terra che mostrano una preponderanza di catene montuose disposte da nord a sud, come appunto il continente americano, permettono alle forze arimaniche del subterrestre di emergere in pienezza e di influire al massimo grado sugli organismi viventi presenti in superficie, cosa che non può accadere nel continente asiatico, dove le catene montuose sono disposte prevalentemente in direttrice est-ovest e si assiste a un prevalere degli influssi luciferici. Ciò era ben conosciuto dagli antichi iniziati che si preoccuparono di non far entrare in contatto l’Europa con tali forze arimaniche prima che gli uomini non avessero iniziato il nuovo percorso di evoluzione verso l’anima cosciente. Dunque, malgrado l’America sia stata “scoperta” dagli europei parecchi secoli prima di Cristoforo Colombo (ed è curioso notare come Steiner affermi ciò nel 1917, quindi prima dei ritrovamenti delle imbarcazioni vichinghe nel Nordamerica), i contatti tra i due continenti dovevano essere impediti fino all’inizio dell’epoca dell’anima cosciente, a metà secolo XV. Da quel momento in poi l’America è entrata a pieno titolo nella storia evolutiva dell’umanità, recando quegli influssi arimanici che il resto del mondo sarebbe stato ormai in grado di affrontare. Così, insieme ai pomodori, al mais e alle patate, insieme alle forze del materialismo e della subnatura, arrivò anche la cocaina (e gran parte degli allucinogeni, come vedremo nell’articolo sul prossimo numero).
Utilizzata da millenni dalle popolazioni precolombiane ad uso prevalentemente rituale e religioso, ma anche “utilitaristico” (caratteristica peculiare della coca) per affrontare lunghi viaggi o periodi senza cibo, la coca conquistò presto i dominatori spagnoli, ma per entrare nella nostra evoluzione dovette attendere il momento adatto, la metà dell’800, quando la concezione materialistico-positivista del mondo e dell’uomo raggiunse il suo culmine. Come abbiamo visto per ogni sostanza, non esiste solo un luogo e una popolazione d’elezione, ma anche un momento ben preciso per entrare nella storia evolutiva dell’umanità.

Non è questa la sede per tracciare l’interessantissima storia della cocaina (per la quale rimando, insieme a tutti gli approfondimenti, al mio saggio “Paradisi Artificiali – le droghe e l’Uomo da un punto di vista scientifico spirituale” edito da Novalis), basti tuttavia tenere presente che la cocaina è emersa con più forza in tutti quei momenti in cui per l’uomo sono state preponderanti le forze di materialismo, efficientismo ed edonismo sfrenato: dai “ruggenti” anni ’20 agli altrettanto ruggenti anni ’80, che hanno inaugurato una stagione di immensa fortuna per la cocaina, ancora lungi dal terminare.

Ma quali sono gli effetti spirituali della cocaina nell’essere umano? Per farsene un’idea è sufficiente leggere le parole di Steiner su Arimane, chiamato appunto il “principe di questo mondo”:
“Se guardiamo alla manifestazione spirituale che può trarre origine da parte del principe di questo mondo, dobbiamo appunto indicare la conoscenza intellettualistica umana. […] Oggi si devono guardare queste cose in una prospettiva animico-spirituale. Si deve sentire la forza arimanica, la signoria del principe di questo mondo, nel bluastro, nell’impallidire (che è un effetto della contrazione del corpo astrale all’interno del corpo fisico, proprio ciò che avviene grazie alla cocaina, N.d.R.), nello struggimento interiore, nel sentirsi freddi, nell’essere compenetrati di smorti pensieri astratti.” (O.O.210 “Antichi e moderni metodi d’iniziazione”).
Quanto sono diversi questi effetti dalla dolcezza e dall’illusorio calore che recano le sostanze luciferiche! Esse infatti agiscono con preponderanza nella sfera del “sentire”, mentre la cocaina, all’estremo opposto, non ha alcun “aggancio” con tale sfera, andando ad agire con forza solo sulle sfere del “pensare” e del “volere”. Ne consegue un’intensificazione del freddo pensiero meccanico cerebrale, nonché dell’agire materialmente nel mondo terrestre, senza avvertire alcun impulso morale o di sentimento. In effetti i pensieri o le azioni non permeati dal sentire umano potrebbero essere compiuti anche da una “macchina pensante” ed è proprio lo stato in cui la cocaina riduce l’essere umano, incatenandolo al mondo materiale terrestre e così permettendo, inoltre, l’emergere del “doppio” arimanico.

Se per l’oppio e le altre sostanze luciferiche si assiste a un’espulsione del corpo astrale (seguito dall’Io) che va a effondersi nei mondi spirituali, per la cocaina avviene l’esatto opposto: il corpo astrale e l’Io vengono “risucchiati” all’interno del corpo fisico, tenacemente connessi alle forze della natura e della subnatura e totalmente esclusi da qualunque forza spirituale o di sentire. Ciò si traduce in una serie di effetti, sia fisici che psichici, diametralmente opposti a quelli prodotti dalle sostanze luciferiche: aumento del battito cardiaco, del ritmo della respirazione, della pressione arteriosa, della temperatura corporea, della peristalsi intestinale; grazie alla discesa delle forze astrali spariscono sonno e stanchezza e il consumatore si trova in uno stato di allerta e stimolazione costanti, come ben riportato da Sigmund Freud nel suo saggio “Sulla coca” del 1884:
“Durante questo stadio dell’azione cocainica appaiono quei sintomi che sono stati descritti come il meraviglioso effetto stimolante della coca. Un protratto e intenso lavoro, mentale o fisico che sia, può essere compiuto senza alcuna fatica, come se il bisogno di cibo e di sonno, che altrimenti si imporrebbe perentoriamente in certi momenti della giornata, fosse completamente eliminato. […] Io ho provato almeno una dozzina di volte questi effetti della coca, quali scomparsa della fame, del sonno e della fatica (mentale) e la maggiore efficienza nel lavoro intellettuale.”

Va da sé che queste caratteristiche sono esattamente quelle che il mondo attuale richiede all’essere umano, un mondo dove si è costantemente interconnessi da impulsi elettrici, dove è richiesta efficienza, brillantezza e resistenza nel campo del lavoro, così come in quello del divertimento, un mondo dove gli influssi arimanici agiscono in massimo grado come mai nella storia umana, permettendo l’affermarsi di quelle che possono venir definite le “eccellenze arimaniche” del nostro tempo: informatica, economia globalizzata, robotica, ingegneria genetica, per citarne alcune. In questi campi non solo non è richiesto l’intervento della sfera umana del sentire, ma è addirittura preferibile che non sia presente nemmeno in minimo grado, e a ciò la cocaina serve in maniera eccellente. Grazie a essa il consumatore inizia a escludere la sua parte spirituale dalla propria esistenza e si riduce a una “macchina pensante”, un essere sempre più duro, cinico e meccanicistico, nel quale non trova spazio alcun autentico sentimento di empatia né verso se stesso né verso gli altri. Ciò accade perché il sistema ritmico – fondamento fisico delle emozioni e dei sentimenti umani – viene sovraccaricato dalla cocaina (il già visto aumento dei battiti e del respiro, per esempio) con il suo conseguente esaurimento. Infatti sono proprio i polmoni e il cuore gli organi fisici direttamente danneggiati dalla cocaina e ciò porta il consumatore a sperimentare bui sentimenti di svuotamento e sfinimento che si configurano in quelle che la medicina antroposofica definisce “depressione di cuore” e “sindrome ossessivo-compulsiva polmonare”, entrambe patologie arimaniche per eccellenza.

Tutti gli effetti fin qui visti sono comuni a cocaina e amfetamine, ma con queste ultime si assiste addirittura a una loro estremizzazione in senso arimanico. Innanzitutto, per la prima volta in questa trattazione, siamo di fronte a composti di natura completamente sintetica di esclusiva origine inorganica (si ricorderà che anche la molecola base dell’ecstasy, il safrolo, è di derivazione vegetale). Benché le azioni sui corpi costitutivi siano le medesime, in particolare il risucchio del corpo astrale nel fisico, il meccanismo d’azione per giungervi è molto diverso, anche sul piano concettuale: se la cocaina attiva il sistema nervoso simpatico inibendo la degradazione dei nostri neurotrasmettitori adrenergici (dopamina, adrenalina e noradrenalina) e facendo così agire sostanze di nostra produzione che abbiamo già all’interno del corpo, le amfetamine invece mimano la struttura molecolare di tali neurotrasmettitori e si sostituiscono integralmente a essi nei recettori neuronali. È facile comprendere quanto gli effetti siano più intensi e duraturi e soprattutto quanto abbiano un’espressione ancora più fredda, artificiale, distaccata (in una parola “arimanica”), come riferisce la maggioranza dei consumatori di entrambe le sostanze.

Anche la storia delle amfetamine mette in evidenza il loro utilizzo come rimedi in campi meramente fisici e utilitaristici dell’esistenza umana: dalle pillole per il dimagrimento a quelle per svolgere sforzi fisici prolungati anche per giorni interi, dall’aumento delle prestazioni degli atleti e dei cavalli da corsa a rimedio per trascorrere notti intere sui libri in preparazione degli esami. Il campo dove hanno espresso in maniera più brillante la loro natura arimanica è stato ovviamente quello militare, essendo state impiegate massicciamente nel primo e soprattutto nel secondo conflitto mondiale (lo stesso Hitler ne era dipendente) e ciò ci autorizza a ritenerle corresponsabili di molte delle atrocità commesse durante le guerre (compresa quella del Vietnam), atrocità che potevano essere compiute solo da esseri umani la cui parte del sentire fosse stata completamente soppressa, come avviene proprio con l’utilizzo delle amfetamine.

Dal momento che nelle amfetamine tutti gli effetti della cocaina sono prodotti in maniera più aggressiva, esasperata, violenta e duratura (in media dodici ore rispetto alle due della cocaina) il prolungato incatenamento del corpo astrale al corpo fisico induce il consumatore, anche non cronico, a non riuscire ad addormentarsi per svariati giorni. Poiché il corpo astrale, seguito dall’Io, durante la notte fa ritorno ai mondi spirituali per rifornire l’individualità umana al risveglio di rinnovate energie spirituali, possiamo facilmente prevedere quanto il consumo di queste sostanze allontani il consumatore dai mondi soprasensibili, facendogli mancare sempre di più le necessarie energie spirituali e riducendolo a un semplice pezzo di materia. Una materia che, tra l’altro, accelera nella sua degenerazione fisica, portata da un lato dal mancato ristoro col riposo notturno e dall’altro dalla presenza incessante e oppressiva delle attività del sistema neurosensoriale che, per loro natura, generano processi catabolici di “morte” e di consunzione del corpo fisico. Sembra quasi che con le amfetamine si voglia rendere permanente nell’uomo quella condizione di “macchina pensante” già vista per la cocaina.
Infatti, se Steiner afferma che “la cosa più elevata, più bella, è che grazie alla forza del corpo umano l’elemento fisico può essere trasformato in elemento spirituale-animico” (O.O.128, “Una fisiologia occulta”), osserviamo che queste sostanze tentano di fare proprio l’opposto, ovvero trasformare l’elemento spirituale-animico umano in elemento fisico, cristallizzandolo nel mondo terrestre e subterrestre tramite l’assoluto predominio dell’apparato neurosensoriale. Che poi altro non è se non l’effetto della deriva materialista e meccanicista del mondo attuale, sempre più dominato dal “principe di questo mondo”.
Nel prossimo articolo andremo “oltre” questo mondo e oltre tutto l’universo fisico, gettando perfino uno sguardo sui mondi futuri con la trattazione delle sostanze allucinogene.
L’ANALOGICO

Vent’anni fa si scattavano ancora foto analogiche, come questi provini del 2002 di Virginio Favale. All’epoca mixavo con i vinili, guardando con sufficienza chi iniziava a convertirsi al digitale utilizzando gli orridi CD. Scrivevo i miei racconti con carta e penna, e quando dopo decine di cancellature e riscritture mi sembravano perfetti, li trasferivo di malavoglia sul pc per inviarli con la mail. Per non parlare delle lettere ad amici e amanti.
La cosiddetta Rivoluzione Digitale era in pieno corso, nessuno ormai dubitava più della sua prossima schiacciante vittoria, tuttavia molti di noi opponevano una disperata resistenza ad adeguarsi, aggrappandosi agli ultimi residui analogici. Percepivamo che il digitale avrebbe certamente reso tutto più semplice ma più finto, più veloce ma più superficiale, con milioni di dati facili da immagazzinare ma anche facili da dimenticare. Percepivamo che l’anima – di una foto, di una musica o di una lettera scritta con l’inchiostro – si sarebbe persa per sempre in miliardi di miliardi di asettici bit.
E adesso che ormai il digitale ha convertito alla sua sterilità ogni campo dell’umano, l’unica cosa che ci resta è cercare di riprovare ogni tanto quel tipo di emozioni, con il tempo e l’attenzione che richiedono, per ricordarci della vera natura di ciò che resta e di ciò che invece passa e vola via.
TOSSICI

Una straordinaria rilettura della Seconda Guerra Mondiale sulla base di documenti inediti che mostrano l’utilizzo diffuso di stupefacenti nella Germania nazista (e non solo), dalla popolazione ai soldati fino ai gerarchi e allo stesso Führer, in un regime che a parole si dichiarava contro ogni droga.
Grazie alla somministrazione generalizzata della metamfetamina Pervitin alle truppe, per esempio, la Germania inventò la guerra-lampo che le permise di conquistare la Francia in pochi giorni (inquietanti le testimonianze, con foto, dei soldati che non dormivano da due settimane), ma che nello stesso tempo portò a quel senso di onnipotenza delirante che la trascinò alla rovina.
Per la prima volta l’autore decifra con accuratezza i diari di Theo Morell, medico personale di Hitler, ponendoli in parallelo con l’avanzare del conflitto e dello stato psicotico del Führer stesso: da astemio e contrario a ogni droga (tanto da perseguitare i tossicodipendenti), in pochi mesi Hitler divenne consumatore di amfetamine, cocaina, derivati della morfina e altre combinazioni di stupefacenti che inventava il medico stesso e che doveva somministrare in dosi sempre maggiori, in un circolo vizioso che si avvitava di pari passo col procedere della disfatta.
Norman Ohler ci guida nelle parti più oscure della guerra con uno stile avvincente che fa assomigliare il libro più a un romanzo che a un saggio, ponendo l’attenzione su un aspetto del quale si deve tenere conto per comprendere a fondo tutti gli eventi e le atrocità di un periodo storico ancora pieno di interrogativi. Consigliato a chi ha già una buona conoscenza delle vicende e dei protagonisti della Seconda Guerra Mondiale.
SUI PARADISI ARTIFICIALI (5/7): L’ALCOL E IL CREPUSCOLO DEGLI DEI

Nel nostro viaggio di scoperta delle sostanze stupefacenti verso occidente, ora incontriamo l’alcol – droga del “Centro” per eccellenza – che appare nella storia dell’umanità all’apparire di Noè, capostipite dell’umanità post-atlantica.
“Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all’interno della sua tenda.” (Genesi 9:20, 21)
In queste semplici parole della Bibbia troviamo la caratteristica fondamentale dell’azione dell’alcol sull’uomo: l’allontanamento dell’Io e la sua “riduzione” alle attività più basse e terrestri del corpo fisico che l’essere umano condivide con gli animali, qui rappresentate da Noè che dorme per terra spogliato dell’Io. Come capostipite della nuova umanità, Noè ne rappresenta anche i difetti: non appena riceve questo dono dagli dei, subito ne abusa, regredendo a una condizione animalesca. Ma perché gli dei avrebbero donato all’uomo una sostanza che può essere così pericolosa? L’hanno fatto per sancire il loro distacco dall’uomo a partire dall’uomo stesso. Infatti l’essenziale dell’alcol, come vedremo, è di rafforzare il modo in cui l’Io si sente dentro al corpo fisico, quindi di far sentire l’uomo maggiormente inserito nell’elemento terrestre. Ciò è stato di fondamentale importanza durante il lunghissimo “crepuscolo degli dei” – il Kali Yuga – nel quale le divinità si sono progressivamente allontanate dall’uomo, e l’uomo stesso a sua volta, anche grazie all’alcol, si è allontanato dalle divinità. Questo processo – conclusosi nel 1899 e durato più di cinquemila anni – è stato un’imprescindibile necessità per l’evoluzione dell’uomo verso un sentire razionale, autocosciente e indipendente, per mezzo del quale ha potuto iniziare a sviluppare la sua libertà.
Per queste ragioni, nonostante le numerose testimonianze della sua produzione e del suo consumo come birra e vino presso i Sumeri e gli Egizi, è facile intuire che l’alcol sarebbe entrato nel pieno della sua missione evolutiva con l’inizio del periodo greco-romano, quando l’uomo avrebbe cominciato a far evolvere l’anima razionale.

“L’alcol ebbe una certa missione nel corso dell’evoluzione dell’umanità: per quanto possa apparire singolare, esso ebbe il compito di preparare, per così dire, il corpo umano a venire staccato dalla connessione col mondo divino, perché potesse svilupparsi l’«Io sono» individuale. Infatti l’alcol ha l’effetto di precludere all’uomo il contatto col mondo spirituale, nel quale l’uomo si trovava in passato. Questo effetto, l’alcol, lo possiede tuttora. L’alcol non è stato introdotto invano nell’umanità. In futuro si potrà affermare nel pieno senso della parola che l’alcol ebbe il compito di attirare l’uomo giù nella materia, sì da renderlo egoistico, da portarlo al punto di esigere per sé il proprio Io, di non metterlo più al servizio di tutto il proprio popolo. Così l’alcol ha reso all’umanità un servizio opposto a quello dell’anima di gruppo: ha tolto agli uomini la facoltà di sentirsi uniti in un tutto nei mondi spirituali.” (R. Steiner, O.O. 103 “Il Vangelo di Giovanni”)

Furono appunto gli antichi Greci ad avere come missione storica quella di far entrare coscientemente l’uomo sulla Terra, rendendolo indipendente dalle divinità e responsabile delle proprie azioni tramite l’intelletto. L’antico Greco non cercava infatti una sostanza che lo riportasse verso l’alto, che gli facesse riallacciare i legami con le divinità (come abbiamo visto per l’antico indiano che invece, tramite l’oppio o la cannabis, voleva tornare in connessione con quel mondo spirituale progressivamente oscurato dal Kali Yuga), ma appunto una sostanza che lo aiutasse a prendere possesso del suo corpo, della materialità terrestre. Consci dell’importanza di tale missione, i Greci attribuirono al vino un significato religioso, celebrandolo nel culto dionisiaco, ultimo dono dell’antica saggezza dei misteri. Le celebrazioni dionisiache non erano, almeno in principio, semplici orge sfrenate (come siamo abituati a considerarle a causa dalla loro degenerazione in baccanali di epoca tardo-romana), ma vere e proprie cerimonie religiose nelle quali gli effetti del vino erano considerati una sorta di “sfida” per l’Io e un mezzo per aumentarne il dominio sulle forze terrestri. Nel culto di Dioniso i partecipanti dovevano imparare ad acquisire sempre più controllo sul proprio “animale interiore” (il corpo astrale): venivano infatti sacrificati animali come il toro, simbolo delle forze animali interne all’uomo, e venivano eseguiti esercizi per allenare l’Io a controllare il corpo e l’anima, “vincendo” gli effetti del vino ingerito. Dioniso viene sempre raffigurato con il bastone rituale, il tirso, con il quale “tiene a bada” gli animali che lo circondano – immagini degli istinti, delle brame, delle passioni – alle quali l’uomo oppone la forza dell’Io rappresentata dal tirso posto in verticale, quale immagine dell’organizzazione dell’Io. Analogamente, durante i cenacoli dei filosofi veniva sempre assunto vino allo stesso scopo, così come, per esempio, riportato da Platone nel “Simposio”, dove Socrate – prototipo dell’uomo pensante moderno – è noto per riuscire a mantenere il controllo assoluto del proprio Io sull’astralità scatenata dal vino, e per questo considerato come un modello dai discepoli.

Con il procedere dei secoli il culto dionisiaco, che nel frattempo era passato ai Romani come culto di Bacco, degenerò al punto tale che in epoca imperiale si ebbe una completa inversione dei suoi intenti originari: durante i baccanali l’assunzione di vino non era più diretta ad acquisire maggior controllo sull’astralità, ma al contrario si desiderava lasciarsi travolgere da istinti, brame e pulsioni mettendo fuori uso il controllo dell’Io. Il tutto è peraltro riscontrabile nell’iconografia successiva, dove Bacco non è più rappresentato, come Dioniso, vigile ed eretto col tirso in pugno, ma come un rubicondo obeso che si lascia trasportare da una corte di animali, satiri e baccanti: il tirso è scomparso e con lui l’Io. Ciò accadde perché, dopo il messaggio del Cristo, l’alcol aveva virtualmente compiuto la sua missione evolutiva, almeno nel mondo romano.

“Ma proprio nella stessa epoca in cui l’umanità era stata più profondamente impigliata nell’egoismo ad opera dell’alcol, apparve sulla scena la forza più possente, quella che diede all’uomo l’impulso più intenso per ritrovare il contatto con l’universo spirituale. Da un lato l’uomo doveva discendere fino all’ultimo gradino per divenire autonomo, dall’altro doveva giungere la forza potente, capace di ridare l’impulso per ritrovare la via verso il tutto.” (R. Steiner, O.O. 103, “Il Vangelo di Giovanni”)

Nei Vangeli i riferimenti al vino sono numerosi, si pensi alle nozze di Cana, ma è con l’Ultima Cena che si chiude anche simbolicamente il ruolo evolutivo dell’alcol: il vino è diventato il sangue del Cristo, dunque l’uomo, per proseguire nella sua evoluzione, non deve più rivolgersi al vino ma al sangue della divinità, ovvero deve perseguire la riunione cosciente col mondo spirituale. Il Cristo ha così offerto una nuova strada per allacciare i contatti col mondo spirituale come libera scelta di un uomo ormai indipendente e sempre più cosciente di se stesso. Tuttavia, vuoi per gli influssi arimanico-luciferici (“Quello che è giusto per un’epoca, se viene esercitato in un’epoca successiva diviene arimanico o luciferico” R. Steiner, O.O. 193 “Sull’incarnazione di Arimane”), vuoi perché sia il Kali Yuga che il periodo greco-romano erano ancora in pieno corso, l’alcol aveva ancora tanta strada da percorrere accanto all’uomo, sempre come strumento di recisione dei contatti col mondo spirituale.

In questa sede non si può approfondire l’interessantissima storia dell’alcol (per cui rimando, come sempre, alla lettura del mio saggio “Paradisi Artificiali – Le droghe e l’uomo da un punto di vista scientifico-spirituale” edito da Novalis), ma bisogna almeno accennare al suo utilizzo, più o meno consapevole, da parte dell’uomo europeo come arma di distruzione di intere civiltà. Le strutture sociali dei Pellirossa, degli Aborigeni, dei popoli del Sudamerica o del Centrafrica, erano ancora felicemente basate sul rapporto diretto con il mondo spirituale, dunque l’introduzione improvvisa dell’alcol – che non apparteneva alla loro storia evolutiva – le fece collassare in pochi decenni, facilitandone la conquista. Del resto, ogni popolazione che abbia un’articolazione diversa dell’organizzazione dell’Io rispetto agli europei, tollera di meno e gestisce peggio l’assunzione di alcol, come per esempio gli orientali, che abbiamo visto essere più affini alle droghe definite “luciferiche”. L’alcol, come droga del Centro, possiede entrambe le caratteristiche luciferiche e arimaniche, ma queste ultime sono decisamente preponderanti, al contrario dell’ecstasy esaminata nello scorso articolo.

Come già accennato, gli effetti dell’alcol sono dovuti alla compromissione dell’organizzazione dell’Io, la sfera più alta dell’essere umano deputata al controllo e allo sviluppo dei corpi costitutivi inferiori. Per compiere queste attività, l’Io si serve del calore e dello zucchero veicolati dal sangue, ed è proprio su questi elementi che agisce l’alcol: già dopo il primo bicchiere il battito cardiaco e la pressione sanguigna aumentano a causa della ritrazione del corpo astrale nel corpo fisico tramite un tenace legame agli organi ritmici (cuore e polmone). Ciò provoca una vasodilatazione periferica che dà l’impressione di un aumentato calore, mentre in realtà non fa altro che disperdere il calore del corpo e abbassarne la temperatura. Successivamente l’alcol, grazie ai suoi metaboliti tossici, inibisce la produzione di zucchero nel fegato abbassando così la glicemia. A questo punto l’Io, trovandosi privato dei suoi mezzi operativi – zucchero e calore – e con la sua organizzazione ormai disarticolata, viene lentamente “espulso”, mentre il corpo astrale rimane contratto nel fisico. Da notare che, a differenza delle droghe esaminate finora, per la prima volta assistiamo a una contrazione del corpo astrale e non a una sua espansione: siamo di fronte a un effetto propriamente arimanico, mentre quello luciferico consiste nell’iniziale senso di leggerezza e sollevazione dovuto alla progressiva espulsione dell’Io. Quest’ultima è facilmente verificabile dalla progressiva perdita a ritroso di tutte le facoltà che ha appreso l’Io durante l’incarnazione terrestre: dapprima si ha confusione e compromissione del pensiero logico-razionale, poi della memoria e del linguaggio (l’ubriaco non riesce ad articolare le parole), dell’abilità a camminare (l’ubriaco barcolla) e infine, se si prosegue nell’assunzione, si perde la postazione eretta, prima conquista dell’Io nella vita. In questo modo il consumatore si trova tagliato fuori dal mondo spirituale e dalla propria essenza spirituale stessa (l’Io) che non può più esercitare il controllo sul corpo astrale, rivelando il lato squisitamente arimanico della sostanza. Il corpo astrale, letteralmente “incatenato” al corpo fisico, si lascia sopraffare da tutte quelle forze astrali che in condizioni normali erano tenute a bada dall’Io: piacere, dispiacere, simpatia, antipatia, pianto, riso, ma anche pulsioni più basse come brame, passioni irrefrenabili, istinti animaleschi, fino alle profondità delle forze eteriche (metabolismo, temperamento) e fisiche (peso, forza di gravità).

