“Esiste un mondo al di là del nostro, lontano e vicino al tempo stesso, e invisibile. Ed è qui che vivono Dio, i morti, gli spiriti e i santi, dove ogni cosa è accaduta e tutto è conosciuto. Questo mondo parla e ha un linguaggio tutto suo: io riferisco quello che dice. Il fungo sacro mi prende per mano e mi porta là, in quel mondo dove ogni cosa è conosciuta.”
Dopo anni di ricerche, finalmente è stato pubblicato il mio ultimo libro sulle droghe, che include, aggiorna e amplia notevolmente il mio precedente “Paradisi Artificiali” di quasi dieci anni fa. Può essere considerato un vero e proprio “atlante scientifico-spirituale” che affronta la gran parte delle sostanze stupefacenti oggi note, illustrandone sia la storia, arricchita da numerose citazioni artistiche e letterarie, sia gli effetti, non solo dal punto di vista biochimico ma soprattutto riguardo alla loro azione sulle componenti psichiche e spirituali dell’essere umano. Dietro ogni pianta e sostanza sono infatti attive forze che provocano determinati effetti spirituali nel consumatore: dal carattere di negazione della materia tipico del passato, portato per esempio dall’oppio, a quello spiccatamente materialista del tempo presente, come per la cocaina, fino alla percezione di altri livelli di realtà che potranno essere conosciuti dall’uomo solo in epoche future, ma che sono precocemente aperti dagli psichedelici. In uno stile narrativo sempre brillante e coinvolgente, questo libro rappresenta un appassionante viaggio di scoperta che offre per la prima volta una visione completa del rapporto tra droghe e uomo, inteso come unità di corpo, anima e spirito.
Di seguito proporrò degli estratti del libro, a partire dall’indice.
“Che le droghe si spartiscano le zone e delimitino certi ambiti d’influenza è stato notato spesso. I sogni dei Lotofagi prosperano in Oriente. Lo spirito compie lunghi viaggi, mentre il corpo riposa sul suo giaciglio. Le immagini non sono solo belle e serene; possono anche essere spaventose e atroci. La droga ha il compito di Shahrazàd, che durante la notte ‘rende sopportabili le ore d’insonnia del sultano’. L’Occidente preferisce gli influssi che portano stimoli e favoriscono l’azione. Questa differenza emerge anche quando vengono usate le stesse sostanze.” Ernst Jünger
In questa sezione si affrontano i principi generali che occorre conoscere per affrontare lo studio del soprasensibile.
Per indagare realtà così complesse e dagli effetti così eclatanti sulla psiche come le sostanze stupefacenti, la mera descrizione dei meccanismi d’azione biochimici è terribilmente riduttiva, non riuscendo mai a fornire una spiegazione anche solo parziale dei loro effetti sull’essere umano nella sua interezza. Se poi si vuole ampliare ulteriormente lo sguardo anche verso gli effetti che queste sostanze hanno avuto (e hanno) sulla storia evolutiva dell’umanità, diventa imprescindibile estendere l’indagine al soprasensibile. Per farlo ci accorgiamo presto che le parole non sono sufficienti e dobbiamo rivolgerci a quell’ambito umano dove le parole si trasfigurano, o non servono proprio: l’arte, in tutte le sue espressioni.
In questa sezione saranno trattati l’oppio e i suoi derivati come morfina, eroina, ossicodone, fentanyl.
Qui si parla di cannabis in tutte le sue specie e declinazioni, come marijuana e hashish.
In questa sezione vengono trattate sostanze di sintesi come il gas esilarante, l’etere, il popper, il GHB, i barbiturici e le benzodiazepine.
Capitolo dedicato all’ecstasy e alle sue numerose congeneri come il 2CB.
Anche il cacao ha un effetto psicotropo e merita un capitolo!
Tutto sulla droga del Centro per eccellenza: l’alcol, con un paragrafo dedicato all’assenzio.
Sezione interamente dedicata alla cocaina e all’emergere del “doppio”.
Capitolo dedicato ad amfetamine e metamfetamine, compreso il khat e i suoi derivati di sintesi, nonché psicofarmaci come il Ritalin.
Non poteva mancare una sezione dedicata alle droghe più diffuse al mondo: tè e caffè.