Dopo tutto questo “folleggiare” del corpo astrale, il giorno dopo arrivano puntuali i postumi della sbornia, il cosiddetto “hangover”: mal di testa pulsante, bocca secca, nausea accompagnata eventualmente da vomito, dolori muscolari, irritabilità, sudorazione, stanchezza, esaurimento. Questi effetti sono imputabili fisicamente al basso livello di zucchero nel sangue (che impedisce ulteriormente all’Io di riprendere il controllo della situazione) e all’accumulo di metaboliti tossici, soprattutto a livello del capo.
Dopo una sbornia, soprattutto se ripetuta nel tempo, per l’Io e il corpo astrale è sempre più difficile ripristinare una situazione di normalità, perché il corpo fisico e gli organi come il fegato, il cervello o il sistema nervoso, sono fisicamente danneggiati e non offrono più le stesse connessioni di prima, per cui è difficile per loro tornare a penetrarli come avviene in condizioni normali. Si può dire che mediante l’abuso di alcol, soprattutto se cronico, si viene a creare una configurazione “alternativa” dei corpi costitutivi che non è più quella originaria dell’Io, ma che nondimeno si confà maggiormente a un essere umano costantemente intossicato dall’alcol. Ciò spiega anche perché, se si torna a bere alcol durante un hangover, i sintomi spiacevoli – sia fisici che animici – tendono a sparire: l’Io che tentava di ripristinare lo status-quo è stato di nuovo estromesso e in sua vece è tornato l’alcol a determinare le interrelazioni tra i corpi costitutivi. Così nell’alcolista cronico si instaura quel circolo vizioso in cui il fisico continua ulteriormente a danneggiarsi e con lui le connessioni tra i corpi costitutivi stessi.

In particolare è il fegato a subire gli effetti distruttivi dell’alcol che a lungo andare, oltre a danneggiarlo fisicamente con la degenerazione grassa e la cirrosi, provoca un rilascio delle sue forze eteriche. Ciò porta alla tipica forma di “depressione epatica” dove l’alcolista si sente intrappolato nel suo passato, privo di volontà per relazionarsi al futuro, fino ad arrivare alla paura della vita stessa, con sensi di colpa che eventualmente possono portare al suicidio. Il rilascio di forze eteriche dal fegato porta anche a un altro fenomeno tipico, il delirium tremens. Come vedremo più nel dettaglio nell’articolo sugli allucinogeni, il rilascio di forze eteriche dal fegato provoca vere e proprie allucinazioni e condizioni di psicosi. A quel punto il ritorno a una condizione di normalità è pressoché impossibile: l’alcol ha fatto scendere così tanto l’uomo nella fisicità da avergli definitivamente precluso ogni possibilità di contatto con lo spirituale.
Su questa linea il nostro viaggio di scoperta delle droghe ci farà approdare nel prossimo articolo in Occidente, dove incontreremo la più arimanica di tutte le sostanze stupefacenti, i cui effetti appena descritti sono portati all’estremo: la cocaina e le sue sorelle sintetiche amfetamine.
IL SOLE A OCCIDENTE ALL’ACQUA ALTA

E finalmente il mio “Sole a Occidente” è tornato nella sua patria veneziana, con un firmacopie che si è tenuto il 24 marzo 2022 nella splendida libreria “Acqua Alta”, che ogni appassionato di lettura certamente conosce. Ovviamente con lui è stato presente anche il fratello francese, “L’Ange de la Décadence”, a disposizione dei lettori d’Oltralpe. Una splendida giornata nella quale ho potuto parlare con il pubblico interessato e che ho concluso, ça va sans dire, insieme ai miei amici di Venezia (e non solo) con brindisi e ubriacate nei bacari.





ACQUA ALTA!

Tra una settimana il mio romanzo “Il sole a occidente” tornerà a Venezia, sua patria. E lo farà in una delle librerie più belle d’Italia (e del mondo, a mio avviso): dalle 16,00 alle 18,30 sarò presente alla libreria “Acqua Alta” per una chiacchierata, un firmacopie e un immancabile bicchiere di prosecco, parlando di Venezia, di decadenza e d’eleganza.
SUI PARADISI ARTIFICIALI (4/7): L’ECSTASY E IL PARADISO PERDUTO

Partendo dal lontano Oriente, il nostro percorso di conoscenza scientifico-spirituale delle sostanze stupefacenti si è ora avvicinato al Centro, dove incontriamo come prima sostanza caratteristica l’ecstasy. Si tratta di una droga recentissima entrata prepotentemente nell’evoluzione dell’umanità durante gli ultimi quarant’anni, e che non può di certo vantare una storia millenaria come le già esaminate oppio e cannabis. Allora cosa l’ha resa degna di una trattazione accanto a tali blasonate cugine? Innanzitutto la sua larga diffusione che l’ha portata ad essere la quarta droga più consumata nel mondo, nonché la sua assoluta unicità di azione che non trova riscontro in nessun’altra sostanza: l’ecstasy è la droga dell’equilibrio, della completezza, del “ritorno a casa”. Equilibrio perché in questa sostanza le caratteristiche luciferiche e arimaniche raggiungono un bilanciamento perfetto – del resto stiamo parlando di una droga del Centro – convivendo in un’atmosfera che potremmo definire di collaborazione e non di contrapposizione; completezza perché nei suoi effetti sono in un certo senso “riassunti” gli effetti di tutte le sostanze stupefacenti conosciute dall’umanità, dalla stimolazione cocainica al deliquio oppiaceo, dall’espansione di coscienza lisergica all’amore universale della cannabis; il “ritorno a casa” perché in nessuna delle droghe appena citate è così forte la sensazione di essere tornati dove tutto è iniziato, nel giardino dell’Eden, in quello stato di purezza antecedente al “peccato originale” che caratterizzava l’umanità della prima epoca Lemurica. Di quest’ultima l’ecstasy evidenzia soprattutto la condivisione e la vicinanza animica con gli altri esseri del creato, in una sorta di coscienza collettiva consapevole dell’amore e della saggezza che governano il mondo, cosa ovvia per l’uomo di quelle epoche: non a caso il primo nome in uso per l’ecstasy è stato proprio “Adam”.
Di certo i primi ricercatori e psichiatri che la utilizzarono non avevano conoscenze iniziatiche, ma battezzandola come Adam sicuramente percepirono il suo forte richiamo a una condizione primordiale dell’umanità. L’appellativo di “ecstasy” cominciò a entrare in uso quando tale sostanza si identificò sempre di più – in un certo senso banalizzandosi – con l’ambiente delle discoteche come la “droga per ballare”. Tuttavia questo è un altro elemento che la ricollega all’epoca Lemurica, quando per l’uomo esisteva la danza come vitale e unica forma artistica con la quale seguiva la musica delle sfere, il ritmo della vita, dei pianeti, della natura e degli dei che era ancora in grado di percepire: l’uomo danzava in una coscienza collettiva senza soluzione di continuità tra la propria individualità e quella degli altri uomini, tra sé e la natura, e soprattutto tra la propria coscienza e quella divina, con la quale ancora formava un tutt’uno.

L’ecstasy si propone lucifericamente proprio di far sperimentare quello stato paradisiaco per il quale l’uomo ha sempre conservato inconsciamente una forte nostalgia e, per rendere l’uomo attivo e lucido in questa esperienza, stavolta Lucifero “chiama in aiuto” Arimane, con il compito di trattenere l’Io del consumatore sulla Terra, nel qui ed ora insieme agli altri uomini, senza permettergli di perdersi nei mondi astrali come accade per l’oppio e la cannabis (è chiaro che anche in questa condizione – come per tutte le droghe – l’Io resta un semplice spettatore degli effetti che produce la droga sui suoi corpi costitutivi, conservandone certamente il ricordo una volta che l’effetto è svanito, ma senza aver acquisito alcuna evoluzione data dal suo attivo operare).
Per comprendere il peculiare meccanismo di azione dell’ecstasy sui corpi costitutivi, bisogna prima dare uno sguardo alle entità vegetali da cui deriva, nonché alla sua storia.
A differenza delle droghe fin qui esaminate, l’ecstasy non è una sostanza completamente naturale ma semisintetica, in quanto alla molecola di partenza, il “safrolo”, viene aggiunta chimicamente la parte amminica. Il safrolo è un composto aromatico tossico presente in diversi vegetali anche di uso alimentare, come la noce moscata, lo zafferano, il pepe nero e il cacao. È interessante notare come questo nucleo safrolico sia il responsabile degli effetti luciferici di espansione dei corpi superiori da parte dell’ecstasy – che possiamo quindi chiamare a buon diritto una “spezia per l’anima” – mentre la parte aggiunta sinteticamente la rende simile ai neurotrasmettitori come l’adrenalina e la dopamina, ed è la responsabile degli effetti arimanici di veglia e iperattività “terrestre” dovuti al maggior inserimento di una parte dei corpi superiori nel corpo fisico.
La sintesi dell’ecstasy a partire dalla noce moscata è dovuta al chimico tedesco Fritz Haber nel 1898. Brevettata dalla Merck nel 1912, ne fu tentato l’impiego come anoressizzante e stimolante per le truppe della Grande Guerra, con scarsi risultati. In seguito alla sconfitta della Germania, l’ecstasy e molte altre sostanze brevettate vennero consegnate agli Stati Uniti come bottino di guerra, e così l’ecstasy lasciò il suo luogo di nascita nel Centro per spostarsi in Occidente, cadendo nell’oblio per qualche decennio. Chi la riportò in vita fu il valente biochimico e farmacologo californiano Alexander “Sasha” Shulgin, di padre russo e madre statunitense (curiosamente anche nella sua persona si incontravano l’Oriente e l’Occidente), che a partire dagli anni ’60 si occupò di sintetizzare e provare su se stesso più di duecento sostanze psicoattive – tra le quali l’ecstasy – dopo l’incontro karmico con la mescalina che cambiò per sempre la sua esistenza.

“Quel pomeriggio compresi che il nostro intero universo è contenuto nella mente e nello spirito. Noi possiamo scegliere di non accedervi, possiamo addirittura negarne l’esistenza, ma nondimeno esso è dentro di noi, ed esistono sostanze chimiche in grado di favorirne l’accesso”. (A. Shulgin, “Dr. Ecstasy”, 2006)
L’ecstasy fu così introdotta e utilizzata estensivamente in psichiatria soprattutto in California che, come vedremo nell’articolo sugli allucinogeni, si configura come il vero e proprio “centro misterico” della modernità.
Parallelamente iniziò il suo uso voluttuario che le fece riattraversare l’oceano per trovare come primo approdo l’isola di Ibiza degli anni’80, dove si unì in un legame felice e indissolubile con la prima house-music: sonorità tribali ancestrali e danza, uniti a uno stato interiore di amore universale, nell’isola da sempre associata a felicità e spensieratezza: il Paradiso Perduto era ritrovato. Proprio grazie a questa potente illusione luciferica – basata però su qualcosa di reale e condiviso, e non su un paradiso interiore e immaginario come quello dell’oppio – l’ecstasy si è poi diffusa in tutto il mondo, rimanendo associata all’ambiente delle feste, delle discoteche e dei rave-party, ovunque si potesse creare una comunità basata sull’empatia e l’amore (artificialmente indotti, come vedremo) a ritmo di musica. Per comprendere veramente l’effetto dell’ecstasy non si può mai prescindere dalla relazione costante con gli altri consumatori.

Come abbiamo visto per la cannabis, l’effetto “sociale” è ottenuto da un parziale distacco del corpo astrale che viene disposto dalla droga nella configurazione dell’innamoramento, ancora più marcata nel caso dell’ecstasy. Anche in questo caso, rimanendo il corpo astrale nelle vicinanze del consumatore, si verifica una sorta di “fusione” della parte fluttuante del proprio corpo astrale con quello dei consumatori nello stesso stato, ottenendo l’empatia e la vicinanza animica. A differenza di oppio e cannabis, che provocano solo l’allontanamento dei corpi superiori con conseguente diminuzione dello stato di veglia e relativa confusione, una parte dei corpi superiori non solo è trattenuta dall’ecstasy, ma inserita ancora più tenacemente nel corpo fisico (il contemporaneo effetto amfetaminico – e dunque arimanico – cui si accennava in precedenza). Ne consegue che il consumatore può sperimentare in stato di veglia il contatto con l’amore universale e soprattutto con le altre anime, in uno stato di beatitudine che però, come l’innamoramento indotto, non sorge per un moto dell’Io ma è solo un mero effetto della sostanza. Poiché l’assunzione di ecstasy è paragonabile a un vero e proprio metodo di iniziazione del passato (per motivi che non ho modo di spiegare in questa sede, ma per i quali rimando come sempre alla lettura del mio saggio “Paradisi artificiali” edito da Novalis), si assiste a un’attivazione precoce del fiore di loto a dodici petali, i cui sei petali ancora inattivi vengono messi in movimento dalla droga e non tramite l’esercizio e l’evoluzione individuale.

A questo punto è facile comprendere quali siano i postumi dell’assunzione di ecstasy: a livello fisico si ha una deplezione dei neuroni serotoninergici, data la notevole quantità di serotonina che viene liberata d’un colpo dalla sostanza, con conseguenti stati depressivi e psicotici; a livello eterico si assiste a un esaurimento delle forze dovuto alla super-attività indotta dalla parte amfetaminica, che innalza artificialmente la soglia di resistenza fisica, stanchezza, fame e sonno; a livello animico i sentimenti di empatia e gioia si trasformano nel loro opposto di tristezza, ostilità verso il prossimo e l’ambiente, paura, chiusura in se stessi. A ciò contribuisce la deformazione, che può essere permanente, del fiore di loto non correttamente attivato, come già descritto da Rudolf Steiner ne “L’iniziazione” (O.O. 10) riguardo a metodi iniziatici non corretti, dei quali l’ecstasy rappresenta un esempio:
“La disciplina occulta può anche dare speciali indicazioni che accelerano la maturazione di questo fiore di loto, e anche qui la formazione regolare di quest’organo sensorio dipende dallo sviluppo delle qualità sopracitate (per esempio con i Sei Esercizi, N.d.R.). Se non si provvede a questo sviluppo, l’organo risulterà deformato. In tal caso, con lo svilupparsi di una certa chiaroveggenza, le suddette qualità possono volgersi al male, anziché al bene. L’uomo può diventare particolarmente intollerante, pauroso, contrario al suo ambiente. Ad esempio può arrivare a sentire i sentimenti delle altre anime, e di conseguenza allontanarsene e odiarle. Può giungere a tal punto che, per il freddo che gli invade l’anima di fronte a opinioni opposte alle sue, non sia in grado di ascoltarle, assumendo un atteggiamento ostile.”

Inoltre l’Io è costretto a seguire il corpo astrale nella sua espansione divenendo anch’esso periferico, e nel contempo è obbligato a “guardare” l’altra parte del corpo astrale connettersi ancora più energicamente ai corpi fisico ed eterico. Questa perdita di centralità sul momento risulta piacevole all’Io che viene così “messo da parte”, ma tornando alla vita reale si traduce in una sempre maggiore mancanza di iniziativa, instabilità e perdita di contatto con la realtà. A tutto questo bisogna aggiungere l’evocazione artificiale di stati di coscienza precedenti dell’umanità che porta a un progressivo dissolvimento dell’Io nel tutto e, in particolare per un uso ripetuto, a compiere in definitiva un “passo indietro” nell’evoluzione: le esperienze di apertura, empatia, calore, simpatia e amore, sperimentate sotto l’effetto della sostanza, non potranno mai diventare qualità dell’Io perché non sono state acquisite con l’esercizio, lo sforzo e l’errore, e oltretutto si riferiscono a uno stato precedente e non più ripetibile dell’evoluzione (bisogna però sottolineare l’indubbia “valenza karmica” che potrebbe avere anche una singola assunzione di tale sostanza, e sarebbe da riflettere sulla natura libera o non libera degli incontri e dei legami interumani che si formano grazie a essa, come ampiamente riportato in letteratura).

La molecola originaria dell’ecstasy ha inoltre subito negli anni svariate variazioni molecolari ad opera dei laboratori clandestini dove viene sintetizzata e, nella forma di “pasticca” in cui giunge al consumatore finale, è spesso associata ad altre sostanze sintetiche, dagli allucinogeni ad altre metamfetamine delle quali non si conosce mai la vera natura. Ciò rende difficile non solo lo studio degli effetti a lungo termine, ma anche l’intervento sanitario nei casi di sovradosaggio o reazioni avverse, prima fra tutte l’ipertermia maligna, spesso fatale. Il tutto è ulteriormente complicato dalla contemporanea assunzione da parte del consumatore di altre sostanze stupefacenti, tra le quali è sempre presente l’alcol, che amplifica a dismisura sia gli effetti disforici che la severità dei postumi.
Proprio l’alcol, droga onnipresente e tipica del percorso evolutivo dell’uomo del Centro, sarà l’argomento di studio del prossimo articolo.
LE CENERI

“Come ogni anno, il martedì grasso si era presentato sotto i migliori auspici nonostante le condizioni fisiche seriamente minate dai giorni precedenti. Tuttavia, man mano che si capitolava verso la conclusione, l’inquietudine negli animi cresceva. Quando l’ultima nota dell’ultima canzone dell’ultima festa si abbatteva come una scure sull’intero Carnevale, l’inquietudine si trasformava in disperazione e si era presi da una frenesia – a volte patetica – di prolungare con ogni mezzo quell’agonia. Allora si finiva in qualche festa che si trascinava ormai disfatta o si cercava di radunare nella propria abitazione qualche altro disperato, per vivere le prime ore delle Ceneri come se il Carnevale non fosse mai finito. Tuttavia gli animi non avevano più la stessa leggerezza di poche ore prima e si spalancava sotto di loro un abisso senza speranza.”
(tratto da “Il sole a occidente” parte II, capitolo II)
(in foto l’isola di San Michele, il cimitero di Venezia, la sera delle Ceneri di qualche anno fa)
FONDAMENTA DEGLI INCURABILI

“Così, mentre ti aggiri per questi labirinti, non sai mai se insegui uno scopo o fuggi da te stesso, se sei il cacciatore o la sua preda.”
Ho sempre ritenuto che gli esiti più felici in letteratura si raggiungono quando un poeta – ma un poeta vero, di quelli che possiedono singolari connessioni tra i sensi, il cuore e la mano che scrive, com’era Iosif Brodskij – crea della prosa. Poi quando questa prosa è ispirata e dedicata a una città come Venezia (non è forse anch’essa una poesia in prosa?) si toccano le vette più alte.
“Fondamenta degli incurabili” non è un romanzo, né un trattato. E’ una breve raccolta di suoi scritti e divagazioni, in apparenza slegati tra loro, dei suoi esili veneziani negli anni ’70 e ’80. Al netto di qualche ingenua infatuazione da colto straniero – peraltro dichiarata – il libro è un piccolo gioiello che non può assolutamente mancare tra le pietre preziose dei malati di Venezia. Gli “incurabili”, appunto, per i quali “una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre.”
Leggendo Brodskij, un incurabile può ritrovare suoi pensieri e sensazioni, a volte con sovrapposizione totale, perché tutti gli incurabili hanno il privilegio di attingere allo stesso pozzo di emozioni che Venezia dischiude per loro. Poi per fortuna esistono fuoriclasse come Brodskij che le traducono in parole, a volte con un sapore profetico: “Vorrei far notare che l’idea di trasformare Venezia in un museo è tanto assurda quanto quella di rianimarla con l’immissione di sangue nuovo. Intanto, quello che passa per sangue nuovo è sempre, alla fine, orina vecchia. E poi, questa città non ha gli attributi per essere un museo, essendo lei stessa un’opera d’arte, il capolavoro più grande che la nostra specie abbia prodotto. Non rianimi un dipinto, tantomeno una statua: li lasci in pace, li difendi contro i vandali – contro orde di cui tu stesso, forse, fai parte.”
SUI PARADISI ARTIFICIALI (3/7): LE MILLE E UNA CANNABIS

Con l’articolo dedicato all’oppio abbiamo iniziato il nostro viaggio nello spazio e nel tempo alla scoperta delle sostanze stupefacenti e dei loro rapporti soprasensibili con l’essere umano, rapporti che ne hanno influenzato l’evoluzione fino a segnare, in alcuni casi, vere e proprie epoche o precisi confini geografici e antropologici.
Al pari dell’oppio, la cannabis si situa decisamente a Oriente per gran parte della sua storia, comparendo anch’essa per la prima volta in Asia Centrale durante il periodo paleo-indiano, e quindi anch’essa sotto l’influsso pieno dell’entità luciferica. Come abbiamo visto, il proposito di queste sostanze è di far regredire l’uomo a una condizione evolutiva precedente, allontanandolo dalla percezione chiara e cosciente del mondo materiale verso un’illusoria – e ormai superata – percezione sognante dei mondi spirituali. Per raggiungere tale effetto, questo genere di droghe agisce sui corpi costitutivi dell’uomo “staccando” i corpi superiori (astrale e Io) da quelli inferiori (eterico e fisico) e ricreando così le condizioni che si verificano con il sonno notturno. La differenza con quest’ultimo consiste nel permanere comunque della coscienza – seppure attutita – che permette al consumatore di sperimentare da “sveglio” il contatto coi mondi spirituali che normalmente avviene di notte, nonché la sensazione beatificante di essere tornato nelle braccia delle divinità, come avveniva in epoche remote.
Se però l’oppio ricrea fedelmente la configurazione dei corpi costitutivi del sonno notturno, la cannabis presenta importanti differenze che si traducono in risultati diversi nel consumatore, pur rimanendo nell’ambito luciferico di azione. Con la cannabis otteniamo un effetto più allegro ed euforico, e constatiamo la sua fondamentale caratteristica di “socialità”, del tutto assente nell’oppio. Ciò è perfettamente riassunto dalle parole del filosofo Walter Benjamin, il quale negli anni ’20 eseguì, in compagnia di altri intellettuali, dei veri e propri esperimenti sulle modificazioni della psiche provocate dall’assunzione di hashish e di altre droghe. In un resoconto del 1927, riportato nel libro “Sull’hashish”, Benjamin scrive:
“Illimitata benevolenza. Si dischiude il buon «carattere». Tutti gli astanti assumono la gamma del buffo. Al tempo stesso ci si compenetra con la loro aura. Nel sorridere ci si sentono spuntare delle alucce. Sorridere e svolazzare affini”.

Come sono diversi questi effetti rispetto all’oblio e al solitario distacco emotivo provocato dall’oppio! Troviamo innanzitutto l’illimitata benevolenza verso gli altri esseri umani, proprietà che delinea la cannabis come la droga per eccellenza della “socialità”, venendo infatti consumata in gruppo, sia nei riti più antichi che ai giorni nostri. Tale benevolenza è indotta dalla particolare configurazione in cui la cannabis dispone il corpo astrale (per una trattazione completa rimando, come sempre, al mio saggio “Paradisi Artificiali” edito da Novalis) che corrisponde a quella dell’innamoramento, ovvero quando in un essere umano si accendono sentimenti – e sottolineo la parola “sentimenti”, perché qui siamo in esclusivo ambito astrale – di amore verso il prossimo. In questo modo il corpo astrale non si allontana eccessivamente dall’individuo (come avviene per l’oppio), ma rimane nelle sue vicinanze, seppur molto allentato, e ciò porta un’ulteriore rinforzo dell’empatia verso l’individuo che consuma la sostanza durante lo stesso rituale di gruppo: i corpi astrali dei consumatori allentati e “svolazzanti” hanno la possibilità di fondersi in parte l’uno con l’altro, aumentando la sensazione di comunanza e di condivisione dei sentimenti (è ciò che Benjamin descrive come compenetrazione con “l’aura” – ovvero il corpo astrale – degli astanti). L’allentamento del corpo astrale porta anche all’altro effetto: l’ilarità e le risate immotivate caratteristiche della cannabis (il “buffo” descritto da Benjamin). Infatti, come spiega nei dettagli Rudolf Steiner durante una conferenza a Berlino del 1910 (O.O.59 “Ridere e piangere”), “l’espressione dell’allargarsi del corpo astrale è nel corpo fisico il ridere o il sorridere”.
Arrivati a questo punto è fondamentale evidenziare, ancora una volta, che nella genesi di tutte queste sensazioni, sentimenti, emozioni, l’Io non ha alcun ruolo attivo, è solo uno “spettatore”. Anche in questo caso – come per tutte le droghe – non è grazie a un impulso cosciente dell’Io che si verificano i cambi di configurazione dei corpi costitutivi responsabili degli effetti rilevabili nel fisico, ma è la sostanza stessa a farlo, agendo quindi al posto dell’Io. Per esempio, semplificando molto, quando ci troviamo davanti a una situazione buffa, è l’Io che fa “allargare” il corpo astrale scatenando poi il riso, mentre con l’assunzione di cannabis è la sostanza che si occupa di far compiere questo movimento al corpo astrale che produrrà poi il riso, per la maggior parte delle volte appunto immotivato. Lo stesso vale per la benevolenza verso il prossimo generata dalla “configurazione dell’innamoramento” di cui è responsabile la cannabis, e non già i sentimenti che l’Io prova verso quella determinata persona. È ovvio che, laddove esistano già tali sentimenti, la cannabis agisce amplificandoli, ma sempre in maniera artificiale. Ci occuperemo più in dettaglio di questo effetto, nonché di quello della parziale “fusione” dei corpi astrali, nell’articolo dedicato all’ecstasy.

Se nella prima parte del suo effetto la cannabis si discosta parecchio dall’oppio, nella seconda parte (o per dosi più alte, o per un consumo cronico) si avvicina al suo “fratello maggiore”, inducendo nel consumatore uno stato soporifero e sognante di isolamento che spesso si conclude nel sonno.
Anche in questo caso le ore successive al termine degli effetti psicotropi sono le più difficili, perché i corpi costitutivi devono tentare di ricostituire le corrette connessioni tra loro (soprattutto tra i corpi superiori e gli inferiori) che sono state danneggiate dall’assunzione della sostanza. Inoltre l’Io si trova in uno stato di esaurimento, stanchezza e impossibilità di dare compimento ai propri atti di volontà come conseguenza dell’inusuale sovrabbondanza di sensazioni e percezioni cui ha dovuto far fronte nell’ebbrezza appena trascorsa.

Ciò porta a un “effetto rebound” di nervosismo, irrequietezza e paura: i corpi costitutivi del consumatore hanno perso la loro stabilità, le loro interrelazioni sono parziali e precarie, e questo arreca un sentimento di progressiva insicurezza e vuoto interiori (sentire), pensieri confusi e sognanti (pensare), perdita della volontà (volere). È facile capire quanto questi effetti siano più nocivi tanto più l’età del consumatore è bassa. Infatti durante l’adolescenza il corpo astrale dovrebbe gradualmente sviluppare la sua struttura tramite l’interazione con i sentimenti che si presentano nella vita, mentre con l’uso ripetuto di cannabis non solo viene ostacolato questo processo, ma addirittura invertito. Così l’Io del consumatore cronico rimane uno spettatore passivo, impossibilitato a interagire con i reali sentimenti di amore o sofferenza che il corpo astrale dovrebbe sperimentare durante l’adolescenza. Allo stesso modo è facile capire perché proprio in quell’età ci sia il maggior uso e abuso di cannabis, per quell’inconscio desiderio di sfuggire all’inevitabile discesa definitiva nella materia che porterà all’età adulta. È tipico di chi è stato consumatore cronico di cannabis durante l’adolescenza di conservare particolari connotati del carattere adolescenziale anche nell’età adulta, a causa dell’interruzione o del turbamento del naturale processo di evoluzione nel momento in cui avrebbe dovuto avere luogo. Analogamente, come la cannabis è utilizzata dall’adolescente per ostacolare la progressiva discesa del corpo astrale dai mondi spirituali, così nell’adulto è utilizzata proprio per permettere al corpo astrale di tornare a innalzarsi verso quei mondi, “sollevandosi” dall’aridità del mondo materiale. Ron Dunselman la definisce proprio “un’inconscia ricerca di una vita spirituale.”
Ciò era già ben noto ai popoli paleo-indiani che le attribuivano origine divina, come riportato nei Veda, definendola “sorgente di gioia e di felicità”. Ancora una volta risulta evidente la differenza con l’oppio, definito invece, per esempio dagli antichi Egizi, come “pianta che dona sogni, sonno e morte”. Accanto al suo uso voluttuario – che aveva sempre e comunque l’intento luciferico di riportare l’uomo verso l’antica percezione dei mondi spirituali – esisteva il suo uso medico come antidolorifico, la cui prima testimonianza si trova in un trattato di medicina cinese del 2700 a.C. e che, come per l’oppio, è un utilizzo tuttora valido. Di uso quotidiano in India già documentato nel 1000 a.C. e descritta da Erodoto come sostanza utilizzata dagli Sciti, il suo rinvenimento all’interno del Necromanteion (il tempio dell’Oracolo dei Morti in Grecia) fa presumere anche un suo uso iniziatico per il discepolo che doveva accedere ai Misteri ellenici.
Furono gli antichi Romani a distruggere i templi misterici – come voleva la loro missione evolutiva di portatori dell’anima razionale – e con essi anche l’uso voluttuario della cannabis per il nostro continente. Infatti i Romani la utilizzarono soprattutto come fornitrice di fibre resistentissime per fabbricare sacchi, indumenti e vele di imbarcazioni, utilizzo che è proseguito nel corso della storia e che ha permesso alle navi spinte dalle vele di canapa di solcare i mari di tutto il mondo. Possiamo senz’altro affermare, citando il Pelikan, che “tramite essa l’essere umano si è fatto per la prima volta una chiara idea del pianeta”.
Il suo utilizzo come tessuto a contatto con l’aria e il calore ci conferma le caratteristiche fondamentali della pianta stessa, di fogliame arioso, impollinata dal vento, completamente aperta alla luce solare. Da sottolineare anche il suo strettissimo rapporto con il calore (altra segnatura della sua natura luciferica), in quanto pianta in grado di crescere a tutte le latitudini, ma produttrice di principio attivo stupefacente in proporzione diretta al calore ricevuto: più il clima è caldo, più si avrà un’alta concentrazione di principio attivo, più è freddo e meno sarà presente, fino a scomparire del tutto nelle piante coltivate al nord (ovviamente in condizioni ambientali naturali e senza apporto di calore artificiale) che forniscono solo fibra tessile e sono praticamente prive di effetti psicotropi.

Riprendendo il nostro viaggio spazio-temporale nel primo medioevo, mentre in Europa la canapa veniva coltivata solo per uso tessile, completamente diverso fu il suo rapporto con gli Arabi: anche a causa del divieto coranico per l’alcol, divenne la principale droga di uso voluttuario che entrò a far parte della cultura araba, come l’alcol di quella occidentale. Nella produzione letteraria araba possiamo rilevare ovunque il profumo dell’hashish (che in arabo significa “erba”), presente nelle atmosfere lascive e sognanti della fiaba, come quelle che pervadono le novelle delle “Mille e una notte”, dove – come narra Dumas a proposito dell’hashish nel suo “Conte di Montecristo” – “il sogno regna come padrone, allora è il sogno che diventa vita, e la vita diviene sogno”.
Come i Romani ebbero il compito di diffondere l’alcol verso Occidente nell’emisfero boreale, così gli Arabi diffusero l’uso della cannabis passando per l’emisfero australe: dal Nord Africa la cannabis raggiunse tutto il continente africano, entrando nell’uso corrente di parecchie tribù sia come farmaco che come droga voluttuaria. Da lì, tramite la tratta degli schiavi, raggiunse il Sudamerica dove fu ribattezzata “marijuana”, sebbene alcuni storici ritengano che già fosse in uso presso gli Aztechi a scopi religiosi. A prescindere dalla sua diffusione a opinione degli storici, ciò che ci interessa è capire quali popolazioni la utilizzarono prevalentemente per i suoi effetti psicotropi. Come abbiamo visto, esse sono le popolazioni dell’Oriente, del Medio-Oriente, quelle di razza nera e di razza mista, come i creoli, che furono gli unici a utilizzarla a questo scopo nel continente americano: tutte popolazioni più recettive alle droghe luciferiche. Al contrario, in Occidente l’uso stupefacente della cannabis non ebbe mai presa fino al Novecento, quando arrivò grazie a quelle popolazioni di immigrati per le quali era parte della loro cultura di origine: i giamaicani in Inghilterra, i sudafricani in Olanda, i maghrebini in Francia, per citarne alcune. Così, partendo dagli ambienti vicini alla musica jazz, iniziò a prendere piede nella cultura occidentale verso la fine degli anni ’50 per poi esplodere letteralmente nel decennio successivo: hippy, studenti, giovani operai e intellettuali iniziarono a fare della cannabis il loro stile di vita, sia con lo scopo di espandere la propria coscienza, sia con intenti meramente voluttuari o come rimedio per la solitudine e il vuoto interiore che la vita occidentale trainata da Arimane stava rapidamente e impietosamente mettendo davanti ai loro occhi. E così ritorna l’immagine del “rifugio luciferico” dall’indifferenza e dal gelo del mondo tecnologico e meccanicista di Arimane (già vista per l’oppio e i suoi derivati) che ha permesso alla cannabis di diventare negli ultimi cinquant’anni la droga più utilizzata e diffusa al mondo, seconda solo all’alcol.
L’ARTE DI ELSA

Dove c’è una figura nascosta, con un tratto di china Elsa Fabrega la porta alla luce. Non importa se sia su una vecchia cartina geografica o sulle pagine ingiallite di un erbario seicentesco: tutto nasconde un corpo cui donare vita erotica.
Ho finalmente incorniciato questa sua opera presa alla mostra del settembre scorso qui a Roma, e aspetto il ritorno dell’amica Elsa per una nuova mostra!
SUI PARADISI ARTIFICIALI (2/7): L’OPPIO E I SUOI DERIVATI

È dell’oppio che innanzitutto la mia anima è malata. Io vado a cercare nell’oppio che consola, un Oriente all’oriente dell’Oriente. (F. Pessoa, “Opiàrio”, 1914)
Come annunciato nello scorso articolo, il nostro viaggio di scoperta delle sostanze stupefacenti inizierà dal lontano Oriente, dove agli albori dell’epoca post-atlantica l’uomo incontrò il papavero da oppio, la pianta in assoluto più vicina all’entità luciferica. Del resto, in quel continente dove le catene montuose si dispongono da Est a Ovest (e non da Nord a Sud come nel continente americano), gli influssi della subnatura arimanica non hanno mai avuto facile accesso, lasciando campo libero all’operare di Lucifero. Tale entità, oltretutto, ha influenzato l’evoluzione dell’uomo con maggior forza nelle epoche passate, cedendo man mano il campo ad Arimane in epoche più recenti, fino all’attuale dove quest’ultimo ha acquisito un’indubbia supremazia.
Qual è dunque la proposta luciferica per combattere questo mondo freddo, tecnologico, materialistico, dove non c’è più spazio per la poesia e la bellezza, impietrite nel gelido calcolo razionale di Arimane? Sempre la stessa, da millenni: la fuga, il rifiuto della realtà terrestre per rifugiarsi in illusori mondi spirituali, nel passato, nell’idea del Bello, con un senso di superiorità rispetto alla massa di formichine operose che agiscono meccanicamente nella volgare materia. E se tale proposta ai nostri giorni raccoglie ormai pochi consensi, dobbiamo pensare che all’inizio dell’epoca post-atlantica (circa diecimila anni fa, al debutto in Asia del periodo paleo-indiano) era parte integrante dell’uomo che cominciava ad aprire coscientemente gli occhi sul mondo fisico-sensibile.
Il paleo-indiano avvertiva infatti il progressivo oscuramento della percezione diretta dei mondi spirituali avuta fino ad allora – e per questo da lui considerata l’unica realtà, il nirvana – a vantaggio della percezione sempre più chiara del mondo materiale terrestre, da lui ancora considerato illusione, maya. Tuttavia così doveva procedere l’evoluzione (basti pensare che ai giorni nostri i concetti si sono completamente ribaltati: per noi l’unica realtà è il mondo materiale, mentre i mondi spirituali non sono che illusione, maya) e per questo il paleo-indiano conservava una struggente nostalgia verso quei mondi spirituali dai quali si era inesorabilmente separato. Tale nostalgia, insieme al concetto di maya e nirvana, conserva un’eco profonda nelle attuali religioni o filosofie orientali che derivano da quei tempi remoti. E proprio in quei tempi apparve lo splendido papavero da oppio, colmo del suo lattice magico che prometteva all’uomo di ritornare nelle braccia delle divinità, facendogli dimenticare il mondo materiale e i suoi dolori – fisici e animici – sostituendo la beatitudine alla nostalgia, e il sogno alla chiara coscienza diurna.
In sostanza, l’intento del papavero da oppio era – ed è tuttora – di annullare nell’uomo gli effetti della caduta nella materia, di cancellare quel distacco dai mondi spirituali, così come rappresentato, per esempio, nell’immagine della “cacciata” dal Paradiso Terrestre di tradizione giudaico-cristiana.
“Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te
e mangerai l’erba campestre.
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;
finché tornerai alla terra,
perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai!”
Genesi (3:17)
Dolore, fatica, sudore, necessità di mangiare, malattia, morte. Tanto all’uomo è costato scendere e operare nella materia, aprire gli occhi alla conoscenza, acquisire progressivamente l’autocoscienza con il progredire dell’evoluzione. L’oppio ci permette di cancellare tutto ciò: insieme al dolore e alla nostalgia verrà quindi oscurata anche la coscienza. Per fare questo ci riporta alla condizione umana precedente alla “caduta” (chiamata in scienza dello spirito epoca lemurica), quando l’abbozzo umano era simile a un embrione privo di coscienza che si nutriva respirando l’atmosfera lattiginosa intorno alla Terra, e con lui fluttuavano in quel latte primordiale le forme vegetali e animali, tra le rassicuranti braccia delle divinità. Ma poi gli occhi dell’uomo si aprirono e tutto l’Eden precipitò nella materia: nacquero l’aria, l’acqua, i minerali, e tutte le forme di vita si condensarono per diventare man mano simili a quelle attuali. Non vi era più quel latte primordiale, tuttavia alcune piante conservarono al loro interno quel processo galattogeno che non era ormai più possibile all’esterno, formando il lattice come oggi lo conosciamo.
Incidendo la capsula del Papaver somniferum prima della fioritura si ottiene proprio quel lattice che, essiccato, costituisce l’oppio. Ma come agisce questa droga nell’uomo per riportarlo alla connessione coi mondi spirituali che aveva in quelle epoche?
Come ci riferisce Steiner in “Natura e uomo secondo la scienza dello spirito” (O.O. 354), l’oppio agisce con particolare intensità sul corpo astrale: l’uomo fa uscire il corpo astrale dal corpo fisico, e percepisce il distacco del corpo astrale come una profonda sensazione di benessere.
In realtà ciò accade all’uomo ogni notte nel sonno, quando i corpi superiori (corpo astrale e Io) si staccano dai corpi inferiori (corpo fisico e corpo eterico) lasciando sul letto una sorta di vegetale senza coscienza. Proprio per questo l’uomo, durante il sonno notturno, non può percepire i mondi spirituali dove si immerge. Con l’oppio, invece, una coscienza attutita permane e l’uomo può percepire, seppur non chiaramente, i mondi spirituali. Inoltre, in tale stato di distacco parziale dei corpi superiori da quelli inferiori (per una trattazione più completa rimando come sempre al mio saggio “Paradisi Artificiali”, edito da Novalis), l’uomo non avverte più le necessità relative al vivere terrestre né, soprattutto, ogni sorta di dolore, sia esso fisico che animico. Tale proprietà era ben conosciuta dai popoli antichi, che ben presto fecero entrare l’oppio in ogni pratica medica e nel vivere quotidiano.

La prima menzione storicamente accertata del Papaver somniferum si trova su una tavoletta sumera del 3500 a.C., dunque durante il periodo paleo-persiano, dove il papavero è chiamato “la pianta della gioia” ed è descritto come un narcotico. In seguito, nel periodo egizio-caldaico, è descritto sia come narcotico che come rimedio “per i bambini irrequieti”, ma anche come droga che provoca “sogni pericolosi”. Sulla tomba di un medico egizio appare questa straordinaria descrizione: “Pianta alla soglia della notte e della morte, che porta via dispiaceri e conoscenza e che dona sogni, sonno, e morte”.
Nel suo spostamento verso Occidente, l’oppio approda nell’antica Grecia, rimanendo legato, anche iconograficamente, agli dei Thanatos (dio della morte), a suo fratello Hypnos (dio del sonno) e a suo figlio Morfeo (dio dei sogni, al quale si ispirò il nome di “morfina” per il suo alcaloide principale), che vengono spesso rappresentati con ghirlande di papaveri al collo. Anche nell’Odissea si parla chiaramente di oppio quando Omero descrive quella pozione che arriva dall’Egitto (il “nepente” dal greco νη e πενθες, ovvero rimedio contro il dolore e le pene) che, mescolata al vino, cancella l’ansia, il dolore e perfino il ricordo di ogni sofferenza. Con Omero ci troviamo nell’ultima parte del periodo egizio-caldaico, dove l’oppio è ancora utilizzato per le sue azioni spirituali piuttosto che per quelle meramente fisiche. Con l’inizio del periodo greco-latino, in Occidente l’oppio rimase in uso solo per le proprietà di antidolorifico lungo tutto il pragmatico millennio romano, per poi quasi sparire dall’Europa medievale. Non così in Oriente, dove da millenni (per le ragioni esposte prima) faceva ormai parte della vita quotidiana, e nel medio-oriente arabo, dove l’interdizione coranica del vino spianò la strada sia all’oppio che alla cannabis quali droghe agenti sulla psiche, oltre ovviamente al loro uso medico.

Così possiamo constatare – come accadrà anche nella trattazione di tutte le prossime droghe – che ogni sostanza stupefacente ha periodi, luoghi e popolazioni d’elezione che, nel caso dell’oppio, corrispondono all’Oriente. E in Europa? Dopo l’oblio medievale l’oppio rientra sulle ali della medicina araba, e viene più tardi codificato da Paracelso nella sua tintura di laudano, l’antidolorifico par excellence, rimasto peraltro in uso fino a pochi decenni fa. In quell’epoca abbiamo dunque in Europa un utilizzo ancora prettamente medico, mentre l’uso voluttuario comincia con la Rivoluzione Industriale. All’inizio dell’Ottocento, infatti, il mondo occidentale scivola sempre più velocemente nelle grinfie di Arimane: si assiste alla meccanizzazione della produzione e dello stile di vita; il positivismo, il materialismo e l’evoluzionismo si impongono come uniche forme di pensiero fino a raggiungere il culmine alla fine del secolo; l’alienazione dell’uomo dallo spirituale procede incessante in un mondo sempre più tecnologico e terrestre. In tale contesto furono per primi gli artisti e gli intellettuali a rifugiarsi nel paradiso luciferico dell’oppio come rifiuto della veloce e forzata discesa nella materia (Baudelaire, Coleridge, Apollinaire, Toulouse-Lautrec, Wagner, Cocteau, solo per citarne alcuni), seguiti dalle classi operaie che trovarono nell’oppio la consolazione a una misera vita di duro lavoro meccanico. Fumerie d’oppio sorsero numerose in tutte le città europee (a Tolone nel 1905 si contavano circa duecento maisons d’opium), e la ricerca di tale rifugio luciferico aumentò proporzionalmente al progredire incessante del dominio arimanico.

Ben presto si resero evidenti i deleteri effetti di tossicodipendenza sui consumatori, le cui crisi d’astinenza venivano chiamate ingenuamente “fame d’oppio”, giacché la droga veniva mangiata. Per ovviare a questo inconveniente si pensò allora di iniettare la morfina (l’alcaloide principale dell’oppio, già isolato all’inizio dell’Ottocento) con le siringhe di Pravaz appena inventate. Il rimedio, come vedremo spesso accade, fu peggiore del male, e agli oppiomani si aggiunsero i morfinomani, primi fra tutti i soldati delle grandi guerre come la franco-prussiana o la secessione americana, ma anche insospettabili uomini di stato come Bismarck, oltre a un numero incalcolabile di persone, dal momento che l’iniezione di morfina era divenuta una vera e propria moda trasversale a tutte le classi sociali.

Con una modifica della molecola della morfina, ai primi del Novecento si giunse alla realizzazione dell’eroina, che deve il suo nome alle qualità “eroiche” attribuite alla sostanza, ritenuta priva degli effetti collaterali di oppio e morfina. E pensare che invece proprio con l’eroina, in particolare se iniettata per via endovenosa, tutti gli effetti luciferici dell’oppio raggiungono la massima potenza: il distacco dei corpi superiori avviene repentino e violento, in una sensazione indescrivibile di benessere ben nota ai tossicomani come “rush”, dovuta alla liberazione di forze eteriche dal cuore, organo bersaglio dell’eroina. Ma se il distacco dei corpi superiori è percepito come una sensazione beatificante, una volta terminato l’effetto della sostanza questi ultimi devono sempre “rientrare” per ricostituire le corrette connessioni con i corpi inferiori. Come vedremo nei prossimi articoli, questa è una caratteristica comune a tutte le droghe – ognuna con le proprie particolarità – perché esiste sempre un “giorno dopo” in cui l’Io del consumatore tenta di ristabilire le corrette connessioni dei corpi costitutivi. Proprio in questa operazione risiede la tragedia di ogni droga e di ogni consumatore, operazione che risulta sempre più difficile quanto più il consumo della sostanza viene ripetuto nel tempo e le connessioni ulteriormente danneggiate. Per sostanze come la cannabis o l’alcol i traumi sono più leggeri (ma con un uso cronico possono diventare comunque irreversibili), con sostanze come l’oppio o l’LSD la “rottura” delle connessioni tra i corpi costitutivi può risultare irreparabile già dopo la prima assunzione.

Abbiamo visto che l’oppio agisce nello specifico “spezzando” la connessione tra corpo astrale e corpo eterico, permettendo ai corpi superiori di staccarsi dal fisico. Tale distacco possiamo immaginarlo come un pendolo: tanto lontano e tanto violentemente vengono “scagliati” i corpi superiori verso il mondo spirituale, altrettanto violentemente rientreranno nelle connessioni con il fisico, generando i noti fenomeni dell’astinenza, come forti dolori e crampi muscolari, emicranie, vomito, diarrea, stati psicotici e di prostrazione: tutto il “dolore” che l’oppio aveva allontanato rientra con violenza nel consumatore. Inoltre, con il ripetersi delle assunzioni e dei relativi danneggiamenti, sarà sempre più difficile ristabilire le corrette connessioni, fino ad arrivare all’impossibilità totale che si traduce nell’incurabile dipendenza del tossicomane.
È facile comprendere come l’assunzione per via orale di oppio generi effetti molto più attenuati rispetto all’iniezione endovenosa di eroina, che per questo motivo rimane la più pericolosa in questa classe di sostanze. A causa della sua violenza, l’eroina è inoltre in grado di spezzare addirittura la connessione tra corpo astrale e Io, lasciando quest’ultimo chiuso in un “paradiso privato” al di sopra di ogni esistenza materiale, staccato e disinteressato a qualunque sensazione, emozione, dolore (non avendo più connessioni con l’astrale), ma anche a ogni tipo di sentimento, che sia di amore, di ammirazione, di rispetto, o a qualunque impulso di tipo morale. In questo stato di distacco dell’Io, il consumatore è in grado di compiere qualunque azione pur di permanere nel suo paradiso privato.
È evidente che con l’eroina le caratteristiche luciferiche dell’oppio raggiungono il loro apice, che dovremo tenere a mente per poi metterlo in polarità con l’estremo opposto della cocaina, dove è invece l’influsso arimanico a raggiungere il massimo grado.
Nel prossimo articolo ci occuperemo della cannabis, un’altra droga luciferica che condivide con l’oppio molte caratteristiche ma che ha anche importanti differenze, prima fra tutte il carattere più euforico e “sociale”, che dagli oscuri mondi delle fumerie d’oppio ci porterà alle atmosfere oniriche e sensuali delle “Mille e una notte”.
AI SOLITARI

Vegliate e state in ascolto, solitari! Dal futuro giungono venti dal battito d’ala segreto; e a orecchi fini perviene una buona novella.
Voi solitari di oggi, voi che vi appartate, dovrete diventare un popolo: da voi, che scegliete voi stessi, deve nascere un popolo eletto – e da esso il superuomo.
In verità, un luogo di guarigione deve diventare la terra! Già l’avvolge un nuovo profumo, un profumo di salvezza – e una nuova speranza.
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, parte I
MAMMIFERI DI LUSSO

Anche oggi il raid al mercatino ha dato i suoi gustosi frutti: nascosto in un angoletto il celebre “Mammiferi di lusso” dello scandaloso (all’epoca) Pitigrilli, nell’edizione del 1921. Proprio un secolo fa.