Dopo tè e caffè l’altra droga che ha cambiato la storia del mondo: il tabacco.
Questo capitolo introduce l’amplissima sezione dedicata agli psichedelici e agli allucinogeni in generale, che occupa più di un terzo del libro.
Questo lungo capitolo affronta mescalina, psilocibina e LSD, nonché il meccanismo d’azione generale di tutti gli psichedelici.
Capitolo dedicato ai più potenti psichedelici attualmente conosciuti: DMT e 5-MeO-DMT.
Capitolo sull’ayahuasca, la pianta maestra.
Sezione dedicata alla ketamina e agli altri psichedelici dissociativi come l’iboga e la Salvia divinorum.
Qui si parla delle Solanacee psicoattive (stramonio, giusquiamo, belladonna, mandragora) e dei funghi del genere Amanita, tutte conosciute come “erbe delle streghe”.
Seguono le conclusioni e la bibliografia.
Come agisce una determinata droga sull’organismo, sulla psiche e sull’evoluzione spirituale di un individuo? Qual è il suo effetto sulla vita di un singolo e sul percorso evolutivo dell’umanità intera? Le droghe sono così strettamente intrecciate alla storia dell’uomo da costituirne un elemento fondamentale, benché spesso poco considerate. Conoscere a fondo il ruolo storico e gli effetti sia fisici che spirituali di ognuna, permette invece di affrontarle in maniera consapevole e libera da pregiudizi o condizionamenti. Cannabis, oppio, fentanyl, ecstasy, cocaina, LSD, caffè, tabacco, ayahuasca, alcol, ketamina, sono solo alcune delle sostanze trattate in un testo che si propone come una guida completa verso un tema che ci vede coinvolti quotidianamente.
Vi auguro una buona lettura e soprattutto un buon viaggio!
Siamo arrivati all’ultimo articolo della serie dedicata alle relazioni tra pianeti, metalli e uomo, e non poteva essere dedicato ad altro se non al Sole, reggitore del sistema solare, e all’oro, sua incarnazione terrestre e re di tutti i metalli.
L’oro infatti è l’unico metallo che si trova in natura sempre allo stato nativo, dunque mai combinato con altri elementi e mai intaccato dalle forze terrestri. Meno nobile è un metallo, più soggiace alle forze di erosione terrestre, perdendo il lato imponderabile della sua natura: luce, colore, energie raggianti si liberano tramite l’ossidazione o l’unione con altri elementi, e il metallo perde così una parte della sua natura cosmica (sono le stesse forze imponderabili che dobbiamo ridonare al metallo in fonderia per estrarlo dal minerale). L’oro è il metallo che conserva intatta questa sua natura cosmica, e l’elemento cosmico che lo costituisce è quello del Sole. Si potrebbe dunque pensare che l’oro esprima solo l’elemento cosmico di luce, mentre in realtà è portatore anche dell’elemento terrestre del peso e dell’oscurità. Nessun metallo come l’oro oscilla tra la luce e il peso, anche in senso spirituale, e lo dimostra la sua storia.
L’oro si situa preferibilmente in vicinanza della superficie terrestre, infatti in ogni miniera il contenuto d’oro diminuisce all’aumentare della profondità. Ama particolarmente quella sostanza “tutta luce” che è la silice (il quarzo), ma non si combina mai con essa, venendo infatti “ospitato” nei graniti ricchi di silice nella misura di un grammo per tonnellata (in pratica una diluizione omeopatica in D6). Un altro minerale indicatore della presenza dell’oro è la pirite, un solfuro di ferro: dunque l’oro si situa sempre tra luce (quarzo) e peso (pirite), tra il processo di “forma” dei pianeti soprasolari (processo della silice) e il processo di “dissolvimento” tipico dei pianeti sottosolari (processo dello zolfo).
Oro, quarzo e pirite insieme
Ciò è evidente anche nelle forme con cui si presenta: forme organiche (felci, capelli, foglie) già viste per i metalli sottosolari come il rame o l’argento, ma anche in cristallizzazioni come tetraedri o ottaedri, tipiche dei metalli soprasolari come il piombo. Anche nel suo manifestarsi come forma, l’oro abbraccia tutte le possibilità. Infatti, secondo gli alchimisti, l’oro era l’unico elemento in grado di esprimere in forma bilanciata i “tria principia”: sal, mercur e sulfur, che si ritrovano nelle sue straordinarie qualità di peso, duttile fluidità e luminosità.