Immagino le nostre nonne giovinette leggere di soppiatto l’epigrafe e chiudere il libro arrossendo, per nasconderlo sotto il cuscino in attesa di furtive letture notturne…

SUI PARADISI ARTIFICIALI (1/7)

Questo è il primo di una serie di sette articoli, già pubblicati sulla rivista Artemedica, nei quali presenterò nelle sue linee generali lo studio sulle sostanze stupefacenti riportato nella sua interezza nel mio saggio “Paradisi Artificiali – le droghe e l’uomo da un punto di vista scientifico-spirituale” edito da Novalis e disponibile in vendita per chi volesse approfondire l’argomento (alcuni estratti sono contenuti in questo sito alla categoria “Libri”). Il metodo di indagine utilizzato si basa sulla Scienza dello Spirito, o Antroposofia, inaugurata da Rudolf Steiner un secolo fa, della quale è consigliato avere una conoscenza dei fondamenti per affrontare l’argomento.
Le sostanze stupefacenti non rappresentano solo un importante argomento dei tempi attuali, ma hanno giocato da sempre un ruolo di primo piano nel percorso evolutivo dell’umanità. Non si deve quindi commettere l’errore di considerarle unicamente dal loro lato fisico-sensibile con lo sguardo materialistico tipico dei nostri giorni, ma occorre studiarle con un approccio completo che consideri anche la loro storia, la geografia, l’osservazione delle entità vegetali dalle quali derivano, nonché le caratteristiche dei popoli presso i quali sono nate e si sono diffuse, ampliandone in particolare la conoscenza da un punto di vista soprasensibile che abbracci la loro attività spirituale. Infatti l’approccio rivolto alla prevenzione del loro abuso basato solo sul dato fisico e biochimico continua a rivelarsi fallimentare, se non controproducente.
Rudolf Steiner ha ribadito più volte l’importanza della conoscenza, l’unica e sola via che può permetterci di formulare un’idea propria sull’argomento e farci decidere – nella nostra individuale libertà – di prendere posizione e agire poi di conseguenza. Emblematico (e come sempre attualissimo) questo passo tratto dalla O.O.348 “Alcool e nicotina”, che riporta le parole di Steiner a conclusione di una conferenza del 1923 a Dornach, proprio agli albori dell’epoca del Proibizionismo americano.
“Si può quindi proibire ogni sorta di cose, ma gli uomini ricorreranno a qualcos’altro che non è stato previsto dalle norme ed è ben peggiore. Penso invece che le informazioni sugli effetti dell’alcol, come quelle che abbiamo visto oggi, possano in realtà agire in modo più efficace, conducendo gradualmente le persone ad abbandonare l’alcol con decisione autonoma. Informazioni di questo tipo non ledono la libertà umana, ma fanno in modo che qualcuno si dica: è davvero preoccupante che io venga danneggiato fin nelle ossa! Questo pensiero agisce sul sentimento, mentre le leggi agiscono solo sulla ragione. Verità autentiche, conoscenze vere agiscono fin nel sentimento. La mia convinzione è quindi che si possa arrivare a un’efficace riforma sociale solo facendo in modo che una reale informazione giunga a cerchie sempre più vaste, e ciò vale anche per altri campi analoghi. […] Questo è ciò che si deve avere prima di tutto nella scienza: il rispetto per la libertà umana, così che non si abbia mai l’impressione che si voglia imporre o proibire qualcosa, ma si parli di fatti. Quando una persona sa come l’alcol agisce, arriverà da sola a ciò che è giusto. Procederemo così sempre di più verso l’obiettivo che uomini liberi si diano da sé la loro direzione. A questo dobbiamo tendere, e poi potremo arrivare alle giuste riforme sociali.”
Quali sono queste “verità autentiche”, queste “conoscenze vere” di cui parla Steiner, in grado di agire fin nel sentimento? Non di certo le attuali campagne terroristiche antidroga o antifumo incentrate unicamente su dati fisio-patologici – tra l’altro frequentemente mistificati – che appunto non sortiscono alcun effetto preventivo, addirittura ottenendo spesso l’effetto opposto (il consumatore percepisce la falsità della comunicazione e finisce per ignorare qualunque rischio, arrivando paradossalmente a considerare la sostanza stupefacente priva di effetti nocivi). Le “conoscenze vere” che sono in grado non solo di arrivare al pensare libero dell’uomo, ma anche al suo sentimento e, conseguentemente, a far muovere la sua volontà, sono unicamente quelle che prendono in considerazione il “tutto” della realtà, formata dall’elemento sensibile e da quello soprasensibile che vi sta sopra, ignorato dalla scienza attuale.
Mosso da questi intenti ho iniziato qualche anno fa lo studio sul rapporto tra droghe ed essere umano, basandomi sull’eccellente lavoro di Ron Dunselman pubblicato negli anni ’90 con il titolo “In place of the Self. How drugs work”. In quel testo, per la prima volta, ho ravvisato il genuino intento di portare “conoscenze vere” all’umanità, senza quell’atteggiamento moralistico sempre presente in questo campo e che porta agli effetti deleteri del “fascino del proibito”. Partendo proprio dai vasti studi e dalle geniali deduzioni di Dunselman, mi sono addentrato in un lavoro complesso e affascinante che ha abbracciato tutta l’evoluzione dell’umanità nello spazio e nel tempo, in ambito storico, letterario, artistico, nonché, ovviamente, in ambito scientifico, geografico e botanico, dal momento che queste non sono altro che divisioni fittizie dell’unicum del sapere umano.
Ciò ha portato alla genesi del già citato saggio “Paradisi Artificiali – le droghe e l’uomo da un punto di vista scientifico-spirituale” edito da Novalis tre anni orsono. Alla pubblicazione del libro sono seguite, e proseguono, numerose conferenze dove ho sempre potuto riscontrare non solo l’interesse e il coinvolgimento del pubblico, ma l’effetto che la comunicazione di “conoscenze vere” sortisce in chi ascolta. Esse agiscono come un’illuminazione che ogni individuo elabora e porta in sé, giungendo proprio a quelle decisioni libere di cui parla Steiner.
In questo primo articolo tratterò dell’argomento in generale, delineando le caratteristiche di ogni gruppo di sostanze che poi verranno prese in considerazione singolarmente.
Come dividere le sostanze in gruppi che tengano conto della loro attività spirituale, della loro non casuale distribuzione geografica e antropologica, nonché del loro specifico momento di comparsa e massimo utilizzo nella storia? Basta lasciar parlare le sostanze stesse e, in particolare, le entità vegetali da cui derivano. Bisogna infatti tener presente che il principio attivo psicotropo non è che il risultato sensibile dell’elemento spirituale attivo nella pianta da cui deriva. Analogamente tale principio attivo di natura fisico-minerale non potrà ovviamente agire in maniera diretta sui corpi costitutivi dell’uomo (corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, organizzazione dell’Io), bensì su specifici organi o recettori che poi saranno a loro volta causa degli effetti animico-spirituali.
Come vedremo, ogni sostanza sarà portatrice di effetti molto diversi, ma tutte (compresi gli psicofarmaci di uso comune) hanno un imprescindibile minimo comun denominatore da tenere sempre presente: i cambiamenti di coscienza che ci si propone assumendo una determinata sostanza vengono raggiunti grazie alla sostanza e non grazie al lavoro cosciente del proprio Io (non a caso il libro citato di Dunselman si intitola proprio “Al posto dell’Io”). In tal senso le droghe possono essere viste come sostituti dell’attività e dello sviluppo dell’Io, quindi in linea generale agenti in senso anti-evolutivo. Tuttavia, proprio per la loro affinità alle forze dell’ostacolo, può capitare che in casi specifici possano fungere – sempre considerando la singola assunzione e mai l’uso cronico – da “scintilla” per innescare un importante cambiamento di vita nel consumatore, spingendolo a un lavoro attivo con il proprio Io. E qui torna il discorso sulla scelta libera dell’uomo che è l’unica a dare a posteriori un valore morale a sostanze o piante che esistono di per sé nell’ambito pre-morale della Natura.

Ogni pianta ci racconta dunque della sfera spirituale cui appartiene e dell’influsso che può esercitare sull’uomo. Partendo da Oriente e dai tempi più remoti della Storia, il papavero da oppio e la cannabis si dichiarano entità vegetali prettamente luciferiche, così come la conformazione geologica del territorio da cui provengono e il carattere animico-religioso-culturale dei suoi abitanti. Alla polarità opposta, nell’estremo Occidente, e in tempi più recenti, la coca e gli allucinogeni appartengono invece all’ambito di Arimane, non solo nelle loro forme e segnature, ma conseguentemente anche nell’effetto che procurano al consumatore. Nel mezzo stanno le droghe tipiche del Centro, come l’antico alcol e la recente ecstasy, sostanze portatrici degli impulsi di entrambe le forze dell’ostacolo, sia luciferica che arimanica.
Le droghe luciferiche si propongono di riportare l’uomo a stati di coscienza precedenti, di appagare illusoriamente in lui la nostalgia verso i tempi in cui viveva in uno stato paradisiaco di contiguità con le gerarchie celesti, senza il dolore ma anche senza la conoscenza (lo stato antecedente al “peccato originale”). Ovviamente, per fare ciò, queste sostanze devono svegliare una coscienza per immagini (come quella che appunto aveva l’uomo in epoche passate), spegnendo al contempo la coscienza di veglia propria del momento evolutivo attuale. Tipico di queste sostanze è il risveglio di immagini astrali (“sogni”) più che di immagini eteriche (“allucinazioni”), caratteristica invece di alcune droghe arimaniche. Ciò accade perché le droghe luciferiche agiscono con più forza sul corpo astrale e sull’Io del consumatore, nel loro intento di rievocare, creare atmosfere, sensazioni, emozioni, colorando di sentimento ogni percezione. Tutte le piante da cui si estraggono hanno bisogno di luce e calore, per cui vivono in zone calde o caldo-umide, e addirittura alcune di esse, come la cannabis, più hanno luce e calore, più riescono a produrre una droga con alto tenore di principi attivi. Per avere ancora qualche qualità che caratterizzi questo genere di droghe, da mettere in polarità con quelle arimaniche, possiamo pensare a qualcosa che tende a effondersi nel cosmo, ai colori pastello, al gusto del dolce, al “sulfur”, alla dilatazione, al sangue, all’isteria, al “solve”, a tutto ciò che tende verso l’alto, all’atmosfera di sogno, allo spegnersi della volontà, al sonno.

Al contrario, le piante che forniscono sostanze stupefacenti dall’effetto arimanico non amano la luce e tantomeno il calore: la coca cresce su altipiani a duemila metri di altezza, le altre sono funghi – dunque esseri del buio – oppure cactus che prediligono i climi freschi e che si difendono dal calore, senza aprirsi o concedersi a esso (come fa per esempio la cannabis che emette resina “donandola” al cosmo), piuttosto chiudendosi in se stessi e lasciando alle dure spine l’unica via di scambio con il calore esterno. La droga da cui si estrae il principio attivo è dura, fredda, non è un lattice o una resina come per l’oppio e la cannabis, ma una foglia come la coca, o un insieme di fibre che donano un principio attivo salino, cristallino. Accanto a questi caratteri possiamo pensare alla qualità dell’amaro, di un movimento che restringe (per esempio la vasocostrizione della cocaina e dell’ergotina), un movimento centripeto che mira al centro della Terra; possiamo pensare al “coagula”, al buio, al freddo, al nervo, al “sal”, alla sclerosi, alla nevrastenia, ai colori violenti, alla veglia.

Per quanto riguarda nello specifico gli allucinogeni arimanici, mentre le immagini che talvolta suscitano nel consumatore le droghe luciferiche sono visioni, sogni, illusioni sperimentate in uno stato più vicino al sonno che alla veglia (e sempre legate allo stato immaginativo di precedenti periodi evolutivi), quelle suscitate dalle droghe occidentali sono vere e proprie allucinazioni, perché aprono al consumatore l’accesso al mondo eterico che ancora non è dato all’uomo di esplorare, e sono sempre sperimentate in uno stato pericolosamente vigile di veglia. L’allucinogeno arimanico dona brutalmente al consumatore gli effetti di un’iniziazione mancata, gli dona precocemente accesso a un mondo che solo in un lontano futuro e in un successivo stato evolutivo sarà accessibile coscientemente all’essere umano (o nel post-mortem, ma in questo caso non coscientemente), a differenza delle droghe luciferiche, le quali invece mostrano al consumatore immagini di un mondo già vissuto in altre esistenze, più “rassicurante” in quanto ancora presente in qualche parte remota della coscienza. Del resto, per caratterizzare in due parole una qualunque azione arimanica potremmo semplicemente dire “il troppo presto”, e per quella luciferica “il troppo tardi”.
Da queste caratterizzazioni generali, possiamo evincere gli effetti delle droghe del Centro, le quali presentano, in tempi d’azione differenti, entrambi gli aspetti appena considerati.
Ora siamo pronti a partire per l’avvincente viaggio di scoperta delle sostanze stupefacenti, iniziando con il prossimo articolo dall’estremo Oriente con quella droga che esprime appieno l’entità luciferica, e che tanto è stata celebrata nell’arte e nella letteratura: l’oppio, con tutti i suoi micidiali derivati come morfina ed eroina.
LA MIA TORCELLO

È il mio luogo del cuore. Il primo fra tutti fin dall’infanzia. L’unico a essersi conservato identico a come l’ho conosciuto la prima volta, perché l’isola di Torcello ha avuto il suo splendore e la sua vita molti secoli fa e adesso riposa in braccio alla laguna nel suo eterno tramonto, senza il bisogno di andare avanti. Lasciatela così, vi prego, non violentatela. Lasciate almeno questo estremo lembo di silenzio fuori dal rumore del mondo e lasciatemi viverla ancora in quelle passeggiate solitarie al di là del campanile, dove si apre la laguna, quelle passeggiate che hanno ispirato gran parte del mio romanzo “Il Sole a Occidente”. Voglio assaporare ancora la sua bellezza struggente dal vivo, non solo nel ricordo, come ormai per tutto.
“Andavano a passeggiare lungo i lembi estremi dell’isola, intorno alla palude, dove nessuno aveva mai osato – o voluto – andare, dove esplodeva l’infinito della laguna settentrionale. Su quelle colonne d’Ercole si fermava il mondo da loro conosciuto e desiderato. Più oltre c’erano solo le vestigia sommerse dell’Antichità scampata alle distruzioni dei Barbari, c’era il fantasma di Romolo Augustolo, ultimo imperatore-larva dell’Impero Romano d’Occidente, che assisteva alla morte del suo impero ridendo, tra le congiure dei pretoriani e le carezze lascive delle cortigiane. Oh, non volervi, non potervi un po’ morire!
Rimanevano a respirare la palude e il ricordo della malaria nel silenzio totale. A volte si udiva il motore di un’imbarcazione lontana, altre un campanile che batteva i Vespri – chissà da quale isola – altre ancora il verso dei cormorani che volavano radenti sull’acqua, ma la maggior parte del tempo erano immersi nel silenzio, le mani e le labbra unite. Poi, quando il sole iniziava la sua discesa, si scuotevano appena in tempo per prendere l’ultimo vaporetto per Venezia, correndo mano nella mano per i canneti e attraversando il ponte del Diavolo fino all’imbarcadero.”
(Da “Il Sole a Occidente”, ed. Historica 2016)
UN AUGURIO SPECIALE

Un augurio speciale a chi ha combattuto e combatte per la libertà senza piegare la testa, fosse anche in una resistenza disperata, assumendosi i propri rischi senza mai dimenticare che quando un uomo non rischia per le proprie idee, o non valgono niente le sue idee, o non vale niente lui.
Ecco, vorrei che ricordaste nei momenti di sconforto – e ce ne saranno ancora tanti – che il tempo è galantuomo. Sempre. Ma dovete essere galantuomini anche voi.
Buon anno.
Foto Jurek Kralkowski
ROMA RUFFIANA

Roma ruffiana, quando mi scodelli un tale crepuscolo mentre sorseggio un Negroni, ti perdono tutto. Anche la buca che mi ha giustiziato la gomma della Vespa.
BUONE FESTE!

E ricordatevi che anni, amori e bicchieri non si devono contare mai!
OTTANT’ANNI FA

I nonni paterni Italo e Clara ad Ascoli Piceno, ottant’anni fa, in piena guerra.
Amo la spontaneità di questa foto e in particolare la delicatezza quasi smarrita con la quale mio nonno si appoggia al braccio di lei, invertendo la prassi. È lui a indossare la divisa, ma dal piglio, lo sguardo e il passo deciso, l’ufficiale sembra lei.
LE FORZE DELL’OSTACOLO

In questo particolare del maestoso “Fregio di Beethoven” di Klimt, da me fotografato alla mostra tuttora in corso a Palazzo Braschi (che vi invito caldamente a visitare), sono rappresentate le “forze dell’ostacolo” nella figura del mostro-scimmione Tifeo (rappresentazione delle forze materialiste) circondato dalle Gorgoni e da altre figure che simboleggiano i vizi.
Tale raffigurazione occupa la parte centrale delle tre in cui è diviso l’affresco, concepito come il percorso evolutivo dell’essere umano per raggiungere la felicità, qui rappresentata dal congiungimento con la donna amata. Quello del percorso evolutivo costellato da difficili prove è un tema da sempre presente, in varie declinazioni, in tutte le forme d’arte, dalla letteratura al teatro, dalle arti figurative alla danza.
Chiaramente la parte più dura del cammino è proprio l’incontro con le “forze dell’ostacolo” che vanno sconfitte e superate… Ma chi sono queste entità presenti in ogni tempo, filosofia o religione? Sono “buone” o “cattive”? Se consideriamo “buono” tutto ciò che favorisce l’evoluzione interiore e “cattivo” ciò che la ostacola, a tutta prima potremmo collocarle nella schiera dei “cattivi”, come appunto le ha rappresentate Klimt. Tuttavia, a uno sguardo più ampio, è proprio l’incontro e il relativo superamento di tali ostacoli che permette all’uomo di acquisire determinati gradini evolutivi altrimenti impossibili da raggiungere. Dunque, se l’uomo le supera ed evolve, si rivelano a posteriori entità “buone”; se al contrario soccombe ad esse, regredendo nella sua evoluzione, hanno avuto il ruolo di “cattive”.
La realtà è che non sono né buone né cattive, esse semplicemente “esistono” e svolgono il loro lavoro di ostacolatrici, poi è l’uso che ne fa l’individuo a donare loro una dimensione morale. Siamo sempre noi la misura di ogni cosa. E dobbiamo sempre tenerlo presente, in particolare in momenti “ostacolatori” come quello che stiamo vivendo, quando ci viene voglia di inveire contro il mondo o, peggio, di piangerci addosso, ciechi alle possibilità evolutive che ci offre una situazione impegnativa come l’attuale.
“LA MERAVIGLIA DEGLI EX-LIBRIS…” (PARTE II)

Disegno originale per una serie di miei ex-libris (formato maxi!) che andranno a ornare la mia collezione di libri fiumani. Regalo di compleanno dell’inarrivabile Massimiliano Mocchia di Coggiola.
RIFLESSIONI BLU

“Riflessioni blu su bicchiere vuoto”
(gessato su capitonné a tecnica mista, collezione privata, 2021)
ADIEU, TOUR VERTE!

Après des années de publications extraordinaires, la maison d’édition La Tour Verte ferme définitivement ses portes. Plus que quelques exemplaires de mon roman qui ne sera plus réimprimé.
Il y a la possibilité de recevoir « L’Ange de la décadence » pour 9 euros plus frais de port. N’hésitez pas à commander votre exemplaire en écrivant à l’adresse mail suivante :
christelleroux70@yahoo.com
“LA MERAVIGLIA DEGLI EX-LIBRIS…” (PARTE I)

Disegno originale per una serie di miei ex-libris, dono della divina Sorrel Mocchia Di Coggiola.
NEL VECCHIO CIMITERO

Fra il Mio Paese – e gli Altri
C’è un Mare
Ma i Fiori – negoziano tra noi
Come Ministri.
(Emily Dickinson, “Nel vecchio cimitero”, 1864)
CIÒ CHE RESTA

Ciò che resta
di un’estate
passata troppo in fretta.
I TEMPI MIGLIORI

Non c’è niente da fare. Ogni volta che inizio a riordinare le foto, ogni volta convinto di poter finalmente arrivare a un risultato concreto, mi areno puntuale sulle vecchie fotografie di famiglia e rimando i propositi a tempi migliori. Il problema è che ho l’impressione che i tempi migliori siano già passati da un pezzo: in questa foto la bisnonna Vittoria ai primi del ‘900 in Alessandria d’Egitto.
IL RATTO DI GANIMEDE

Non è un’installazione. O forse è l’installazione per eccellenza. Si trova nella stanza più bella di Palazzo Grimani, a Venezia, chiamata “Antiquarium” per le numerose opere d’arte antica esposte. Dal soffitto al centro della sala, illuminato da luce naturale dall’alto, scende Ganimede rapito da Zeus in forma di aquila, scultura romana su modello ellenistico. Altro che cavalli imbalsamati o banane incerottate.
LA FINE DELL’ESTATE

La fine dell’estate è una stagione a parte, seppure breve e dai contorni sfumati, è soave, elegante e non invadente, forse anche un po’ timida, una dea minore che in pochi riescono a venerare: saziate dalla crassa estate, le formichine ritornano alle loro tristi vite e non se ne curano, il loro sguardo è già posato sull’operoso autunno. Ma la dea minore intanto riscalda gentile come la luce del tardo pomeriggio che non è ancora tramonto, simile a un’estrema opportunità di cogliere ciò che non si è riusciti a cogliere, come le cicale superstiti che provano ancora a cantare incerte, in un tardivo – e probabilmente ormai inutile – tentativo di dare un senso alla loro esistenza.
La fine dell’estate scivola via col suo umore non ancora malinconico ma non più allegro, un sentire meno grossolano, per palati fini, per quelli che riescono ad accorgersi delle ultime occasioni offerte da divinità benevole, ma non le colgono, e voluttuosamente le guardano sparire nel mare.
IL VACCINO CI RENDERÀ LIBERI
Buffo, e leggermente inquietante, che queste parole le abbia pronunciate proprio Angela Merkel nel suo ultimo discorso da Cancelliera. «Ogni vaccinazione è un passo verso la normalità» ha aggiunto. Già. La ormai famosa “nuova normalità”, dove per lavorare, viaggiare, cenare, fare sport, ballare e avere una vita sociale si avrà bisogno di un lasciapassare concesso dall’Autorità, il cosiddetto “Green Pass”. Senza di esso ci si trasformerà in cittadini di serie B, in reietti. È ormai evidente, come del resto è stato evidente fin dall’inizio (ne scrissi appunto nel marzo e nell’aprile del 2020), che il punto di arrivo di tutta questa vicenda sarebbe stata una progressiva revoca delle libertà personali e dei diritti costituzionali con il plauso del popolo stesso, ma francamente nemmeno io – notoriamente pessimista – credevo si sarebbe arrivati a tanto.
Fermatevi a pensare, tutti, vaccinati e non-vaccinati, non importa, perché la pandemia è solo una scusa, è la maschera sul volto discriminatorio di questo provvedimento: se accetteremo supinamente il “Green Pass”, impauriti dal vile ricatto di nuove chiusure – perché la malattia ormai non fa più paura a chi è vaccinato – permetteremo l’instaurarsi IRREVERSIBILE di un concetto contrario a qualunque Stato di diritto, ovvero che per poter vivere la propria vita si avrà bisogno di un’autorizzazione concessa a seguito di un trattamento sanitario, o di chissà cos’altro in futuro. Sì perché adesso è importante far passare questo principio sulle ali della pandemia, ma una volta instaurato non si tornerà più indietro e la nostra esistenza sarà per sempre subordinata a un QR CODE, concesso o revocato a discrezione dell’Autorità in base alle necessità del momento, che potranno anche non essere più solo sanitarie.
Fermatevi a pensare all’enormità di questo principio che si sta viscidamente insinuando sotto il clamore delle battaglie tra vaccinati e non-vaccinati. Posate l’ascia di guerra e sollevate lo sguardo al di là delle contingenze verso il futuro di noi tutti come uomini liberi, perché proprio questo è in gioco ora. Il Rubicone del lasciapassare è ormai varcato, e non si tornerà più indietro. Se i non-vaccinati ne subiranno immediatamente gli effetti e, immagino, vi si opporranno con ogni mezzo, il mio appello si rivolge soprattutto ai vaccinati che si sentono liberi con il loro QR CODE in tasca. È solo un’illusione, non siamo più liberi, nessuno: né all’esterno i reietti senza lasciapassare che schiacceranno il naso contro le vetrine dei ristoranti, né all’interno gli eletti obbedienti bravi cittadini che ingurgiteranno il loro amaro pasto di uomini in libertà vigilata.
Nell’ultimo anno e mezzo in tutto il mondo sono passati, con la scusa della pandemia, principi autoritari che mai avremmo immaginato: lockdown, coprifuoco, tracciamento, trattamenti sanitari obbligatori. Dopo lo sgomento iniziale ora sono diventati la normalità, tanto da venir agitati come spettri ormai con estrema disinvoltura da ogni uomo di governo: o fate i bravi (qualunque cosa voglia dire) o VI CHIUDIAMO. Punto. Eccola “la nuova normalità”. E in questa normalità è entrato anche il lasciapassare per vivere, a imitazione di ciò che avviene già da anni in Cina (andatevi a informare), democrazia notoriamente liberale da prendere a modello. Ci saranno i cittadini “buoni” da una parte e i “cattivi” dall’altra, privati dei loro diritti umani e sociali. Chi ha un minimo di conoscenze storiche, sa che questa divisione dei cittadini sta SEMPRE alla base dell’instaurarsi di una dittatura, ne costituisce il primo passo, quando il regime non ha ancora mostrato il suo vero volto ed è solo interessato a far passare i suoi principi discriminatori come “normali”.
Giova ricordare le parole di Primo Levi:
«Non iniziò con le camere a gas. Non iniziò con i forni crematori. Non iniziò con i campi di concentramento e di sterminio. […]
Iniziò con i politici che dividevano le persone tra “noi” e “loro”. Iniziò con i discorsi di odio e di intolleranza, nelle piazze e attraverso i mezzi di comunicazione. Iniziò con promesse e propaganda, volte solo all’aumento del consenso. Iniziò con le leggi che distinguevano le persone in base alla “razza” e al colore della pelle. Iniziò con i bambini espulsi da scuola, perché figli di persone di un’altra religione. Iniziò con le persone private dei loro beni, dei loro affetti, delle loro case, della loro dignità. Iniziò con la schedatura degli intellettuali. Iniziò con la ghettizzazione e con la deportazione.
Iniziò quando la gente smise di preoccuparsene, quando la gente divenne insensibile, obbediente e cieca, con la convinzione che tutto questo fosse “normale”.»
Anche adesso cominciamo a pensare che tutto questo sia “normale”. Certo, bisogna contestualizzare le parole di Levi ed estrarne il concetto, tenendo presente che le dittature del ventunesimo secolo non avranno le sembianze esplicite di quelle del secolo scorso con dittatori in fez e parate militari. Saranno subdole, mascherate e mutevoli, ma la prassi è la medesima, come giustamente nota A. G. Biuso: «e quindi vediamo in atto una forma di totalitarismo nuova ma dai caratteri ancora fortemente novecenteschi: informazione sottoposta ai governi, discriminazione simbolica e prassica nei confronti di categorie ben identificate di cittadini dei quali si decreta la morte sociale (apartheid), violenza psicologica, minacce e insulti verso chi non è d’accordo con alcune decisioni delle autorità in carica.»
Ovviamente non sono più la razza o la religione a dividere i buoni dai cattivi, ma il principio rimane lo stesso. A volte anche le parole. Il generale Figliuolo ha richiesto alle regioni la “schedatura” dei renitenti al vaccino per sottoporli a “chiamata attiva”; il sempre illuminante Giorgio Agamben cita nel suo ultimo articolo (che vi invito a leggere) «la dichiarazione irresponsabile di un uomo politico, che, riferendosi a coloro che non si vaccinano, ha detto, senza accorgersi di usare un gergo fascista: “li purgheremo con il Green Pass”.»
Potrei continuare a citare esempi, potrei riportare frasi di Simone Weil o di Goebbels, potrei usare l’inflazionatissima filastrocca “Prima vennero a prendere, ecc. ecc.”, ma questo è un esercizio di pensiero che deve fare ognuno di noi per arrivare a comprendere da sé l’enormità di questo provvedimento e il punto di non-ritorno che andrà a marcare. E una volta compreso verrà naturale, se siamo uomini liberi, boicottarlo con ogni mezzo. Che siamo vaccinati o no. Lo ripeto, qui non si tratta di discutere se bisogna o meno vaccinarsi: è una scelta personale che riguarda la sovranità di decisione sul proprio corpo. Il vaccino protegge efficacemente dagli esiti gravi della malattia, ma non dal contagio (come per esempio dimostrano, oltre agli studi, i numeri dell’Inghilterra) per cui è una scelta esclusivamente individuale sulla quale non entro in merito. Il Green Pass è invece un provvedimento liberticida che riguarda la società intera, contro il quale ogni uomo libero – vaccinato o meno – dovrebbe insorgere.
L’ANCIEN RÉGIME

“Qui n’a pas vécu dans l’Ancien Régime n’a pas connu le plaisir de vivre.”
(Charles- Maurice Talleyrand-Périgord)
PASSERÒ PER PIAZZA DI SPAGNA

Perché Roma in primavera è così, uno sfolgorare di luce e colori, fiori e odori, spesso tanto invadente da riuscire a mascherare con una pennellata di retorica felicità anche il male di vivere. L’atmosfera di stamattina mi ha infatti ricordato la struggente “Passerò per piazza di Spagna”, una delle ultime poesie di Cesare Pavese, dedicata all’amore non corrisposto per Constance Dowling, scritta poco prima di togliersi la vita nell’agosto del 1950.
“Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane ‒
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Sarai tu ‒ ferma e chiara.”
Cesare Pavese, “Passerò per piazza di Spagna” (da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, 1951)
21 APRILE 2774

Prestami ascolto, Roma, bellissima regina del mondo interamente tuo, accolta fra le celesti volte stellate.Prestami ascolto, tu madre degli uomini, madre degli dèi: grazie ai tuoi templi non siamo lontani dal cielo.Te cantiamo, e canteremo, sempre, finché lo concedono i fati, nessuno può essere in vita e dimentico di te.
Dedico l’incipit dell’ode “Roma” dal poema di Rutilio Namaziano “De reditu” (415 d.C.) e la locandina francese del film “Roma” di Federico Fellini a te, Città Eterna, nel giorno del tuo 2774° compleanno.
A PIAZZA DANTE

A piazza Dante, un luogo simbolo della Roma umbertina dal sapore di una Torino inondata di sole, rendo omaggio alla straordinaria camicia dei Fratelli Mocchia di Coggiola che, partendo proprio dal Piemonte, sono diventati fulgidi alfieri della creatività sartoriale italiana.
Foto Jurek Kralkowski
ARTICOLO SU “ROCAILLE”
Splendido articolo dell’amica storica dell’arte Annalisa P. Cignitti sull’Impresa di Fiume e sul mio romanzo “Sulla cima del mondo”, pubblicato sul suo celebre blog Rocaille che invito caldamente a esplorare: cultura, mostre, itinerari, curiosità, libri, dimore storiche, mirabilia, arte e artisti, tratteggiati da una penna raffinata che sa sempre cogliere e valorizzare la Bellezza.
BUON COMPLEANNO, MARCHESA!

Il 23 gennaio di 140 anni fa nasce a Milano quella che sarà la Marchesa Luisa Casati Stampa. “Voglio essere un’opera d’arte vivente”. In questa sua asciutta dichiarazione è contenuto tutto il suo progetto di vita, l’unico che aveva, e che portò a pieno compimento. Ma andò oltre, forse oltre anche le sue stesse intenzioni: con lei – e solo grazie a lei – nasce quella che oggi si definisce “arte performativa”. C’è chi, come d’Annunzio (amante e per sempre amico della Marchesa, tra l’altro), ha voluto fare della propria vita un’opera d’arte; chi, come lei, ha voluto invece essere SE STESSA un’opera d’arte.
C’è una grande differenza, ben conosciuta da tutti gli artisti performativi. A loro mi rivolgo con l’invito a non dimenticare mai la scintilla divina che li ha generati, e a rivolgere oggi all’immortale Marchesa un pensiero di affetto e gratitudine.
31 DICEMBRE 2020

Qualche giorno fa, a un amico che mi chiedeva come stessi, ho risposto che oscillavo tra la malinconia e la rassegnazione. «Sostengo la malinconia» mi ha detto, «ma la rassegnazione va presa a bastonate sul naso!».
Sì, aveva ragione.
Dunque stasera siate più belli del più bel Capodanno mai vissuto, curate ogni particolare più del necessario, e celebrate l’inizio del nuovo anno in magnificenza come non avete mai fatto.
Perché la Bellezza salverà il mondo solo se noi salveremo la Bellezza.
Tanti auguri, cari amici.
Photo Jurek Kralkowski
Citazione sulla Bellezza Sergio A. Gaiti
I TRE SECOLI DEL FLORIAN

Il Caffè dove ho trascorso più giorni – e che giorni! – nella mia vita, oggi compie trecento anni. Trecento.
Caro Caffè Florian, ti auguro oggi più che mai di splendere per altri tre secoli almeno, e che la tua luce possa fulminare all’istante chi ci vorrebbe seduti da Starbucks.
L’ALTRA PATRIA
Esattamente cent’anni fa, il 26 dicembre 1920 alle ore 10, ebbe inizio il bombardamento della città di Fiume da parte della Regia Marina, visto il fallimento degli attacchi via terra nei due giorni precedenti, in quello che passerà alla storia come il “Natale di sangue”.
Ciò causò perdite non solo tra i legionari, ma anche tra i civili fiumani e per questo fu il preludio della resa. Tra i primi voglio ricordare il sergente Antonio Gottardo, caduto sotto la granata esplosa alle ore 15,30 contro il Palazzo del Governo con l’intento di colpire Gabriele d’Annunzio (uscito miracolosamente illeso); tra i secondi il mio pensiero va alla piccola Alpalice Almadi, di dodici anni, morta sotto i bombardamenti su viale della Santa Entrata.
Per ricordarli ho scritto un breve racconto pubblicato domenica 20 dicembre 2020 su “Il Giornale”, che riporto integralmente di seguito e che invito ad ascoltare nell’appassionata recitazione dell’attore Giuseppe Abramo di cui allego il video.
Buona lettura e buon ascolto!
L’ALTRA PATRIA
“Fiume d’Italia, 24 Dicembre 1920
Mia Giulia adorata,
ti scrivo in questo momento grave per rassicurarti. Fiume è ormai circondata dal Regio Esercito ma sono convinto che non vi sarà alcuno scontro, perché i soldati che abbiamo di fronte sono fratelli nostri. Inoltre sono stato assegnato alla difesa del Palazzo del Governo, dunque non sarò in prima linea ma in città. Sei più tranquilla adesso?
Non so quando riuscirai a ricevere la lettera, ma sappi che in questi giorni di festa ti penserò in ogni momento e che non vedo l’ora di stringerti al mio petto. Auguro un sereno Natale a te e all’amata famiglia. Viva Fiume, viva l’Italia!
Tuo, Antonio.”
Il sergente Antonio Gottardo ripiegò la lettera nella busta, incollò il francobollo con l’effigie del Comandante ed entrò nell’ufficio poste e telegrafi.
«Mi spiace signor sergente» disse l’impiegato, «ma non possiamo accettare posta al momento. È già una settimana che non partono più spedizioni da Fiume».
«Quando si tornerà a spedire?»
«E chi lo sa!» esclamò quello allargando le braccia. «Dovrebbe saperlo meglio di me che Fiume è totalmente bloccata! Forse a gennaio, non saprei dirle…»
Gottardo fece un sospiro e tornò verso la porta, rimanendo assorto sulle scalette affacciate su piazza Dante. Stringeva la lettera, e pensava alla sua Giulia indaffarata coi preparativi per la cena della vigilia. Il baccalà. Le sarde in saor. Chissà se stava pensando a lui.
«È per la tua fidanzata?» esclamò una ragazzina bruna col caschetto e l’aria impertinente.
«E tu chi sei?» chiese Gottardo con un sorriso.
«Io sono Alpalice».
«Alpalice? Che nome curioso!»
«Quella» disse indicando la lettera «è per la tua fidanzata, vero?»
«Sì, è per lei».
«Lo sai che ogni giorno c’è qualche legionario come te che rimane impalato su queste scale con la lettera per la fidanzata in mano?»
«Bè, non si può spedire…»
«Io so come si fa!» lo interruppe con un sorrisetto.
«Davvero?»
«Anch’io sono fidanzata, sai? Il mio moroso è di Mattuglie e ci incontriamo quasi ogni giorno a Cantrida… Io gli do le lettere dei legionari e lui poi le spedisce».
«Riuscite a incontrarvi pure in questi giorni? Al confine di Cantrida c’è l’esercito italiano adesso».
«È più difficile, ma abbiamo i nostri passaggi segreti, non preoccuparti» rispose porgendogli la manina. Gottardo la scrutò interdetto, poi si sciolse in un sorriso. Non gli dispiaceva affatto l’idea di una ragazzina fiumana che riusciva a gabbare quell’esercito di traditori. Le consegnò la lettera insieme a qualche corona.
«Oh no» esclamò lei, «questi non li voglio! Non lo faccio per soldi, ma perché voglio bene a voi legionari… e alle fidanzate che vi aspettano!»
«Brava Alpalice».
«Vincerete vero? Il Comandante è invincibile, vero?»
«Sì, il Comandante è invincibile» rispose Gottardo accarezzandole il caschetto. Alpalice gli porse un nastrino tricolore con ricamato “Italia o morte”.
«Tieni, ti porterà fortuna».
«Grazie, piccola. Buona fortuna anche a te».
«Alpalice!» gridò una donna affacciata all’uscio dall’altro lato della piazza. «Alpalice! Vieni che è pronto!»
«È mia mamma, devo andare».
«Aspetta… quando ti vedrai col tuo moroso?»
«Ho appuntamento la mattina di Santo Stefano» rispose lei col dito sulle labbra. «Non dirlo a nessuno, mi raccomando!»
«Sissignora!» esclamò Gottardo portando la mano al berretto. Lei strizzò gli occhi in un sorriso e si mise a correre stringendo la lettera, poi lo salutò ancora una volta prima di sparire dentro l’uscio.
Gottardo si accese una sigaretta e si incamminò pensoso verso il Palazzo del Governo. No, non avrebbero attaccato a Natale, per quanto girassero voci che il generale Caviglia avrebbe deciso un attacco a sorpresa proprio per quel giorno, approfittando dell’assenza di giornali che avrebbero riportato la notizia in Italia, col rischio di scatenare tumulti. Povero illuso d’un generale. Non sapeva con chi aveva a che fare, non sapeva che noi legionari non solo avremmo resistito, ma che il Regio Esercito si sarebbe presto unito a noi senza spargere una goccia di sangue fraterno e che non sarebbe stata Fiume ad annettersi all’Italia, ma l’Italia a Fiume, come ripeteva sempre il Comandante. E le notizie, poi… Finché abbiamo spie come la piccola Alpalice, ce ne possiamo strafottere dei giornali.
Gottardo sorrise scuotendo la testa, spense la sigaretta con la punta dello stivale e salì le scale del Palazzo del Governo.
***
“Radio Fiume – Bollettino del 26 dicembre, ore 15.
La città di Fiume è stata proditoriamente assalita per ordine del Regio Governo. Già si difende da due giorni contro migliaia di alpini, carabinieri e guardie regie. I cittadini combattono eroicamente coi legionari sulle barricate. Anche le donne e i ragazzi sono armati. Ordini iniqui sono stati dati alle truppe regolari ingannate dalle calunnie più perverse. Molti morti e feriti anche fra i cittadini.”
Il capitano Eugenio Coselschi spense la radio e si avvicinò alla scrivania di d’Annunzio. Il Comandante fissava la finestra – l’azzurro golfo del Carnaro insudiciato dalle grigie navi della Regia Marina, le fregate, gli incrociatori, l’enorme corazzata Andrea Doria – e lasciava che la sigaretta si consumasse tra le pallide dita, senza fumarla. Il sergente Gottardo era sull’attenti accanto alla porta.
«Tutti gli attacchi da terra sono stati respinti, Comandante».
«Lo so, Eugenio».
«Il generale Caviglia ha capito che non potrà mai prendere Fiume via terra, per questo ha ordinato il bombardamento della città».
«Vigliacco. Come lo è stato per l’attacco alla vigilia di Natale, del resto… Ci sono caduti anche tra i civili?»
«Purtroppo sì, Comandante. Tre al momento».
«Vigliacco» ripeté d’Annunzio schiacciando la sigaretta nella ceneriera.
«Tutti stamattina sul viale della Santa Entrata» continuò grave Coselschi. «Purtroppo c’è anche una bambina tra loro, una tale Alice, no…» e inforcò gli occhiali avvicinando il dispaccio al naso «una tale Alpalice Almadi, di anni dodici».
Quel nome rimbombò nella testa del sergente Gottardo come il fischio della granata che qualche ora prima aveva colto Alpalice nella sua corsa incosciente verso la barra di Cantrida. O forse Alpalice già tornava da Cantrida, dopo aver consegnato la lettera e baciato il moroso per l’ultima volta… Alpalice. Piccola, piena di vita. Alpalice. Qualcuno dovrà pagare per…
Un’esplosione fece tremare i vetri e tutti si voltarono verso le finestre. Fiamme e un pennacchio di fumo nero si sollevarono imponenti da una nave in rada al porto. Il capitano Zoli afferrò il binocolo.
«Dovrebbero aver colpito il cacciatorpediniere Espero» disse. D’Annunzio teneva i gomiti sulla scrivania e la testa china tra le mani. Vigliacco, sussurrò ancora. Gottardo era in silenzio, gli occhi chiusi. Il nostro sogno muore. Fiume. La vita, l’amore. Tutto quello per cui abbiamo combattuto e sofferto per più di un anno viene ucciso dalla nostra stessa patria. Alpalice.
«Sì, è l’Espero» confermò Zoli. D’Annunzio accese un’altra sigaretta e la lasciò cadere nella ceneriera, poi prese un foglio scritto per metà, intinse il pennino nel calamaio e iniziò a scrivere febbrilmente, gli occhi accesi, vivissimi. Il fumo della sigaretta ondeggiava silenzioso nell’aria come quello dell’Espero, laggiù al porto, l’ultima nave della Regia Marina ad aver disertato per la causa fiumana. Non ce ne sarebbero state altre.
«Noi siamo d’un’altra Patria, e crediamo negli eroi» disse d’Annunzio dopo qualche minuto, sollevando il capo. «Sì. Così concluderò il mio estremo appello agli italiani. E sarà l’ultimo prima della resa».
«Resa?» ribatté stupito Coselschi.
«Se continuano a bombardare la città e i civili, non vedo alternative» rispose d’Annunzio tornando a chinare la testa sulle carte. Quella fu l’ultima immagine che Gottardo vide del Comandante, in quell’istante che precedette con un sibilo il violento boato, poi i vetri in frantumi, le schegge, lo squarcio nel muro, il fumo, la polvere, il Comandante che batte la fronte contro la scrivania, il sangue, gli ufficiali che accorrono, lo sollevano e lo portano al piano inferiore, il trambusto, le urla.
Fu il capitano Zoli a trovare, più tardi, il corpo di Gottardo riverso a terra, la schiena lacerata da una scheggia di granata, gli occhi sbarrati e la mano stretta a un nastrino tricolore.
«Noi ormai siamo d’un’altra Patria, sergente» sussurrò Zoli inginocchiato su di lui, tenendogli la testa fra le mani. «D’un’altra Patria» ripeté commosso, poi gli chiuse le palpebre.
IL PRIMO ROMANZO

Non c’è niente da fare, il primo romanzo pubblicato ti ruba per sempre un pezzetto di cuore, come il primo amore. Ricordo ogni momento di quella “tortura meravigliosa” (come Henry Miller definiva la scrittura) che fu la prima stesura del mio “Il sole a occidente”, chiuso in quell’appartamentino sulle Fondamente Nove nell’estate di qualche anno fa: solo io, l’inchiostro, e Venezia (e tanto prosecco, ça va sans dire). La gestazione – fatta di amplessi, litigi e feroci riscritture – durò poi tre anni, e altrettanti ne richiese la pubblicazione, quel momento preciso in cui ti separi per sempre dalla tua creazione, quando la vedi stampata e conclusa tra gli scaffali di una libreria, e non ti appartiene più, e sei costretto a lasciarla andare sulle proprie gambe per il mondo.
Un mondo che adesso è ben peggiore di quello in cui viveva solo pochi anni fa Tancredi, il protagonista del romanzo. Non solo la Bellezza, l’Arte, la Poesia, il Piacere sono stati definitivamente annientati dalla pseudocultura di massa globalizzata e indifferenziata, ma l’essere umano è ormai incapace perfino di percepirli (con buona pace di Cocteau): non ne ha più i mezzi intellettivi e, soprattutto, spirituali. L’aveva ben compreso Tancredi, rinunciando a qualsiasi lotta contro quel volgare mostro che livella tutto e tutti verso il basso, e rifugiandosi nella sua torre d’avorio veneziana con pochissimi eletti, nell’estremo tentativo di fare della propria vita un’opera d’arte, al di là della morale, al di là del bene e del male.
Ho sofferto con lui, come si soffre per un amico che compie una scelta coraggiosa ma disperata, come ho sempre sofferto per i Des Esseintes, i Gray e gli Sperelli coi quali mi auguro che Tancredi stia ora bevendo un assenzio alla salute di quei pochi che si ostinano a combattere ancora, nonostante la certezza della sconfitta.
O MUSE!

Dopo mesi e mesi d’ignobile stasi creativa, è giunto il momento di mettermi al lavoro sul nuovo romanzo. Ora non mi resta che invocare le care vecchie Muse latitanti.
“O Muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.”
(Dante, Inferno, II 7-9)
TOSCANINI A FIUME!

Il 20 novembre del 1920 Arturo Toscanini giunge a Fiume con tutto il corpo orchestrale della Scala di Milano, per supportare la causa di Fiume italiana negli ultimi giorni della Reggenza.
– Onore a Toscanini, orgoglio d’Italia! – gridava la folla compressa alla stazione quando il sole era appena tramontato sul venti novembre del venti.
– Viva Toscanini! Viva l’Italia! – e i cappelli svolazzavano nell’aria che respiravamo in quell’autunno freddo d’incomprensione della nostra patria, stordita dalle feste imminenti e dai vitelli grassi da ammazzare. Il sindaco di Fiume, Riccardo Gigante, aspettava in pompa tricolore il Maestro. Lui scese scolpito nei suoi occhi di fuoco wagneriano, seguito dai novantotto orchestrali della Filarmonica della Scala e dalla famiglia, compresa Wally – la figlia bella come una zingara.
Il giorno successivo presenzierà, insieme agli orchestrali, a una festa guerresca in suo onore tenuta dai legionari dannunziani a Cantrida, per poi tenere la sera stessa un memorabile concerto al Teatro Verdi di Fiume.
Sulla cima di Cantrida, la mattina dopo, tentavo di serrare i ranghi dei miei arditi scapigliati per la festa guerresca in onore del Maestro, presenti anche i novantotto orchestrali in tenuta da battaglia con tutti gli strumenti sul palco d’onore, accanto al Comandante. Francucci faceva roteare le granate sull’unica mano che aveva assorbito anche la forza dell’altra, e mettemmo su attacchi a cime inesistenti, sventagliate di mitraglie e abbagli di mortai, sciabolati da una bora infernale che sembrava piombarci addosso da altezze siderali. Alcuni violoncelli andarono in pezzi, sfasciati dalle schegge delle bombe a mano, ma gli orchestrali applaudivano, nonostante tutto, come il popolo di Fiume applaudiva la sera stessa al teatro Verdi in un delirio d’amore. Eva era abbagliante in divisa ardita e giri di perle fluviali color proiettile, stretta al mio braccio in platea. Gli orchestrali reduci dalla mattinata guerresca a Cantrida avevano tutti la medaglia di Ronchi infissa al bavero del frac, e quando il Maestro salì sul podio il teatro venne giù di applausi e grida megafoniche.
I brani eseguiti al concerto furono, nell’ordine:
Vivaldi – Concerto in la minore per orchestra d’archi;
Beethoven – Quinta sinfonia in do minore, o del destino;
Sinigaglia – Piemonte suite;
Debussy – Iberia;
Respighi – Fontane di Roma;
Wagner – L’incantesimo del Venerdì Santo;
Verdi – I Vespri Siciliani, sinfonia;
Wagner – La morte di Isotta (concessa per il bis).
Immagine dell’opuscolo originale, per gentile concessione del Museo Storico di Fiume a Roma.Nei virgolettati alcuni estratti del mio romanzo “Sulla cima del mondo – il romanzo dei ribelli di Fiume” ed. Historica (2019).
GLI ANALOGICI
Agli albori del nuovo millennio, quando eravamo ancora analogici. E liberi. Tutto stava per finire, ma non ce ne rendevamo conto.
(Ispirazioni per il nuovo romanzo)





Provini mai stampati di Virginio Favale, 2002.
DICERIA DELL’UNTORE

Nel giorno del centenario della nascita di Gesualdo Bufalino, vorrei ricordare questo grande scrittore ed erudito con la sua celeberrima opera prima, la “Diceria dell’untore” (riferimenti al momento attuale sono puramente casuali). Pubblicata nel 1981 su consiglio di Sciascia, quando lo schivo professor Bufalino aveva già passato i sessant’anni, divenne immediatamente un clamoroso successo letterario e vinse il Premio Campiello.
Bufalino lavorò per molti anni al testo, limandolo, ornandolo e cesellandolo fino a consegnarci un capolavoro dove nulla può essere più tolto o aggiunto (caratteristica di ogni capolavoro, del resto). La storia si dipana come un’opera teatrale in un sanatorio siciliano nell’immediato dopoguerra, dove Bufalino realmente soggiornò nel 1946, guarendo poi dalla tubercolosi. Questo è l’unico elemento reale della vicenda, poi tutto si fa allucinazione, recitazione, declamazione, tutto si pone all’opposto del realismo, in un colto stile barocco mai sbrodolato, ricchissimo di figure retoriche e rimandi letterari che pescano nell’immensa cultura dell’autore.
Per chi ama la lingua italiana in tutta la sua complessità, la Diceria è uno scrigno di pietre preziose ben tagliate; per chi detesta il minimalismo anglosassone (sul quale gli scrittori contemporanei bramano invece appiattirsi), la Diceria rappresenta un bagno rigenerante e salvifico.
E poi c’è tutta l’anima della Sicilia che sguazza compiaciuta in quel groviglio di Amore e Morte, rassegnazione, memoria e iperbole, che solo il professor Bufalino di Comiso – autentico assertore della salvaguardia culturale, linguistica e, diremmo oggi, “identitaria” della Sicilia – poteva far risplendere nella sua luce accecante.
“Sai come si dice, nel mio dialetto, dare il contagio? Ammiscari, si dice. Cioè mescolare, mescolarsi con uno. Significa ch’è un travaso di sé nell’altro, altrettanto mistico, forse, di quello di altre due assai diverse solennità: voglio dire la comunione col sacro nell’ostia; e la confusione, sul letto, di due corpi amici.”
KELLER E IL PITALE

Il 13 novembre del 1920, il tenente Guido Keller, asso della squadriglia volante di Francesco Baracca durante la Grande Guerra e segretario d’azione di Gabriele d’Annunzio, raggiunge Roma da Fiume a bordo del suo biplano, dirigendosi verso il Vaticano. Qui lascia cadere una rosa bianca accompagnata da un biglietto: “ALA, Azione nello Splendore. A Frate Francesco”. Poi si dirige sul Quirinale e lancia un mazzo di sette rose rosse: “ALA, Azione nello Splendore, alla Regina e al Popolo d’Italia”. Tuttavia il suo vero obiettivo è Montecitorio, dove sgancia sul tetto un vaso da notte contenente un mazzo di carote e uno di rape, col seguente biglietto:
“AL PARLAMENTO ITALIANO S.P.M. GUIDO KELLER, ALA, AZIONE NELLO SPLENDORE, DONA AL PARLAMENTO E AL GOVERNO CHE SI REGGONO DA TEMPO CON LA MENZOGNA E CON LA PAURA, LA TANGIBILITÀ ALLEGORICA DEL LORO VALORE”.
A distanza di cent’anni esatti dedichiamo con immutato ardore queste parole ai governanti attuali “che si reggono da tempo con la menzogna e con la paura”… Grazie ancora una volta, Guido Keller!
“MILANO SU MISURA”
Il 18 e 19 settembre 2020 si è svolto a Milano il primo trofeo Arbiter per gli abiti su misura, che ha visto coinvolti i migliori sarti italiani. Ho avuto la fortuna di indossare l’abito creato dall’amico Francesco Florio, che si è aggiudicato il premio per il miglior pantalone.Una bellissima esperienza, resa indimenticabile dalla magnifica organizzazione di Arbiter.