Riguardo alla luminosità, l’oro ama brillare, ama la luce, al punto che cerca di occupare la superficie più estesa possibile e si lascia stendere in fogli il cui spessore può arrivare fino ai 10 micron. Una lamina del genere lascia trasparire una luce verde, mentre una soluzione colloidale d’oro, anche diluitissima (1:100.000.000) tinge l’acqua ancora chiaramente di color porpora (tali soluzioni venivano utilizzate per colorare i vetri delle cattedrali): il giallo dell’oro metallico sta quindi a metà tra il verde e il rosso.
Riguardo alla duttilità, l’oro è la sostanza più duttile e malleabile che conosciamo: oltre alle lamine appena viste, da un grammo d’oro si possono tirare fili di due chilometri di lunghezza. Ciò indica una straordinaria fluidità interna, che giustifica l’ottima conducibilità sia per il calore che per l’elettricità.
Tricloruro d’oro
Infine, all’altro polo, l’oro è un metallo molto denso, pesante, indistruttibile, che indica l’intensa forza della sua esistenza materiale: è il più pesante di tutti i metalli (densità 19,3 contro 11,3 del piombo). Inoltre è così “nobile” che con estrema fatica si lascia sciogliere e unire ad altri elementi, indice di una grande egoità: bisogna infatti utilizzare un agente ossidante potentissimo, l’acqua regia (miscuglio di acido nitrico e acido muriatico), per portarlo allo stato salino come tricloruro d’oro.
Ahura Mazdao
Abbiamo dunque visto la polarità luce-peso dal suo lato sostanziale, ora possiamo innalzarci al livello spirituale: niente come l’oro è stato capace di suscitare nell’uomo sia i sentimenti più elevati di bellezza e magnificenza (luce), sia quelli più bassi di brama, avarizia e cupidigia (peso). Nei tempi più antichi l’oro era al servizio del culto, apparteneva al re-sacerdote che lo amministrava per la divinità solare, come per esempio presso gli Egizi coi faraoni. Da sempre usato per cingere la testa del regnante con una corona pesante, segno di grande responsabilità: tu devi essere il Sole sulla Terra, e cioè prendere decisioni tra spirito e materia (tra luce e peso). Del resto i miti, i misteri e le religioni dell’antichità hanno sempre descritto il Sole come sorgente di luce-saggezza, calore-amore, vita-forza creatrice (Ahura Mazdao per i persiani antichi, Osiride per gli egizi, eccetera).
Osiride
La vittoria quotidiana del Sole sull’oscurità evoca la vittoria dello spirito immortale sulla natura istintuale. Per esempio Mitra che sconfigge il toro, simbolo della Terra, nel solstizio d’inverno, con il mito del “sol invictus”: la cristianità ha conservato quella festa, dedicandola all’altra divinità solare, il Cristo.
Mitra e il toro
Sia l’oro egizio che l’indiano vengono accumulati nelle mani di un uomo dalla personalità forte e “solare”, Alessandro Magno, ma alla sua morte continua a redistribuirsi per finire nelle mani dei Romani. Da lì continua a fluire verso est, di nuovo al medio-oriente con gli Arabi, poi viene estratto in occidente e portato sempre verso oriente dagli Spagnoli: la conquista del Nuovo Mondo era in realtà una brama insaziabile d’oro che ha sterminato popolazioni e generato guerre. Anche questo è l’oro.
Moneta d’oro dell’imperatore Eliogabalo
Dall’età moderna in poi inizia a concentrarsi nei forzieri di chi detiene il potere economico mondiale, il Regno Unito e poi gli Stati Uniti: così l’oro va verso ovest, ridotto alla sua mera valenza economica. Attualmente questo metallo così nobile, fatto per diffondersi e mettersi in mostra, stabilendo un ponte tra spirito e materia, è costretto a concentrarsi in pesanti lingotti, immobilizzato nell’oscurità sotterranea di fortezze come Fort Knox.
Fort Knox
In questa maniera, l’oro è distolto dalla sua missione: invece di contribuire all’elevazione dello spirito, diventa strumento del potere materiale di un ordine economico meccanico che aspira al dominio del mondo. Anziché splendere nella luce, viene posto nelle forze buie del subterrestre. Anche qui è evidente la sua polarità tra luce (portata all’estremo con l’influsso luciferico, come nell’antichità) e peso (portata all’estremo con l’influsso arimanico del presente). Ciò è specifico solo dell’oro e di nessun’altra sostanza. Rudolf Steiner ci dice che Arimane si collega, si “afferra”, alle vene d’oro della Terra. Se lo richiudiamo nelle profondità della Terra lo leghiamo tutto ad Arimane.
Da questo punto di vista è interessante osservare il processo di estrazione e accumulo dell’oro. Innanzitutto, nonostante l’oro sia distribuito su tutta la superficie terrestre, i giacimenti di gran lunga più importanti si trovano in Africa, il continente in cui l’attività solare arriva al massimo grado di purezza e che si può considerare come il cuore della Terra. Le più grandi e importanti miniere del mondo si trovano in Sudafrica: adesso ormai l’oro non si trova più in pepite, ma in grossi conglomerati di quarzo che vengono estratti a circa 4000 metri di profondità, dal momento che l’oro superficiale è già stato tutto estratto nel corso della storia. È una profondità enorme, con temperature fino a 70°C che necessitano di condizionamento per farle scendere almeno a 40°C, e con condizioni di lavoro pessime per i minatori (inoltre, per estrarre l’oro dal quarzo si usa cianuro di sodio che genera rifiuti altamente tossici). Nonostante la bassa concentrazione di oro e le spese da affrontare, anche in vite umane, le miniere sono attive esclusivamente per la brama d’oro, dalla quale l’uomo non è mai riuscito a liberarsi. Una volta estratto e purificato, l’oro viene ricomposto in barre e portato in Svizzera dove viene tagliato in lingotti da un chilo. E, dopo tutta la fatica per portarlo fuori dalla terra, viene rimesso sottoterra nei caveaux, legandolo appunto alle forze arimaniche.
Anche nella sua storia – che è poi la storia dell’umanità – è evidente la sua natura di sostanza tra luce e peso, e proprio sfruttando queste sue polarità, potremo con le opportune diluizioni utilizzare l’oro a livello terapeutico. In linea generale possiamo dire che le basse diluizioni (D6-D10) agiscono nel senso della corrente dell’incarnazione, della materializzazione; le alte (D20-D30) agiscono nel senso della escarnazione, della spiritualizzazione; le medie (D15) hanno proprietà equilibratrici. Di preferenza quindi si andrà a prescrivere oro in basse diluizioni per quei soggetti giovani il cui processo di incarnazione va rafforzato, le altre ai soggetti meno giovani in cui va incentivato il processo escarnatorio. Per esempio, gli anziani che cedono alle forze di gravità lo fanno più per una debolezza del corpo fisico che per un insufficiente processo incarnatorio. Non bisognerà quindi prescrivere oro in basse diluizioni, ma al contrario in alte, al fine di aiutare l’Io a staccarsi progressivamente da un organismo divenuto troppo materiale. Ciò è particolarmente utile quando più avanti con l’età persiste una predominanza della corrente incarnatoria che dà un invecchiamento precoce, sclerosi, e una tendenza dell’organismo a diventare “troppo fisico”: il sangue diventa ipercoagulabile e appaiono le trombosi. Da ciò si evince che l’oro agisce con particolare efficacia sulla circolazione e sul sistema ritmico in generale, essendo il cuore l’organo solare dell’essere umano.
Apollo
Le stesse qualità le troveremo nel “tipo solare”, ovvero quell’essere umano che nel processo incarnatorio ha ricevuto le influenze maggiori dal Sole rispetto ad altri pianeti. Presso i Greci, la divinità solare Apollo era il portatore della luce, della verità, della bellezza, dell’ordine morale e dell’armonia che ordinava il caos, era la divinità guaritrice (padre di Esculapio, dio della medicina) che equilibra e armonizza le forze dell’anima (pensare, sentire, volere).