LA CANZONE DEL PIAVE

Il Piave mormorava
Calmo e placido, al passaggio
Dei primi fanti, il ventiquattro maggio
L’esercito marciava
Per raggiunger la frontiera
Per far contro il nemico una barriera
Muti passaron quella notte i fanti
Tacere bisognava, e andare avanti
S’udiva intanto dalle amate sponde
Sommesso e lieve il tripudiar dell’onde
Era un presagio dolce e lusinghiero
Il Piave mormorò: “Non passa lo straniero”
Ma in una notte trista
Si parlò di un fosco evento
E il Piave udiva l’ira e lo sgomento
Ahi, quanta gente ha vista
Venir giù, lasciare il tetto
Poiché il nemico irruppe a Caporetto
Profughi ovunque, dai lontani monti
Venivan a gremir tutti i suoi ponti
S’udiva allor, dalle violate sponde
Sommesso e triste il mormorio de l’onde
Come un singhiozzo, in quell’autunno nero
Il Piave mormorò: “Ritorna lo straniero”
E ritornò il nemico
Per l’orgoglio, per la fame
Volea sfogare tutte le sue brame
Vedeva il piano aprico
Di lassù, voleva ancora
Sfamarsi e tripudiare come allora
“No” disse il Piave, “No” dissero i fanti
Mai più il nemico faccia un passo avanti
E si vide il Piave rigonfiar le sponde
E come i fanti combattevan le onde
Rosso del sangue del nemico altero
Il Piave comandò: “Indietro va’, straniero”
Indietreggiò il nemico
Fino a Trieste, fino a Trento
E la vittoria sciolse le ali al vento
Fu sacro il patto antico
Tra le schiere, furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro, Battisti
Infranse, alfin, l’italico valore
Le forche e l’armi dell’impiccatore
Sicure l’Alpi, libere le sponde
E tacque il Piave: “Si placaron le onde”
Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi
La Pace non trovò né oppressi, né stranieri!
(E. G. Gaeta, 1918)
ADA

Spesso ho provato a descrivere quello che considero il capolavoro di Nabokov, ma vuoi per timore reverenziale, vuoi per l’effettiva impossibilità di afferrarlo, non sono mai riuscito a trovare le parole (a differenza di Nabokov, che le trova SEMPRE). Tuttavia un simile romanzo non può rimanere semisconosciuto, e il nome dell’immenso Nabokov associato solo a “Lolita”. Ecco, prima di affrontare Ada, bisogna dimenticarsi di Lolita. Ma non troppo, perché l’erotismo nabokoviano impregna ogni pagina, sempre nel suo stile impareggiabile, anche negli eccessi, perfino nell’incesto che ci ritroviamo ad amare come il filo che lega tutto il romanzo.
Prima di affrontare Ada bisogna prepararsi a una lettura impegnativa, coltissima, a volte ridondante e pretenziosa. Ma non troppo, perché Nabokov la maneggia con disinvolta leggerezza e acuta ironia, prendendosi in giro e prendendoci in giro così bene che riusciamo a gustare tutto il lauto pasto, inchinandoci alla sua grandezza: i giochi di parole tra il russo, il francese e l’inglese (da diventare matti) inseriti in una narrazione mirabolante e vertiginosa come un ottovolante; l’ambientazione in un passato futuristico a cavallo tra un ‘800 e un ‘900 che non sono mai esistiti, ma che emergono così reali che ci chiediamo se non ci sia davvero un’Anti-Terra dove Van e Ada si sono desiderati e respinti per novant’anni; i continui rimandi, spesso dissacranti, ai grandi autori russi – Tolstoj in testa – e all’immancabile Proust. In effetti Ada potrebbe essere considerata la “Recherche” di Nabokov, dove c’è tutto del suo genio letterario.
Mi fermo qui. Non vogliatemene, era giusto per dare un’idea, e magari farvi venire il desiderio di affrontare questo capolavoro di 600 pagine (più le 30 di note) che, vi assicuro, vi farà scalare vette dove raramente è arrivata la letteratura.
DAMA VENEZIA

“Quel giorno di maggio del 1797 in cui Venezia avvistò alle bocche di Malamocco le navi del futuro “imperatore dei francesi”, capì che la propria indipendenza era finita per sempre e che per sopravvivere, negli anni a venire, sarebbe stata costretta a matrimoni forzati col dominatore di turno. Sapeva che quell’ometto gonfio di sé non sarebbe stato capace – né degno – di farsi soggiogare dal suo fascino, quindi rinunciò a vestirsi coi suoi abiti migliori. Ne aveva tanti, accumulati nei secoli e indossati alle ultime feste durante le quali, consapevole della fine imminente, si era lasciata andare a tutti gli eccessi; ma quel giorno indossò un semplice tabarro di seta e si coprì il viso con una pesante veletta nera, prendendo un lutto che non abbandonò più. […]
Col tempo divenne sempre più taciturna e impenetrabile, eppure capace di leggere nell’animo degli esseri umani che si perdevano nei suoi dedali. Ma solo ad alcuni di essi accordò l’immenso privilegio di spingersi nei suoi recessi più intimi e di respirare l’alito della sua anima più vera, al prezzo di un’eterna e incondizionata devozione. E solo a quei pochi permise durante il Carnevale, quando smetteva il tabarro nero e tornava a indossare lo sfarzo dei secoli migliori, di godere dei suoi gioielli nascosti. Si trattava di spiriti macerati dalla continua ricerca del Bello, dalle emozioni artificiali, spiriti sfibrati dall’abitudine di smarrirsi nei propri mondi. Essi erano i prescelti.”
Tratto da “Il sole a Occidente”, ed. Historica (2016)
L’ARDITO

L’Ardito è molto più di un romanzo storico: è storia vivente. Definirlo romanzo può fuorviare, poiché sottintende un lavoro di fantasia dell’autore con licenza di modificare i fatti realmente accaduti. Non è questo il caso. Roberto Roseano riporta con precisione ammirevole – e ovviamente con i necessari aggiustamenti stilistici – il diario degli ultimi due anni di guerra del nonno Pietro (classe 1896, appena ventenne all’epoca), prima Fante e poi Ardito del XXII Reparto d’Assalto, sui fronti dell’Isonzo e del Piave.
In quei giorni drammatici, Pietro scrisse quotidianamente il suo diario “per non pensare” e “per non dimenticare”, in uno stile altamente evocativo. Grazie all’opera magistrale del nipote, possiamo oggi ricordarlo e vivere in primissima persona quei mesi terribili ed eroici. Non vengono raccontati solo assalti e conquiste (e ritirate, come la tragica Caporetto), ma rapporti umani tra commilitoni, speranze, disillusioni, i duri addestramenti per diventare Arditi, le licenze nelle città ostili ai soldati, la paura, l’orgoglio, l’amicizia, tutto descritto con realismo vivissimo, impregnato di modi di dire e dialetti stretti, in quella galassia di culture che era il Regio Esercito della Grande Guerra.
Il romanzo è corredato da numerose e notevoli note a piè pagina (nonché di foto in calce al libro) che non trascurano alcun personaggio, alcun luogo né fatti storici, riportati con accuratezza dall’autore, a testimonianza dell’enorme lavoro di studio compiuto con autentica passione. Chapeau.
Lettura suggerita a tutti (anche se può procedere con difficoltà per chi ha scarse conoscenze storiche), ma assolutamente consigliata per gli amanti del genere.
Per il suo valore storico, oltreché letterario, dovrebbe essere un testo obbligatorio per l’ultimo anno di liceo. Ma questa, purtroppo, è fantascienza.
INNI ALLA NOTTE

Nelle grotte cristalline
un popolo esuberante
viveva nell’abbondanza.
Fiumi, alberi,
fiori e animali
avevano sensi umani.
Più dolce era il sapore del vino
donato da una visibile
pienezza giovanile,
un dio nei grappoli,
un’amorosa, materna dea
cresceva nei gonfi, aurei covoni.
Era la sacra ebbrezza
d’amore un dolce rito
della divinità più bella,
un’eterna variopinta festa
dei figli del cielo
e degli abitatori della terra
passava stormendo la vita,
come una primavera,
attraverso i secoli.
(tratto da Novalis, Inni alla notte, V)
CHANSON D’AUTOMNE

Les sanglots longs
Des violons
De l’automne
Blessent mon coeur
D’une langueur
Monotone.
Tout suffocant
Et blême, quand
Sonne l’heure,
Je me souviens
Des jours anciens
Et je pleure
Et je m’en vais
Au vent mauvais
Qui m’emporte
Deçà, delà,
Pareil à la
Feuille morte.
Paul Verlaine, Chanson d’automne (Poèmes Saturniens, 1866)
8 SETTEMBRE 1920

C’è un 8 settembre che andrebbe ricordato e uno che andrebbe dimenticato. E invece si fa l’inverso, si ricorda la resa incondizionata dell’8 settembre 1943 che lasciò inorriditi anche i nostri futuri alleati, mentre si dimentica l’8 settembre del 1920 – esattamente cento anni fa – quando Gabriele d’Annunzio promulgò la Carta del Carnaro a Fiume, una costituzione certamente utopica, ma avanzatissima e rivoluzionaria, dove si riconoscevano uguaglianze, diritti e libertà che dovettero attendere almeno un altro mezzo secolo per essere riconosciuti in Italia.
Per chi non l’avesse ancora fatto, ne consiglio la lettura integrale, per esempio a questo link:
http://www.dircost.unito.it/…/19200000_Carnaro…
Festeggiamo dunque il centenario brindando con Sangue Morlacco, ispirati dall’articolo XIV della Carta:
“La vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero dalla libertà.”
PARADISI ARTIFICIALI

In questo saggio ho cercato di ampliare i miei studi sulle sostanze stupefacenti da un punto di vista soprasensibile, secondo la visione della medicina antroposofica steineriana. Se infatti la scienza convenzionale si occupa solo di descrivere i meccanismi biochimici – tra l’altro spesso ancora ignoti – di cui si servono le droghe per agire sulla coscienza umana, ampliando lo sguardo verso lo spirituale possiamo essere in grado di comprendere le ragioni di tale azione, il motivo per cui una determinata pianta vuole agire in quel modo sulla psiche e quali forze spirituali vi sono dietro.
Tale studio, come sempre accade quando si indaga con il metodo della scienza dello spirito inaugurata da Rudolf Steiner, mi ha portato ben oltre la descrizione di ogni droga, abbracciando tutte le espressioni dell’umano, come arte, letteratura, religioni, storia, miti. Le sostanze stupefacenti hanno infatti accompagnato da sempre la nostra storia, agendo sia come forze evolutive che come ostacoli all’evoluzione, sia a livello individuale che a livello generale di un determinato popolo o civiltà. Ciò perché ognuna di esse è latrice di differenti forze spirituali, dal ritorno illusorio verso il paradiso terrestre promesso dall’oppio all’incarnazione materialistica del presente favorita da alcol e coca, fino all’esplorazione di future epoche evolutive aperta dagli allucinogeni.
Per comprendere tale visione è necessario sgombrare la mente da pregiudizi e moralismi, cercando di portarsi un po’ più in là della mera esistenza fisica per gettare uno sguardo al mondo soprasensibile come causa prima di ogni manifestazione terrestre.
THE DOORS OF PERCEPTION

“If the doors of perception were cleansed, everything would appear to man as it is, infinite”.
“Se le porte della percezione fossero sgombrate, ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è, infinita”.
(William Blake, “Il matrimonio del cielo e dell’inferno”)
Foto Jurek Kralkowski
ELENA THAON DI REVEL

Cara Elena,
quando ci siamo incontrati in quel polveroso mercatino delle pulci eri sola, dimenticata in un angolo, ma fiera. Il tuo sguardo insolente mi ha catturato all’istante, ti ho preso in braccio e ti ho portato via da quel luogo non degno della tua bellezza, portandoti a vivere con me.
Poi ho letto la firma in basso sulla tela, Elena Thaon di Revel, e ho pensato subito al grande ammiraglio Paolo Camillo, il Duca del Mare che ci portò alla vittoria nella Grande Guerra, intimo amico del Vate, uno dei pochi senatori che si opposero al Trattato di Rapallo e all’attacco alla Fiume dannunziana. Destino.
Tuttavia il dipinto è datato 1932 e sei troppo giovane per l’ammiraglio… Sei forse Elena Castori, prima moglie di Ignazio Ottavio dei Conti Thaon di Revel e Sant’Andrea? Mi piace pensare che sia il tuo autoritratto, anche se non sono riuscito a trovare altre notizie su di te, né tue foto. Ma non importa. Ora sei qui, vestita di una nuova cornice e pronta a vivere un’altra vita.
STORIA D’ITALIA

Il libro che ho letto più volte nella mia vita non è un libro, ma tutti i volumi della “Storia d’Italia” di Indro Montanelli: li chiesi in regalo a quattordici anni e da quel momento tornai a leggerli più volte. Perché si leggono con la chiarezza di un articolo (di Montanelli, s’intende) e il coinvolgimento di un romanzo, perché narrano la storia del nostro Paese in maniera avvincente e precisa. La Storia d’Italia è anche la storia della civiltà europea, è la storia della nostra grandezza e della nostra bassezza, di tutto ciò che siamo ora. Tutti dovrebbero conoscerla per conoscersi, per capire, per evitare errori e facili slogan che hanno bisogno proprio dell’incompetenza storica per fare presa. Avere una coscienza e una conoscenza minima della propria storia non solo mette al riparo dalle manipolazioni, non solo impedisce di mandare al governo ignoranti incapaci, ma fornisce anche gli strumenti necessari per godere e comprendere appieno tutta la
Bellezza del nostro Paese nelle sue mille sfaccettature.
La “Storia d’Italia” di Montanelli (in alcuni volumi scritta a quattro mani con Roberto Gervaso o Mario Cervi) è un piccolo capolavoro ormai alla portata di tutti: su eBay o nelle librerie dell’usato si trovano edizioni complete per poche decine di euro che, posso assicurarvi, saranno uno dei migliori investimenti della vostra vita.
L’edizione in mio possesso è una Rizzoli del 1986 (prima edizione 1972) e consta di 17 volumi, ma se ne trovano svariate, anche aggiornate fino alla storia degli anni ‘50-‘70.
CASTEL DEL MONTE

Assoluto.
Così ti accoglie il Castel del Monte di Federico II, al termine di una lunga camminata per la pineta ipnotizzato dal frinire delle cicale esaltate dal sole a picco, assoluto anch’esso, senza una nuvola a sporcare l’azzurro del cielo. Pure questo, certamente, assoluto.
E poi c’è il colore della pietra di Trani sulle otto colonne ottagonali a reggere le otto pareti imponenti, otto come il numero del ritmo, della vita, orientato come la piramide di Cheope a custodire una potenza ancora da svelare.
Una meraviglia.
Assoluta.
LORD BRUMMELL

“Crudeltà, viltà, disordine, degrado, immoralità, spregevolezza, vergogna, tradimento: su quale superficie immortalare le ansietà di pensieri che si nutrono di ideali, alte speranze, nobiltà malinconiche, corali armonie, linfa di sguardi che sfiorano, accarezzano, anelano alla perfezione e i cui corpi, tesi a irreprensibile presentabilità, si preoccupano di uccidere sogni immondi per salvare la propria anima?”
(Ivano Comi, “George Bryan Brummell”, Editrice Stefanoni 2008)
COCAINA

“Cocaina” fu il romanzo d’esordio nel 1921 della scintillante carriera di Pitigrilli e, insieme ai successivi quattro romanzi della “prima fase”, segnò per sempre la sua fama di scrittore immorale e peccaminoso, ancora più evidente in quell’Italia che si avviava verso il bigottismo del Ventennio che gli costò svariate censure (con l’ovvio effetto di generare, come di solito accade, una curiosità pruriginosa). Bisogna dire che i vertici del fascismo si adoperarono sempre per scagionarlo – nonostante Pitigrilli non volle mai iscriversi al partito – compreso il Duce, suo assiduo lettore. «Mi piacciono i vostri libri» disse infatti un giorno, «ma voi non siete uno scrittore italiano: voi siete uno scrittore francese che scrive in italiano».
In questo aveva fatto centro. Pitigrilli ebbe il merito (e la scaltrezza) di comprendere quanto la Parigi degli anni folli in Italia profumasse a prescindere di peccato e perversione, quest’ultima intesa non solo di costumi, ma anche di pensiero. Forte di un lungo soggiorno giornalistico a Parigi, Pitigrilli inaugura con “Cocaina” il suo stile fulminante, irriverente, sarcastico, un po’ piacione ma godibilissimo, fatto di anti-eroi disillusi che sguazzano a loro agio tra feste maledette e sordidi puttanai, sempre in compagnia di donne (“mammiferi di lusso” o “dolicocefale bionde”) sofisticate dai profumi di Coty, comunque corrotte, ciniche, spesso letali.
Come dimenticare la festa “nella villa della signora Kalantan Ter-Gregorianz, biancheggiante tra l’Étoile e la Porte Maillot, in quella zona mondana che costituisce il quartiere aristocratico della cocaina”? Il protagonista Tito Arnaudi (giornalista torinese trapiantato a Parigi, suo evidente alter-ego) si troverà in un turbine di balli in frac e champagne a tirare cocaina accanto a ricchi industriali che si iniettano morfina nelle cosce, mentre sfolgoranti farfalle brasiliane vengono liberate per vederle morire avvelenate dagli effluvi di etere che inebriano la sala dove ballerine depilate danzano nude fino al mattino. Qui Pitigrilli sembra quasi un epigono del Decadentismo, cui ha aggiunto velocità e ironia con aforismi e cinismi vari, senza mai trascurare le efficaci descrizioni di abiti e ambienti.
Insomma, c’è da divertirsi per gli appassionati del genere.
L’edizione in mio possesso (Bompiani, 1999) è arricchita da una prefazione di Umberto Eco che inquadra magistralmente meriti e limiti della narrativa di Pitigrilli.
ARBITER
Dannunzianissimo articolo a me dedicato sulla rivista Arbiter di giugno 2020. Scatti dell’impareggiabile Jurek Kralkowski.





RAZZISTI & RAZZIATORI

Cosa accomuna i razzisti e i razziatori di statue? La mancanza di cultura, che sempre e comunque genera mostri.
Tuttavia questi mentecatti non sono mai incriminabili quanto chi da decenni persegue coscientemente il disegno di schiacciare verso il basso il livello culturale medio, proprio al fine di ottenere questi (e altri) risultati: idioti razzisti da una parte, idioti iconoclasti dall’altra. Divide et impera. Tutti in un brodo indistinto di vuoti slogan in vuoti cervelli.
Mai come adesso è necessario continuare a leggere, a studiare e a pensare con la propria testa. Solo così non ci avranno mai, né gli uni né gli altri.
Dipinto di Joseph-Noël Sylvestre, Il Sacco di Roma del 410 d.C. (1890)
TRATTATO DEL RIBELLE

Sì, lo so, tutti hanno letto il “Trattato del Ribelle” di Ernst Jünger. Molti l’hanno letto più di una volta, per altri addirittura – me, per esempio – è stato uno dei libri più importanti per la propria formazione.
Appunto con la convinzione di conoscerlo ormai a menadito, l’ho ripreso in mano un paio di mesi fa per trovare una frase adatta a un post che stavo buttando giù sulla libertà e la quarantena, ben sapendo che in queste 136 densissime pagine si trovano sempre le parole giuste. E niente, alla fine l’ho riletto tutto due volte, prendendo nuovi appunti e sottolineature (il testo è ormai illeggibile).
So bene che la caratteristica fondamentale di un’opera d’arte, di un “classico”, è quella di risultare sempre attuale, ma in questo preciso momento storico mi ha colpito diritto al cuore. Mi ha scosso, preso a schiaffi, caricato, ma nel contempo rasserenato. Inaspettatamente, devo ammetterlo.
Settant’anni fa Jünger aveva previsto con precisione visionaria l’evoluzione del mondo in cui ci troviamo adesso, dalla globalizzazione ai poteri sovranazionali, dalla dittatura sanitaria alla progressiva perdita di libertà dell’individuo con l’accondiscendenza dell’individuo stesso. Lungi da me fare una recensione completa di questo capolavoro – non ne avrei il tempo né la capacità – volevo solo focalizzare l’attenzione sulla bruciante attualità delle sue parole, che assumono una forza ancora maggiore se lette e meditate proprio in questo momento.
“È un fatto che i rapporti tra i progressi dell’automatismo e quelli della paura sono molto stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche, l’uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà così ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore”. Così, per fare un esempio.
“Il vero problema è piuttosto che una grande maggioranza NON vuole la libertà, anzi ne ha paura. Bisogna ESSERE liberi per volerlo diventare, poiché la libertà è esistenza – soprattutto è un accordo consapevole con l’esistenza, è la voglia – sentita come destino – di realizzarla”. E mi fermo qui.
Non importa quante volte l’abbiate letto, non importa se pensate di saperlo a memoria, ora, PROPRIO ORA, è il momento di rileggerlo.
Poi, se la sorte sarà con noi, ci incontreremo laggiù, nel bosco, e ne riparleremo lucidando le frecce dei nostri archi.
DONNE & DROGHE

Rileggendo “I paradisi artificiali” di Baudelaire, il cui studio mi ispirò la scrittura dell’omonimo saggio scientifico-spirituale sulle droghe qualche anno fa, mi salta agli occhi la dedica a una donna, una misteriosa J.G.F.
Baudelaire stesso spiega nella prefazione il perché di questa scelta: le donne, in quanto esseri più vicini e aperti al mondo spirituale, sono le uniche in grado di elevare il materialismo verso un respiro più ampio rivolto al soprasensibile. Operazione mai priva di rischi, in quanto “la donna è la creatura che proietta l’ombra maggiore o la maggior luce”, come nell’ineguagliabile dipinto “La morfinomane” (1899) di Vittorio Matteo Corcos (uno dei miei pittori preferiti).
“Agli ingenui sembrerà strano e persino incoerente che un quadro delle voluttà artificiali sia dedicato a una donna, la fonte più comune delle voluttà naturali. Ma tant’è: come il mondo naturale penetra nel mondo spirituale e lo alimenta, contribuendo a formare così quell’ineffabile amalgama che chiamiamo individualità, allo stesso modo la donna è la creatura che proietta l’ombra maggiore o la maggior luce nei nostri sogni. La donna è fatalmente suggestiva, vive una vita tutta diversa dalla sua propria, vive spiritualmente nelle fantasie che suscita e feconda.”
(Baudelaire, “I paradisi artificiali”, 1860)
AUTARCHIA DELLA BELLEZZA

La Bellezza non ha ancora salvato il mondo, ma forse salverà il nostro Paese, come ha già fatto in momenti ben più difficili dell’attuale. L’unico favore che ci chiede è di percepirla e amarla come non mai, e lo chiede a ogni singolo italiano.
Durante il lockdown in molti ripetevano la cantilena: “per salvare l’Italia, ai nostri nonni è stato chiesto di andare in guerra, a noi di rimanere a casa, un piccolo sacrificio al confronto”. Adesso, per salvare VERAMENTE l’Italia, è sufficiente visitare, acquistare, mangiare e bere il meglio che offre il mondo. Più che di sacrificio, si tratta in effetti di Piacere: vivere la propria vita scegliendo ogni giorno quanto di meglio l’umanità ha prodotto e produce tuttora. Non è un appello nazionalista, solo un invito a riscoprire la Bellezza che ci circonda. È ridicolo come in Italia il solo invitare ad acquistare i propri prodotti crei ancora un ingiustificato imbarazzo di fascistica memoria, a maggior ragione ora che va anche contro le osannate leggi del libero mercato. Usciamo da queste trappole e cerchiamo piuttosto di prendere coscienza di ciò che abbiamo intorno.
In questo momento ogni Paese sta chiedendo lo sforzo ai suoi abitanti di acquistare o viaggiare nazionale, sforzo che richiede veri e propri sacrifici in alcuni casi, come non vedere mai il mare né un dipinto rinascimentale, mangiare unicamente patate o passeggiare solo tra grattacieli. A noi non è invece richiesto alcun sacrificio perché abbiamo già tutto, e ci si offre inoltre l’opportunità di scoprire luoghi o prodotti del nostro Paese che ignoravamo. Approfittiamone.
Che poi tutto ciò attivi un circolo virtuoso a cascata sull’intera economia (e quindi su noi stessi), dalle aziende agroalimentari alle manifatturiere, passando per strutture ricettive e culturali, possiamo considerarlo un graditissimo effetto collaterale. Perché non abbiamo nemmeno bisogno di farlo in nome dell’economia, ma semplicemente per il Piacere, un valore ingiustamente demonizzato (insieme alla Libertà) durante l’emergenza sanitaria. Ora possiamo riscattarlo, aiutando tra l’altro l’Italia a rialzare la testa molto più di quanto possano fare mille manovre economiche.
Tuttavia ciò potrà accadere solo se OGNUNO di noi lo farà davvero, ovviamente nella misura delle sue possibilità. Chi di solito viaggia all’estero, quest’anno potrà visitare località italiane che ha sempre evitato per la ressa – che non ci sarà – di turisti sudaticci in calzoncini e infradito, (ri)scoprendo inoltre il piacere di un turismo più calmo e colto; chi invece non avrà la possibilità di viaggiare potrà comunque (ri)scoprire la Bellezza anche solo nei sapori, semplicemente consumando cibo italiano.
Non pensiamo quindi soltanto ai benefici per l’economia, ma soprattutto a quelli per lo Spirito. Trasformiamo questo momento di difficoltà in un’occasione irripetibile per approfondire la conoscenza della nostra cultura, della nostra storia, di ciò che compone ogni nostra singola fibra. La pseudo-cultura omologata che ci siamo lasciati imporre dalla globalizzazione è necessariamente un appiattimento al ribasso per un popolo che ha la massima capacità di percepire e gustare la Bellezza in tutte le sue declinazioni. Tale capacità non deriva di certo dal patrimonio genetico né dal livello di istruzione, ma si sviluppa in qualunque essere umano che nasce e vive in un Paese dove tutto è pervaso dalla Bellezza. Se negli ultimi anni l’abbiamo trascurata, ora è il momento di tornare a viverla con tutti i nostri sensi e il nostro spirito, offrendo oltretutto a quest’ultimo la possibilità di riemergere dall’abbrutimento materialistico attuale.
Pensate, abbiamo l’occasione di compiere qualcosa di positivo contemporaneamente in due ambiti di solito contrapposti: lo spirito e l’economia. Non capita tutti i giorni.
INQUISIZIONE 2.0

Per secoli il potere della Chiesa, e di gran parte delle religioni, si è retto su un semplice assioma fondato sulla paura: esiste una e una sola Legge dettata da un Dio unico al quale devi credere per Fede, obbedendo ciecamente ai suoi sacerdoti, e se trasgredisci patirai pene eterne.
Un meccanismo quasi infantile che ci fa sorridere oggi, perché grazie a quegli uomini che hanno sgretolato la paura con la Ragione, spesso a costo della vita (per giunta vilipesi da quelle masse per le quali si sacrificavano), noi possiamo guardare a quegli oscuri tempi con la certezza che non si ripeteranno più.
È vero, non si ripeteranno più nelle stesse modalità, nessuno verrà più bruciato sul rogo per le sue idee non conformi al dogma, perché siamo uomini evoluti ormai. Talmente evoluti da non esserci nemmeno accorti di aver sostituito tout-court il dogma della Religione con quello della Scienza e che il Potere – evoluto anch’esso – lo utilizza nella stessa identica maniera (certo, non si può definire più “scienza” qualcosa che impone verità inconfutabili e rifiuta di mettersi continuamente in dubbio, fondamento di ogni pensare scientifico… ma tant’è).
Con i secoli cambiano i dogmi di riferimento e i relativi metodi per eliminare i blasfemi, ma non cambia il principio: Socrate fu obbligato a ingerire la cicuta dai pagani, Giordano Bruno fu bruciato vivo dai cristiani, Galilei fu costretto all’abiura per evitare la stessa fine, solo per citare alcuni dei più grandi accusati di divulgare fake-news nel passato. Grazie a loro non viviamo più in tempi così “barbari”, quindi per eliminare un eretico (che poi magari un giorno si scoprirà avere ragione) non abbiamo più bisogno di farlo fisicamente: in tempi di smaterializzazione, dove il virtuale ha sostituito il materiale, i processi e i roghi diventano mediatici così come la gogna, e chi proprio non si piega e continua a insistere che è la terra a girare intorno al sole contrariamente alle Sacre Scritture, viene oscurato dalla Rete, condannato al silenzio di quella che un tempo era la gattabuia, coperto di derisione e di insulti mediatici da parte della massa religiosamente indottrinata. Fine della dialettica, fine di ogni confronto… Ma allora non è cambiato nulla, ci siamo solo spostati dal piano fisico a quello virtuale? Se la Scienza (solo quella ortodossa) è la nuova religione, i virologi (solo quelli ortodossi) i suoi sacerdoti, i media (solo quelli ortodossi) i pulpiti per le loro prediche, i social le gogne, e il “ban” la nuova censura, cosa è cambiato? Eppure credevamo di essere liberi, come è potuto accadere?
È semplice, siamo noi che l’abbiamo permesso. L’assurgere della Scienza a dogma religioso – processo che si è reso particolarmente evidente in questi tempi di “emergenza sanitaria” – non è che una parte di quel Pensiero Unico che si è imposto con la nostra accondiscendenza negli ultimi anni. Eppure gli Illuministi ci avevano insegnato a diffidare di ogni pensiero che vuole imporsi come Verità Assoluta senza contraddittorio, ci avevano insegnato addirittura a combatterlo con tutte le nostre forze, anche e soprattutto proprio SE IN ACCORDO con esso.
“Non sono d’accordo con la tua opinione, ma morirei per difenderla”.
Questa frase, attribuita a Voltaire, dovremmo incorniciarla sul letto e meditarla ogni sera e ogni mattina. È proprio su questo che siamo inciampati negli ultimi anni e precipitati negli ultimi mesi. Non solo abbiamo accettato senza contraddittori il “politicamente corretto”, ma ne siamo diventati anche fanatici difensori, iniziando a perdere fatalmente la nostra libertà proprio a partire dall’offesa alla libertà d’opinione del prossimo. Per fare qualche esempio, ho visto commenti entusiastici di approvazione (piena di odio) per l’oscuramento di WebTV dissidenti, applausi per l’istituzione di Tribunali dell’Indice anti-fake news e addirittura ovazioni per la recente, inaudita, decisione di Youtube di rimuovere ogni video contrario alle indicazioni della Sacra Organizzazione Mondiale della Sanità. Sbagliato, perché una volta passato A QUALUNQUE TITOLO il principio di censura, un giorno potrebbe capitare anche a te, qualora ti venisse un pensiero fuori dai binari. È il principio che conta, non l’opinione che si va a censurare.
Questo è l’humus dove si è innestata la pandemia che ha permesso al Potere di sfruttare la paura per stringere ulteriormente i cordoni della libertà, dopo averla delegittimata intellettualmente per anni e aver già compiuto recenti “prove di emergenza” col terrorismo e la crisi economica, peraltro ben riuscite. La paura è una preziosissima alleata del Potere perché quando si ha paura si regredisce a uno stadio infantile, si spegne il cervello (ove presente) e ci si rifugia nell’abbraccio rassicurante di un’autorità paternalistica, sia essa il Presidente del Consiglio, il Papa, o la televisione di Stato. Atteggiamento comprensibile, per carità, ma bisogna sempre tener presente che si paga con la libertà. Certo, la libertà è un peso per chi ha paura, chi ha paura non vuole farsi domande, vuole soltanto che l’autorità lo protegga e che gli indichi cosa è Bene e cosa è Male, con la certezza di non essere mai contraddetto. Per questo il Potere avrà tutto l’interesse a mantenere lo stato di emergenza più a lungo possibile e i suoi poveri bambini impauriti – che lui stesso ha terrorizzato ad arte – obbedienti e soprattutto incapaci di sviluppare un pensiero individuale, l’unica arma in grado di rovesciarlo.
Ed è inutile che ce la prendiamo con chicchessia, è solo colpa nostra, sono i risultati di un processo che è progredito strisciante per anni col nostro consenso e che ci ha fatto dimenticare – imbambolati dal benessere – che la libertà è un valore NON NEGOZIABILE in nessun caso, terrorismo, crisi economica o pandemia che sia, come ho già scritto in altre riflessioni. È il valore supremo, posto più in alto della salute e della vita stessa, e che inizia proprio dalla difesa incondizionata della libertà di opinione altrui. E chi è senza peccato, scagli la prima pietra.
(Dipinto di Cristiano Banti – Galileo davanti al Tribunale dell’Inquisizione – 1857)
FASCISMO IN MASCHERINA – FASE 2
“Lo schiavo è chi aspetta che qualcun altro lo liberi.” (Ezra Pound, “Dal naufragio di Europa”)
Nel mio post “Fascismo in mascherina” di quasi un mese fa – pubblicato nel pieno della temperie mediatica sul coronavirus quando tutti erano sopraffatti dal terrore – invitavo a fare lo sforzo di rimanere più che mai lucidi e attentissimi a ogni privazione di libertà imposta dall’emergenza. Concludevo con le parole “Almeno saremo pronti, e con le idee chiare, per ciò che accadrà dopo”.
Bene, il “dopo” è alle porte, ma per molti le idee non sono ancora chiare, e le dittature approfittano sempre della paura e della confusione per imporsi. Non importa quale idea vi siate fatti nel frattempo su tutta questa vicenda, l’importante è che vi siate fatti un’idea VOSTRA, qualunque essa sia, che abbiate preso una posizione cosciente basata su un’analisi spregiudicata dei fatti, senza ingoiare tutto ciò che viene propinato e senza lasciarvi trascinare dalle emozioni.
Quindi, se non l’avete ancora fatto, vi consiglio di approfittare di questo ulteriore periodo di isolamento per formarvi un’idea libera e individuale, preparandovi interiormente alla “fase due”. Non uscite, non fate bravate inutili che prestano solo il fianco ai patetici servizi delle televisioni di stato su grigliate condominiali sgominate dai droni, runner solitari che fuggono all’implacabilità della Giustizia su spiagge deserte, abominevoli coppiette che hanno osato appartarsi in macchina. Questi non sono gesti di ribellione, ma solo carburante per l’odio sociale, diventano pretesti per tenerci divisi e ciechi a tutte le privazioni di diritti che ci impongono un po’ alla volta, per poi forse non restituirceli più.
Dunque lo dico e lo ripeto: RIMANETE A CASA. Ma non rimaneteci come le pecore che belano “andràtuttobene”, perché non andrà tutto bene se non ci formiamo un pensiero libero. E per avere un pensiero libero bisogna per prima cosa informarsi sui fatti, su TUTTI i fatti, con occhio critico, distacco emotivo e senza alcun pregiudizio, bisogna ascoltare sia il telegiornale nazional-popolare che le trasmissioni dei “complottisti”, senza parteggiare né per l’uno né per l’altro (in medio stat virtus), analizzando i dati che ormai sono a disposizione di tutti (lo sapevate, per esempio, che ogni anno l’influenza stagionale uccide nel mondo tra le 300 mila e le 650 mila perone, bambini inclusi? Basta andare sul sito dell’OMS, così, per dire) e ascoltando tutte le campane, finché la pluralità sarà ancora concessa, perché una democrazia senza pluralità è una dittatura.
Tuttavia, come ho già scritto nel post precedente, la dittatura del ventunesimo secolo non avrà la faccia ben riconoscibile di un tiranno da abbattere, ma sarà l’emanazione di un potere acefalo che ci toglierà “per il nostro bene” i mezzi per formarci un pensiero libero, imponendoci la sua unica e incontestabile verità. Per fare ciò, il Potere ha sempre bisogno di una situazione di emergenza (mai sentito parlare della teoria della “shock economy” di Milton Friedman? L’ha applicata con successo il nostro caro Mario Monti nel 2012) da protrarre più a lungo possibile in modo da procedere a privazioni di libertà e stravolgimenti economici con l’assenso del popolo impaurito.
Così appaiono le “task-force”, ovvero direttivi NON ELETTI DA NESSUNO, con l’immenso potere di dividere il Giusto dallo Sbagliato: si forma l’arbitrario “Patto trasversale per la scienza” che decide cosa sia scientifico o meno, con il potere di delegittimare qualunque scienziato; la task-force “anti fake-news” che decide quali notizie siano attendibili e quali bufale, con il potere di ridurre al silenzio i dissidenti; la task-force per la “ripartenza” governata da amministratori delegati di multinazionali, che notoriamente fanno gli interessi del popolo; la task-force per le app di controllo degli spostamenti dei cittadini, e così via.
Queste sono già realtà, ormai, ve ne siete accorti? Sapete che esiste un “sistema unico di segnalazione del Comune di Roma” per denunciare, nell’anonimato, assembramenti di persone? Sapete che nella Roma occupata dai nazisti si poteva denunciare, nell’anonimato, dove si rifugiavano gli ebrei, o nella Russia sovietica dove si nascondevano i dissidenti? Sapete che (notizia di ieri) il Comune di Grugliasco ha costituito le “ronde anti-trasgressori” formate da cittadini in divisa che pattugliano la città in cerca di “furbetti” per consegnarli alla Giustizia? Sapete come si erano formate le squadre fasciste cent’anni fa e cosa facevano con il plauso della popolazione impaurita?
Ora il problema non è ciò che impone il Potere, ma il nostro assecondarlo, il nostro esserne complici interiormente. Svegliamoci. Con un pensiero forte e libero possiamo creare una barriera inespugnabile. Non c’è bisogno di fare del male a nessuno né di trasgredire la legge, nemmeno quella di restare a casa. Per il momento è sufficiente PENSARE (cosa più difficile di quanto si creda), approfittando di questo ulteriore confinamento. Prepariamoci, ognuno a suo modo, ognuno con la propria irripetibile individualità, a ciò che verrà dopo. Perché dopo saranno cazzi, già ci sono tutte le premesse. E non solo cazzi economici in un Paese indebitato fino al collo alla mercé delle multinazionali (perché il problema non è la Germania o l’Olanda, se non l’avete ancora capito), ma saranno cazzi per le nostre libertà personali, sempre – beninteso – con lo slogan “per la vostra sicurezza”.
Per evitare commenti inutili e fuori luogo, concludo ribadendo che io sono un libero pensatore e NON HO ALCUN COLORE POLITICO, me ne frego della destra e della sinistra, dei guelfi e dei ghibellini, e chi ancora si scanna per i politici – quelle tragicomiche marionette manovrate dai poteri economici – non fa che assecondare il loro gioco di mantenerci divisi, proprio in un momento in cui dovremmo essere più uniti che mai, almeno chi pensa con la propria testa.
Nel suo “Trattato del ribelle” (che vi invito caldamente a rileggere in questo momento storico), Ernst Jünger scriveva che una minoranza, per quanto minuscola, di esseri pensanti uniti in nome della libertà è il terrore di ogni dittatura. Infatti ogni dittatura aumenta sempre i sistemi di controllo in maniera apparentemente spropositata rispetto all’esiguo numero dei dissidenti, perché (cito Jünger) “tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. È questo l’incubo dei potenti”.
E questo, aggiungo io, dovrebbe essere il nostro sogno.
UNA PICCOLA NUBE

“Osservò la scena, rifletté sulla vita e, come sempre gli capitava quando pensava alla vita, diventò malinconico. Una dolce tristezza si impadronì di lui. Sentì quanto fosse inutile lottare contro la sorte: questo era il bagaglio di saggezza che i secoli gli avevano trasmesso”.
James Joyce, “Una piccola nube” (Gente di Dublino, 1914)
2 APRILE 1725 – NASCE GIACOMO CASANOVA, L’ITALIANO

Giacomo Casanova è un personaggio storico che l’Italia tutta dovrebbe celebrare nel giorno della sua nascita, non perché abbia compiuto grandi gesta militari o politiche e nemmeno per il suo valore di artista, ma semplicemente per il suo essere, in ogni suo gesto o pensiero, pienamente Italiano come nessuno prima di lui. Purtroppo viene sempre ricordato – un tempo con vergogna, ora con compassionevole ilarità – unicamente per la sua fama di seduttore e, al limite (ma solo tra i più eruditi), anche per la sua leggendaria fuga dalle carceri veneziane dei Piombi.
Scrittore, matematico, filosofo, esoterista, gastronomo, diplomatico, spia, alchimista, viaggiatore instancabile e innamorato dell’Universo Femminile, Casanova fu invece uno dei prodotti più felici dell’Italia settecentesca, di cui ha portato alla massima espressione i vizi e le virtù (che a ben vedere sono identici agli attuali). Non c’è paese europeo che non abbia toccato, né attività che non abbia intrapreso, né personalità che non abbia incontrato – da Voltaire a Mozart, passando per Luigi XV e Caterina di Russia – perfettamente a suo agio sia nel cosmopolitismo dell’aristocrazia che nel particolarismo delle classi popolari.
Un “filosofo in azione” lo definisce entusiasticamente Philippe Sollers, uno dei maggiori intellettuali francesi (e non stupisce che le perle da noi trascurate debbano sempre essere notate dagli stranieri), parlando del monumento che ci ha lasciato, tra gli scritti più importanti al mondo per comprendere e vivere il XVIII secolo europeo: la “Storia della mia vita”, ponderosa opera autobiografica in vari tomi che tuttavia scorre lieve, pregna di quella freschezza e “joie de vivre” tipica dell’Ancien Régime. Perché Casanova fu pienamente figlio del suo tempo, senza mai rinnegarlo e anzi rimpiangendolo dopo gli eccessi della Rivoluzione Francese, come fu figlio della sua patria che, sebbene all’epoca fosse la Repubblica di Venezia, rappresenta come la Firenze dantesca l’Italia intera.
FASCISMO IN MASCHERINA
Dopo anni di ridicole ossessioni per un immaginario ritorno del fascismo, ora ve lo ritrovate a casa e nemmeno l’avete riconosciuto. Pensavate che sarebbe apparso in fez e camicia nera e invece indossa la mascherina chirurgica; credevate che avrebbe tentato di impaurirvi con l’invasione di un nemico in carne ed ossa, fosse anche un esercito di migranti, e invece vi mette davanti un “nemico invisibile”. D’altronde i tempi cambiano, e con loro i mezzi per suscitare la nostra paura atavica della morte.
Ora non voglio entrare nel merito dell’epidemia, degli errori statistici che si stanno compiendo (se i tamponi vengono fatti solo sui pazienti gravi perché non si hanno i mezzi per farli su tutti, è ovvio che la mortalità relativa risulta più alta), né sulle stringenti misure adottate perché non si sa che pesci prendere con un sistema sanitario indebolito – non solo in Italia – per rispettare i vincoli di bilancio (è grottesco che prima vengono chiusi gli ospedali “per risparmiare” e adesso si devono riaprire in quattro e quattr’otto), né tantomeno vorrei esortarvi a non seguire le regole imposte: state a casa. Seguite il mantra. State a casa e non trasgredite la legge. Ma, vi prego, NON SIATENE COMPLICI. Ubbidite, ma rimanete attentissimi, svegli, critici, senza farvi sopraffare dalla paura, perché da che mondo è mondo la paura è l’arma del tiranno.
Non inveite, dunque, contro chi fa jogging o porta a pisciare il cane, facendovi strumento di un Potere che incanala la vostra frustrazione da isolamento verso innocui individui che non vanno a influire minimamente sul contagio, e soprattutto non fatevi gendarmi di questo regime andando a denunciare chi esce a fare una passeggiata solitaria. Non arrivate, vi prego, al punto di invocare addirittura la presenza dei militari nelle città… I MILITARI! Ma vi rendete conto della follia? L’esercito per le strade a controllarci uno per uno, la legge marziale invocata dal popolo stesso: il sogno di ogni dittatore. E come se non bastasse, ormai proni a ogni privazione di libertà, desiderate perfino che vengano monitorati, con apposite app su smartphone o con gli odiosi droni, gli spostamenti di ogni cittadino/untore, voi compresi. Per sempre. Perché sapete bene che una cosa del genere sarà per sempre.
Vi prego, prendetevi a schiaffi (forti), e svegliatevi: molte delle libertà che ci stanno togliendo ora a suon di decreti (di fatto esautorando il parlamento di ogni potere) non verranno più restituite, come del resto è accaduto a livello mondiale negli ultimi vent’anni grazie all’altra grande “paura”, quella del terrorismo, con lo slogan “For your safety – Per la vostra sicurezza”. E sarete proprio voi, se non vi sveglierete, a non volere più quelle libertà, anzi vi farete complici di ulteriori soprusi e accorrerete in massa gioiosi a farvi impiantare un microchip sottopelle, per dirne una.
Perché la dittatura perfetta non comanda, ma mette il suddito nelle condizioni di desiderarla.
Dunque rispettiamo la legge, stiamo a casa, ma senza paura. Osserviamo con spirito critico ciò che accade e rimaniamo sempre implacabilmente all’erta, pronti a ribellarci (certo ora è impossibile, vietatissimo, perché tutti i moti di ribellione mondiali, anche i più perniciosi, sono stati messi a tacere in un sol colpo grazie al virus, guarda un po’).
Il fascismo del ventunesimo secolo è proprio questo. Lo so, non è pittoresco come quello di cent’anni fa, non ha un dittatore ben individuato da appendere a testa in giù, ma è frutto di un Potere acefalo, globale e indefinito, che però utilizza sempre la stessa arma della paura, mettendoci l’uno contro l’altro. “Siamo in guerra” ci ripetono fino alla nausea, fino al punto di farcelo credere veramente, amplificando ad arte la paura della morte per farci accogliere acriticamente qualunque “legge speciale” (solo il nome mi mette i brividi).
E invece no. Invece, quando ci sentiamo sopraffatti dalla paura al punto di accettare – o peggio, di invocare – qualunque privazione di libertà, fermiamoci a pensare a tutti gli uomini che sono morti per donarcela. Pensiamo che adesso noi stiamo compiendo proprio il processo inverso: per paura di morire, rinunciamo a quella libertà per la quale altri sono morti senza paura, perché combattevano per un’ideale che andava oltre l’attaccamento alla vita. Pensiamo a loro, e fermiamoci a respirare, e a riflettere quantomeno.
Finora abbiamo data per scontata la libertà che avevamo, non ce ne siamo quasi accorti, e forse è arrivato il momento di rendercene conto. Almeno saremo pronti, e con le idee chiare, per ciò che accadrà dopo.
ELIOGABALO

Antonin Artaud non poteva non trovarsi a suo agio nel narrare la vita di Eliogabalo, “l’anarchico incoronato”: erotismo, esotismo ed esoterismo esplodono in uno spettacolo pirotecnico surrealista e a tratti teatrale (d’altronde parliamo di Artaud), in una prosa colta, cruda e sensuale.
Sarà che sono temi da me prediletti: Roma – rappresentata dal vecchio Settimio Severo che giunge in Siria – al principio della sua decadenza, una Roma ormai intossicata di Oriente, non la Grecia, ma un Oriente lontano, assoluto, iniziatico, tuttavia già da tempo decomposto – e dunque velenoso – rappresentato da una delle quattro Giulie “belle e pronte per il doppio mestiere d’imperatrici e sgualdrine”, quella Giulia Domna che il Severo prende in moglie per il volere di un oracolo siriano che la qualifica come Pietra di Luna, “Diana, Artemis, Ishtar, e anche Proserpina, la forza del Nero Femminile.”
Le Giulie allo stesso tempo nonne, madri, sorelle, puttane e concubine incestuose di Eliogabalo, “nato in una culla di sperma”, tra culti misterici e riti di sangue, dove gli archetipi del maschile e del femminile si invertono e si mescolano fino al miraggio dell’androgino originario: Eliogabalo sacerdote-bambino del Sol Invictus, nato ad Antiochia nel 204 d.C. sotto l’impero di Caracalla e imperatore a sua volta, assassinato in una latrina all’età di diciott’anni.
Il capolavoro di Artaud narra la sua vita, tanto breve quanto incredibile, nell’unica maniera che le rende giustizia, tra rimandi metafisici e carnali pregni di precisi simboli esoterici e divinatori, messa in scena sul palcoscenico di un Oriente descritto con realismo onirico, del quale possiamo avvertire con nitidezza profumi e olezzi, non solo fisici.
Un libro complesso da leggere più volte, un giardino di delizie per gli amanti di quel gusto per l’esoterismo degli anni ’20 e ’30 che donò profondità al precedente decadentismo, in cui l’amalgama di sacralità e sensualità rimase perlopiù confinata a un livello estetico senza penetrare negli abissi dell’inconscio dove l’ha condotta Artaud.
Astenersi minimalisti.
L’ULTIMO CARNEVALE DEL MONDO

Vi giuro, quel giorno Venezia era così. Nessun filtro. Un cielo al tramonto che sembrava uscito dal pennello di Tiepolo, il riflesso sui canali immobili di bassa marea e un silenzio assoluto, imprevisto per l’ultima domenica di carnevale, il giorno in cui tutto precipitò.
A dire il vero non avevamo capito molto, quando appena risorti dai bagordi notturni ci vomitarono addosso messaggi e telefonate: coronavirus, carnevale cancellato, feste vietate, partenze di massa, quarantene, contagi, morti.
Al carnevale la percezione degli eventi esterni alla laguna è falsata e trasfigurata, sempre ammesso che avvenga. Per cui – dopo aver ricevuto assicurazioni sulla nostra unica preoccupazione, ossia il regolare svolgimento delle feste in programma – accogliemmo tali notizie con una singolare eccitazione aromatizzata dall’inquietudine: chi eravamo dunque noi che ci aggiravamo in tricorno, parrucca e bastone tra sparuti e impauriti viandanti in mascherina chirurgica? Dov’erano i confini del mondo ora improvvisamente ridotto a quell’intrico di calli e canali tinti di rosa? Ci avrebbero forse relegati lì, in quarantena, con nient’altro da indossare se non costumi settecenteschi e nient’altro da bere se non prosecco? Di questo si parlava la sera alla festa, e in tutti gli occhi leggevo la malcelata speranza che si potesse finire proprio così, in un turbine di baccanali tra soffitti affrescati e damaschi e arabeschi, abbigliati in abiti e belletto di secoli passati, sopraffatti dalla splendida depravazione della fine, come in un dipinto manierista di orge da basso impero, o nella sempiterna fascinazione degli ultimi giorni della Serenissima: l’ultimo carnevale del mondo.
Ma in questo, di mondo, non si riesce più a concepire poeticamente la vita, figuriamoci la morte. Anche il coronavirus, anziché ispirare poeti come fece la peste per Boccaccio, viene ridotto a uno sterile elenco di statistiche e danni economici. Però quel giorno, a Venezia, il tramonto aveva quella luce, mai vista una luce così. O forse non me ne sono mai accorto prima, perché la Bellezza si rende più evidente proprio nei momenti tragici. Non salverà il mondo, certo, ma può regalarci una fine sublime.
LA CROCIATA DEGLI INNOCENTI – 21 FEBBRAIO 1920

“I bambini sfilavano via ordinati all’uscita del teatro, serrandosi al braccio delle madri, fiere di trattenere il pianto. La bora assassina di febbraio prendeva a rasoiate la faccia e congelava aliti e lacrime in un fine nevischio. Nonostante la divisa pesante, il maglione a collo alto della trincea e il mantello grigioblù rubato alla cavalleria francese, tremavo appoggiato a un angolo della piazzetta di Sant’Andrea, io che avevo resistito agli inenarrabili inverni del Carso. E quei bambini, invece, marciavano serissimi e compunti con le ginocchia scoperte, senza una sbavatura, che il maggiore sarebbe stato fiero di loro e avrebbe ficcato medaglie su tutti quei baveri consunti. Quegli stessi bambini che tutti i giorni improvvisavano qua e là comizi sulle scale di casa, chiamando all’adunata altri coetanei e spesso superando in maestria i discorsi che udivano dai grandi – esordendo con qualcosa come “Fanciulli di Fiume, bambini d’Italia, in questo giorno solenne…” e concludendo sempre con un argentino alalà – avevano appena ascoltato al teatro Fenice il discorso tenuto in loro onore dal Comandante in persona e dal nuovo capo di gabinetto Alceste De Ambris: il discorso per i primi duecentocinquanta bambini – che arriveranno fino a quattromila entro l’estate – costretti ad abbandonare Fiume per non morire di stenti degni di una rocca assediata dai Lanzichenecchi.”
Dal mio “Sulla cima del mondo – il romanzo dei ribelli di Fiume”, ed. Historica 2019.
LE SPOGLIE DI RICCARDO GIGANTE

Oggi le spoglie di Riccardo Gigante, sindaco di Fiume nel periodo dannunziano (nonché, successivamente, podestà e senatore del Regno), saranno finalmente tumulate al Vittoriale, accanto a Gabriele d’Annunzio e ad altri legionari fiumani, nell’arca per lui predisposta dal Vate.
Si chiude così simbolicamente il cerchio di una storia iniziata 100 anni fa, una storia di stima e di amicizia che legò Gigante e d’Annunzio, una storia finita per Gigante in una foiba di Castua il 4 maggio del 1945.
Parlo di lui e della sua tragica fine nel mio “Sulla cima del mondo – il romanzo dei ribelli di Fiume”, tra gli eroi che fecero dell’Impresa di Fiume “la bella tra le belle”.
LE FONDAMENTE NOVE

“Davanti alle Fondamente Nove cercava l’ispirazione da quell’inutile sole invernale, che avrebbe donato ancora per qualche minuto pallidi riflessi paglierini all’isola di San Michele.”
da “Il Sole a Occidente”, parte III, cap. IV
I TETRARCHI

Sempre lì ad aspettarmi, i Tetrarchi, a ricordarmi l’ispirazione che mi donarono ormai dieci anni fa, quando scrissi in un mese di isolamento veneziano “Il sole a Occidente” ora tradotto anche in francese come “L’ange de la décadence”.
Proprio loro hanno dato il titolo a una sezione del romanzo, che si conclude con queste parole, quando i quattro protagonisti si abbracciano:
“Un solo corpo, una sola emozione che può volare più in alto di qualsiasi altra cosa. E in questo preciso istante i Tetrarchi tornano a essere quel blocco unico di porfido, quell’unità originaria contenuta nella pietra prima che lo scalpello di quell’ignoto scultore bizantino la portasse allo scoperto, sciogliendola per sempre.”
LA PELLE

Quando rileggi un libro dopo vent’anni hai l’impressione di farlo per la prima volta, perché sei un’altra persona. Ma è solo l’impressione, perché molto di quella scrittura è entrato a far parte di te.
Mi accorgo che, tra le altre cose, la mia penna è debitrice a Curzio Malaparte per il massimalismo, per il gusto dell’iperbole, per l’aspirazione a trasformare la crudezza in poesia e la poesia in crudezza.
Pochi come lui hanno saputo utilizzare la lingua italiana in tutta la sua meravigliosa complessità, una lingua che come nessun’altra può parlare dell’animo umano, dalle vette alle bassezze. Proprio quelle del popolo italiano alla fine della Seconda Guerra Mondiale, trasfigurato in quella Napoli che Malaparte ha vissuto, compreso e raccontato con maestria, così come ha magistralmente descritto l’ottusa incomprensione negli occhi sempliciotti dei “liberators” americani, sbarcati in quella bolgia dantesca gravida di tutte le nostre italiche contraddizioni. Che solo un italiano può forse riuscire a capire, e Malaparte, anche in questo, è stato arcitaliano. Nel bene e nel male.
A FIUME, CENT’ANNI FA

L’11 gennaio 1920 Alceste De Ambris, sindacalista rivoluzionario appena nominato capo del governo fiumano da Gabriele d’Annunzio, tiene al Teatro Fenice un discorso d’insediamento rivolto contro le potenze capitalistiche Inghilterra, Francia e Stati Uniti, contro l’egoismo dei popoli ricchi che avrebbe ceduto alla sollevazione dei popoli oppressi ora riuniti sotto il simbolo dell’Impresa fiumana, concludendo con il celebre: “Non è mai tardi per andar più oltre”.
E in effetti Fiume, da quel giorno, iniziò un cammino che la portò molto oltre l’iniziale intento di annessione all’Italia, diventando un laboratorio di sperimentazioni sociali e politiche avanzatissime che trovarono il loro coronamento nella Carta del Carnaro.
Nel mio romanzo “Sulla cima del mondo – il romanzo dei ribelli di Fiume” narro il momento in cui Mario Carli presenta il primo numero del suo giornale “La Testa di Ferro” dove è riportata in prima pagina la frase di De Ambris, con la riproduzione della testata originale gentilmente concessa dall’Archivio Museo Storico di Fiume a Roma.
FINE D’ANNO

“L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la Piazza Barberini, su la Piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorìo confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.”
Gabriele d’Annunzio, “Il piacere” (1889)
IL FUTURCENTENARIO
Epica festa il 13 dicembre 2019 al Contemporary Cluster / Palazzo Cavallerini (Roma) per celebrare il centenario dell’inizio dell’Impresa fiumana.
Non solo la presentazione parolibera con la recitazione di Giuseppe Abramo del mio “Sulla cima del mondo – il romanzo dei ribelli di Fiume” e del “Poema di Fiume” di Marinetti curato da Emanuele Merlino, non solo il cibo della cucina futurista preparato da Andrea Shakty Misseri condito da polibibite marinettiane, non solo l’intervento dannunziano di Simone Coccia Colaiuta, ma anche la futurperformance di Giuditta Sin & Gonzalo Mirabella, l’esplosivo intervento musicale di Claudio De Tommasi e l’interpretazione del Manifesto dei Musicisti Futuristi da parte dei giovani attori Pierciro Dequarto & Davide Logrieco dell’ Accademia Bordeaux, per finire con il suono di Roma dell’immenso Lory D.
UN FUOCO FATUO CHE CI ILLUMINA ANCORA

“I drogati sono i mistici di un’epoca materialistica che, non avendo più la forza di animare le cose e di sublimarle in simbolo, operano su di esse un procedimento inverso di riduzione e le consumano e le logorano fino a raggiungere in esse il nucleo del nulla. Essi sacrificano al simbolismo dell’ombra per controbattere il feticismo del sole, che detestano perché ferisce occhi già stanchi.”
Nel novembre di 90 anni fa, moriva suicida con un colpo di rivoltella al cuore lo scrittore surrealista-dadaista Jacques Rigaut, appena trentenne. La parabola della sua vita geniale e dissoluta viene raccontata nelle sue ultime fasi dall’amico Pierre Drieu La Rochelle nel romanzo “Fuoco fatuo” (titolo originale “Le feu follet”), da cui è stato tratto il film omonimo di Louis Malle nel 1963. Purtroppo nel film, che risente del noioso bigottismo anni ’60, Rigaut non viene presentato come eroinomane, ma come “semplice” alcolizzato (dove tra l’altro si intravede bere in una sola scena), il che va a sovvertire completamente la valenza del suo essere tossicomane in rapporto alla società del tempo.
Ovvio che consiglio la lettura del romanzo – forse la produzione migliore di Drieu La Rochelle, morto anch’egli suicida nel 1945 – nel quale non si racconta solamente la vita dannata di Rigaut, ma di tutta quella generazione di artisti ribelli uscita dalla Prima Guerra, una generazione che cercava, in quel decennio irripetibile dei “folli” anni ’20, la sua strada, fosse anche quella di chiamarsi fuori da un’Europa in deriva materialistica, dove l’arte e il culto della Bellezza cantavano – in un ultimo ineguagliabile barbaglio di splendore – il loro requiem.
AI MIEI LETTORI

In questi tempi di volgare visibilità non basta scrivere un bel libro. Non contano, come dovrebbero, gli apprezzamenti del lettore colto o del critico raffinato – dunque la “qualità” – ma ciò che decreta la fortuna o la sfortuna di un’opera è esclusivamente la “quantità”: quanti libri venduti, quante recensioni, quanti like. Non entro nel merito di ciò che è giusto o sbagliato, mi limito a constatare lo spirito dei tempi. E ad accettarlo, mio malgrado.
Dunque vi ringrazio di cuore per i messaggi di apprezzamento che ricevo quotidianamente in privato per il mio “Sulla cima del mondo”, sono la più grande soddisfazione per uno scrittore, credetemi. Tuttavia vi invito, se ne avete voglia e se avete amato il romanzo, a rendere pubblico il vostro apprezzamento tramite foto, post e story sui social, e con recensioni sulle librerie on-line come Amazon o IBS.
Contro lo strapotere e il monopolio dei colossi editoriali, nonché del triste “pensiero unico” imperante, il PASSAPAROLA (reale o virtuale che sia) è la nostra sola arma. Anziché subire l’imposizione di questi strumenti “social”, serviamoci piuttosto di loro per far circolare le nostre idee. Anche e soprattutto se scomode, controcorrente, scorrette, almeno finché sarà possibile.
Da una Roma grigia flagellata da uno scirocco impietoso, vi auguro una bella domenica. E vi ringrazio ancora.
A NOVANT’ANNI DALLA MORTE DI GUIDO KELLER

“Sei morto presto, Guido Keller, dieci anni appena da quel momento, troppo presto per accorgerti che quel futuro non sarebbe mai esistito, che la Storia avrebbe tradito i tuoi sogni di mondi liberi, come te, nel cielo; sei morto presto, e la Storia beffarda ha tradito anche te, proprio te che volavi sulle terre irredente e duellavi coi cavalieri dell’aria, e vincevi, e gli avversari stessi ti scortavano fino al campo con gli onori degni di un generale romano; la cinica Storia ti ha fatto morire sulla volgare terra, sul legno di un platano solitario come il tuo cuore, che aspettava insieme al destino ineluttabile la tua automobile e ti ha rubato in un solo schianto vita, libertà, e follia.
Sei morto troppo presto, Guido Keller, e hai lasciato al mondo intatta la tua giovinezza ardita e pazza come un dono che nessuno ha saputo comprendere.”
Tratto dal mio romanzo “Sulla cima del mondo – il romanzo dei ribelli di Fiume”, ed. Historica 2019.
L’IMAGINIFICO

Un’altra biografia di Gabriele d’Annunzio? Sì, perché le biografie di un personaggio poliedrico e multiforme come d’Annunzio non sono mai abbastanza.
Nel suo ultimo, splendido lavoro, Maurizio Serra ci regala una biografia del Vate non solo esaustiva anche nei particolari e nei personaggi, ma ben articolata sia con il dorato mondo della belle-époque e dei primi del Novecento, sia con l’ambiente culturale francese dell’epoca, di cui Serra è un profondo conoscitore.
Il libro infatti è uscito in francese nel 2018 per i tipi di Grasset, vincendo il Prix Chateaubriand e il Prix de l’Académie des Littératures, offrendo un ritratto di d’Annunzio vicino alla sensibilità e alla cultura del lettore d’oltralpe. Questa, a mio avviso, è la vera particolarità di questo testo che ci permette di incontrare da vicino e con dovizia di particolari quei personaggi così importanti nella vita di d’Annunzio durante i lunghi soggiorni nella sua seconda patria, spesso un po’ trascurati dai biografi italiani.
Un’opera ponderosa di circa 700 pagine che scorrono come un romanzo, ricchissima di note esplicative e rimandi a testi notevoli, condita da quella sensibilità da fine diplomatico qual è Maurizio Serra.
Lettura, se non l’avete ancora capito, consigliatissima.
DI QUELLA VOLTA AL CAFFÈ SAN MARCO DI TRIESTE

Era un giorno di gennaio del 2012, la bora prendeva a rasoiate la faccia ed era impossibile solo pensare di camminare per strada. Io e Gaia Clotilde Chernetich rimanemmo piacevolmente prigionieri nel caffè San Marco per un pomeriggio intero, persi in discorsi letterari tra sacher e vini friulani. Lei era nel pieno dell’editing del mio Il Sole a Occidente, ma io già pensavo al mio nuovo scritto: fu lì che prese forma, per la prima volta, l’idea di un romanzo ambientato nella Fiume dannunziana.
La mia idea era più nebulosa del cielo di Trieste, ma la esposi a Gaia con quell’eccitazione che solo una bottiglia di sauvignon riesce a dare, e lei ne rimase entusiasta (certo, la bottiglia di sauvignon l’avevo divisa con lei).
Da quel giorno – questo ogni scrittore lo sa – l’idea iniziò a maturare in me per anni, fino al parto del romanzo avvenuto l’anno scorso. Mai avrei immaginato, in quel giorno di bora infernale, che sette anni più tardi avrei presentato a Trieste il mio “Sulla cima del mondo” proprio in quello stesso caffè che assistette al suo concepimento, e che Gaia, ancora una volta, ne sarebbe stata l’insostituibile editor (no, forse questo già lo immaginavo).
È stata una presentazione magnifica in un’atmosfera unica, emozionante, ancora di più per i ricordi legati a quel caffè. Ringrazio Alessandra Linda e Fabrizio Loi per l’organizzazione impeccabile e per aver permesso tutto ciò; Erica Culiat per avermi presentato con estrema professionalità e interesse; il pubblico numeroso e attento, e gli amici arrivati anche da luoghi lontani, primi fra tutti mio fratello Paolo Massimo Donfrancesco e Daniele Guarino.
La serata si è conclusa – ovviamente – in osteria con una cena triestina innaffiata da birra bavarese, poi con il doveroso omaggio alla statua di d’Annunzio appena inaugurata (tra sciocche polemiche di poveri ignoranti) in piazza Borsa. Non poteva infatti mancare il mio ultimo ringraziamento al Vate, il cui spirito ha vegliato sulla mia scrittura in ogni momento.
CAFFÈ SAN MARCO – TRIESTE
Presentazione allo storico Caffè San Marco di Trieste il 14 settembre 2019.
CASA CAVAZZINI – UDINE
Magnifica presentazione al Museo Casa Cavazzini di Udine il 10 settembre 2019, insieme a Elena Commessatti.
COSÌ NELLA BELLA FIUME ESPLOSE LA FESTA PERENNE DELLA RIVOLUZIONE

Mio articolo per “Il Giornale” sulla tre giorni di convegno nel settembre 2019 al Vittoriale degli Italiani, dedicata all’Impresa di Fiume.
GORIZIA 9-XI-2019
Presentazione di “Sulla cima del mondo” alla libreria “LEG” di Gorizia il 9 settembre 2019.

FIUGGI PLATEA EUROPA 2019
Presentazione del mio “Sulla cima del mondo” e di “Chez d’Annunzio” di Marcel Boulenger, curato da Alex Pietrogiacomi, al festival “Fiuggi Platea Europa” tenutosi a Fiuggi il 28 agosto 2019.
L’ITALIA MORALISTA E BENPENSANTE COLPISCE ANCORA

Apprendo oggi che un’associazione italiana di esuli ha rifiutato di presentare il mio romanzo “Sulla cima del mondo” perché ha un CONTENUTO SESSUALE TROPPO ESPLICITO. Per questo motivo nemmeno ne consiglierà la lettura agli associati.
La censura, del tutto inaspettata, piomba in un giorno dell’Italia del 2019 e non del 1919, quando i futuristi combattevano la loro santa lotta contro l’Italia borghesuccia e bigotta, la stessa lotta di quei giovani pieni di ideali nella breve stagione fiumana, quelli che venivano chiamati le “teste calde”, gli “scalmanati”, che volevano cambiare il mondo, che sognavano l’amore libero, la parità dei sessi e il superamento della morale borghese.
E mentre lottavano, SCOPAVANO. Sì, scopavano, e pure tanto, al di là di ogni regola: amori eterosessuali, omosessuali, bisessuali, che piaccia o no.
Nell’Italia di allora fu un comprensibile scandalo (come dimenticare le lettere del bacchettone Turati alla Kuliscioff?) e non sorprende che fu uno dei motivi per l’annientamento di Fiume, ormai considerata, in malafede, solo un immenso puttanaio. Ma adesso, a distanza di un secolo, mi si accusa di essere troppo sessualmente esplicito. Avrei forse dovuto occultare – come molti hanno già fatto – questa parte così importante dell’avventura fiumana? No di certo. Allora in che modo pensano, questi signori, possa narrare un giovane del tempo le sue avventure erotiche? Utilizzando grotteschi eufemismi come “feci volare il mio uccellino nel suo bosco incantato”? Oppure “lei assaggiò il mio gelato alla vaniglia”? No, il protagonista usa le parole che si utilizzavano e si utilizzano tuttora: cazzo, fica, culo. Tutto qua. Senza peraltro scadere mai, dico MAI, nella volgarità o nella pornografia.
Povera Italia ancora imbevuta di Manzoni e De Amicis, di quelle biblioteche stantie che Marinetti voleva (simbolicamente) distruggere, assieme al chiaro di luna e agli “oh, caro”! Se pensavate di trovare l’ennesimo romanzo elegiaco sull’Impresa di Fiume, irredentista e patriottico, fatto di fulgidi eroi asessuati di sani principi, di buoni sentimenti e devoti al Re e alla Patria, avete sbagliato. Io cerco di narrare quella parte di verità che si è voluta nascondere per decenni, e lo faccio senza giri di parole, con personaggi veri e irriverenti che non si vergognano di mostrare le loro parti “scabrose”.
E come il tenente Guido Keller, che invocava l’amore libero e praticava il nudismo sulle spiagge di Fiume scandalizzando le signore in corsetto (che tuttavia prendevano il binocolo per vederlo meglio), concludo con un giocondo ME NE FREGO.
Ringrazio sempre la modella Nolwen Smet (cui ho dovuto a malincuore tagliare la parte di foto che mostrava i capezzoli, per non incorrere anche nella censura di Facebook… ma questo è un altro penoso discorso che non voglio nemmeno cominciare) e Xstudios per l’elaborazione grafica.
BREVE STORIA CON FINALE ALCOLICO-ESISTENZIALISTA

La mattina è sempre difficile mettermi a scrivere, ci giro intorno, perdo tempo. Così, per fare una cosa inutile, stamattina ho dato un’occhiata alla classifica Amazon dei libri più venduti in Italia.
Al primo posto trovo “LE CORNA STANNO BENE SU TUTTO MA IO STAVO MEGLIO SENZA” di una tal Giulia De Lellis, libro che ancora non è stato pubblicato e uscirà il 17 settembre. Fantastico, chi mai può realizzare in prevendita un simile risultato? Come mai non conosco una siffatta letterata?
Cercando di ignorare l’orrore suscitato dal titolo – non devo avere pregiudizi, non devo avere pregiudizi, non devo avere pregiudizi – mi metto a cercare notizie sulla scrittrice e mi rendo immediatamente conto che forse ero l’unico a non conoscerla.
Leggendo la sua biografia tra Grande Fratello, Uomini e Donne, motociclisti e tronisti, all’orrore si è aggiunto il raccapriccio per una sua celebre uscita in cui si vanta di non aver mai letto un libro nella vita, poi si corregge, ah sì, forse solo il Piccolo Principe di Saint-Exupéry. Forse.
Allora ho spento il computer e me ne sono andato al mare, tanto ormai la mattina era andata a puttane.
Ecco, sono alla quarta Menabrea e mi è ormai chiarissimo che periremo tutti tra le fiamme dell’inferno.
RECENSIONE SU “AVANTI!”

È un onore trovare recensito il mio “Sulla cima del mondo” dal glorioso quotidiano socialista “Avanti!”, in uno splendido articolo sull’impresa di Fiume a firma del professor Carlo Felici. Un altro piccolo contributo per restituire all’Impresa più eroica e mistificata d’Italia il posto che merita nella Storia. Link:
PRESENTAZIONE AL VITTORIALE DEGLI ITALIANI – 5-VII-2019













SALONE DEL LIBRO DI TORINO 2019



STENIO SOLINAS SU “IL GIORNALE”

SULLA CIMA DEL MONDO

Nell’autunno del 1919 il tenente Saverio Gualtieri, reduce di guerra, fugge dall’Italia borghese per bruciare di vita nella Fiume libertaria di Gabriele d’Annunzio, la città dove tutto è possibile, dove si vive e si sogna la rivoluzione. Sarà proprio lui a raccontare in un brillante stile futurista quell’anno vissuto in un vortice di sesso, guerra, droga, spie, ideali, beffe e amori.
Un romanzo appassionante, basato su una fedele ricostruzione storica e documentaria, che ci fa vivere in prima persona uno dei momenti più liberi e ribelli del nostro Novecento.

Epigrafe tratta dal Manifesto del Futurismo.

12 Settembre 1919 – La Marcia di Ronchi verso Fiume.

Incipit del romanzo, con la narrazione della Marcia di Ronchi.

Bambine fiumane, 1920.

La “crociata degli innocenti”, febbraio 1920.

Opuscolo originale del 15 giugno 1920 dedicato alla festa del patrono di Fiume.

Narrazione della festa di San Vito con stralci dell’opuscolo di Mino Somenzi.

I coniugi Igliori, Fiume 1920.

Scena del romanzo ambientata del dicembre del 1920, poco prima del Natale di sangue.

Manifesto originale del concerto di Toscanini e gli orchestrali della Scala, Fiume 21 novembre 1920.

Narrazione di un momento del concerto di Toscanini. Sono riportati tutti i brani eseguiti dal Maestro.

Gabriele d’Annunzio arringa le truppe, Fiume 1920.

Momento del Natale di sangue, narrato in stile futurista.

Quarta di copertina del romanzo.
SALONE DEL LIBRO DI PARIGI
Pomeriggio di dediche per il mio romanzo “L’Ange de la décadence” (traduzione francese de “Il sole a occidente”, a cura di Carole Salas e Christelle Trautmann, edito da La Tour Verte) al Salone del libro di Parigi, il 15 marzo 2019.
CA’ ZENOBIO, VENEZIA
Presentazione della versione francese del mio romanzo “Il sole a occidente” dal titolo “L’Ange de la décadence” (ed. La Tour Verte) il 2 marzo 2019 a palazzo Zenobio degli Armeni, a Venezia, durante una festa in costume per il Carnevale.




LA COUPOLE, PARIGI
Presentazione della versione francese de “Il sole a occidente” con il titolo “L’Ange de la décadence” a La Coupole di Parigi il 12 gennaio 2019.
L’ANGE DE LA DÉCADENCE
À la suite d’une rupture amoureuse, un jeune artiste quitte Rome et choisit de se réfugier dans un palais vénitien, tour d’ivoire où il fera de sa propre vie une oeuvre d’art, l’esthétisme devenant sa règle de vie, au-delà du bien et du mal. Ce dandy moderne, en perpétuelle errance, passe par Paris, Rome et l’Inde, pour toujours revenir à Venise, entraînant dans sa poursuite du plaisir et de la beauté deux femmes et un homme, ce petit groupe vivant des amours hors normes en une course à l’abîme affranchie de toute règle morale.
Roman néo-décadent dans la tradition de Gabriele D’Annunzio, où la raison esthétique rejette les codes et la vulgarité du monde moderne ; c’est un texte provocateur, ironique, passionné, à contre-courant des modes, au ton tour à tour poétique et cru, chargé d’émotion et de désespoir, situé dans une Venise toujours inspiratrice et mortifère.
















ARTEMEDICA – MILANO
Presentazione del mio saggio “Paradisi artificiali – le droghe e l’uomo da un punto di vista scientifico spirituale” al centro Artemedica di Milano il 26 gennaio 2018, introdotto dal Dr. Sergio Francardo e dal Dr. Sergio Gaiti.
PARADISI ARTIFICIALI

Le sostanze stupefacenti hanno accompagnato la storia dell’umanità sia come elemento fondamentale che come ostacolo all’evoluzione. Allora in che modo bisogna considerarle da un punto di vista scientifico-spirituale, oltre ai noti meccanismi chimico-fisici? Qual è la loro azione soprasensibile sull’uomo? E quale il loro significato esoterico nella nostra storia evolutiva?
Il dottor Orlando Donfrancesco, farmacista a orientamento antroposofico, ci accompagnerà in un avvincente viaggio nel mondo delle droghe lungo lo spazio e il tempo, ricco di citazioni letterarie, storiche e artistiche: dall’Oriente della canapa all’Occidente della coca, dalle prime civiltà che tramite l’oppio ritornavano verso i mondi spirituali, all’incarnazione materialistica del presente favorita dall’alcol, arrivando a esplorare le epoche future aperte dagli allucinogeni.
Oppio, eroina, cannabis, ecstasy, alcol, coca, amfetamine, funghi, peyote, LSD: ognuna di queste entità è latrice di differenti influssi spirituali che saranno analizzati in maniera accessibile a tutti, in uno stile sempre brillante e coinvolgente, per aprirci a una nuova visione delle droghe.








CAMBOGIA, IL GIOIELLO RITROVATO

La Cambogia è un gioiello che il mondo ha ritrovato da pochi anni. Prima che la globalizzazione la renda identica al resto dell’Indocina, il viaggiatore – e non il turista – riuscirà a cogliere sensazioni ancora autentiche, uniche, offerte con semplicità da questa terra straordinaria. Il presente taccuino di viaggio traccia un itinerario minimo, dentro e fuori se stessi, per avvicinarsi alla Cambogia e al suo popolo con consapevolezza. Un viaggio meraviglioso che ci cambierà interiormente, già con la lettura di queste pagine.














LIBRERIA RINASCITA – ASCOLI
Presentazione e dibattito alla libreria Rinascita di Ascoli Piceno il 18 febbraio 2017, ospitato dall’associazione “Das andere” dell’amico Giuseppe Baiocchi.

CAFFÈ PEDROCCHI – PADOVA
Magnifica presentazione de “Il sole a occidente” allo storico Caffè Pedrocchi di Padova il 20 maggio 2016, in compagnia di Marco Ongaro.
SALONE DEL LIBRO DI TORINO 2016



RECENSIONE SU “ROCAILLE”

Link alla recensione di Annalisa P. Cignitti su “Rocaille”:
LIBRERIA CULTORA 12-III-2016

È stata la prima presentazione in assoluto del mio primo romanzo e, ironia della sorte, posseggo solo questa foto. Tuttavia, rappresenta un giorno speciale per me, come speciali sono stati i miei presentatori: il grande scrittore Paolo di Paolo, che aveva già notato e apprezzato il mio romanzo permettendogli di arrivare in finale al concorso “Orlando Esplorazioni” (altra ironia della sorte) del 2015; e la carissima amica Annalisa Cignitti, intervenuta in veste di storica dell’arte, per un romanzo che ha voluto celebrare la Bellezza in tutti i suoi aspetti.
LA CITTÀ GALLEGGIANTE, IL RAMINGO E L’ESORDIENTE

Il sole a occidente recensito da Alex Pietrogiacomi, intervenuto all’anteprima al Carnevale di Venezia.
Link:
CENTRALE – VENEZIA
Presentazione in anteprima de “Il sole a occidente” al ristorante “Centrale” di Venezia, nella domenica di Carnevale del 7 febbraio 2016, supportato da Alex Pietrogiacomi e Massimiliano Mocchia di Coggiola per il numeroso pubblico intervenuto in costume storico. Non poteva esserci anteprima migliore!








IL SOLE A OCCIDENTE

Un giovane artista sceglie di rifugiarsi nella sua torre d’avorio a Venezia e di fare della propria esistenza un’opera d’arte, elevando l’estetismo a etica di vita al di là del bene e del male. Nella sua sofferta quanto anacronistica ricerca di bellezza, questo dandy contemporaneo condurrà i suoi giorni oltre ogni regola morale e materiale tra la città lagunare, Roma, Parigi e l’India.
Romanzo neo-decadente, provocatorio, ironico, controcorrente, poetico e allo stesso tempo crudo, che trascina il lettore in una realtà governata dalla sola ragione estetica, destinata inevitabilmente a scontrarsi con un mondo massificato in cui la Bellezza è ormai sconfitta.
















































































































































































