Apollo con il carro del sole
Dunque il “tipo solare” sarà di natura vigorosa, vitale, equilibrata e armoniosa, ben incarnato e poco soggetto a malattie. Il corpo ben proporzionato di taglia media, con membra lunghe e mani affusolate e sensibili, dal portamento disinvolto e l’andatura morbida, il cammino ritmato e i gesti graziosi, pieni di padronanza di sé e di grandezza. Il viso è regolare, ovale, il cranio bombato, la fronte ampia, gli occhi grandi, brillanti e puri. Naso e bocca ben proporzionati, in armonia col mento, che indica un equilibrio tra pensare, sentire e volere, così come l’espressione benevola, seria e calma, nonché il comportamento sereno e nobile. In quanto nature solari, hanno bisogno del sole per vivere bene e si rigenerano presto alla sua luce, mentre soffrono d’inverno. Sono autosufficienti, vivono in pienezza e con grandi forze psichiche. Il loro cuore – organo solare – è ben sviluppato per avere una fine percezione del bene e del male, e guida il loro pensare, sentire e volere. Il loro senso della verità è incorruttibile e il comportamento pieno di sicurezza: come il Sole spargono luce, umanità e armonia. Si sentono ricchi interiormente e hanno voglia di donare e non di ricevere. Apprezzano soprattutto l’onestà, l’umanità, la generosità e la bontà, non sopportando la freddezza, i principi rigidi, le violazioni alla dignità umana. I loro conflitti consistono in una sicurezza di sé talvolta eccessiva e in assunzioni entusiaste di gravosi impegni che spesso consumano loro tutte le forze vitali.
C. P. Landon, Icaro e Dedalo (1799)
Infatti l’eccesso di forze solari nei cosiddetti “ubriachi di sole” può essere comparato a un eccesso di luce e calore solari. Il soggetto è in qualche modo “ubriaco di vita”, il mondo gli appartiene. Il suo senso della verità si trasforma in un’idealizzazione senza discernimento, in un’illusione permanente. Il cuore è pieno di una gioia di vivere strabordante, un’esagerata consapevolezza di sé, una confidenza cieca e beata. Si allarga nell’ambiente e sottostima i propri difetti e le difficoltà esterne. La volontà segue senza freni la natura di fuoco e sperpera senza discernimento le proprie forze, capacità e beni materiali: ogni traguardo sembra raggiungibile. L’ubriaco di sole è ben rappresentato dal mito di Icaro. All’inizio tale sovraccarico porta a un aumento di attività intellettuale, di energia e intraprendenza: tutte le funzioni sono accelerate, centrifughe, l’eccitazione e la fretta aumentano sempre di più, sembra che niente possa stargli dietro. Così la coscienza si offusca, tutto è sommerso dalle emozioni, dall’ipertrofia del sentimento dell’Io, fino a manifestazioni non controllate della volontà, come violente esplosioni di collera, follia furiosa e mania. In questi casi si somministra oro in basse diluizioni (Aurum D4-D10) che enfatizza le “qualità peso” dell’oro e attenua così i processi eccessivi di calore che provocano iperattività, agitazione, eccitazione e collera, idealizzazione senza basi, perdita del legame col terrestre, fuga dal mondo, mania e follia furiosa.
H. J. Draper, Il lamento per Icaro (1898)
All’altro polo troviamo i “senza sole”, ovvero quegli individui nei quali forze solari insufficienti evocano una mancanza di luce e calore solari. Il soggetto ha poca luce interiore, è come gelato, catturato da una tendenza centripeta egocentrica. Il suo pensiero, cieco a qualunque ideale, è senza la capacità di spiccare il volo e incatenato alla materia, incapace di elevarsi al mondo delle idee e di entusiasmarsi per gli alti ideali, che lo lasciano freddo. Il “senza sole” è incapace di scaldarsi e di amare la vita. La mancanza di una sana consapevolezza di sé e del gusto della vita, la mancanza di fiducia in sé, la malinconia, l’autocritica, le autoaccuse senza fondamento e le angosce, gli tolgono ogni sicurezza e lo spingono alla disperazione. Il polo del calore è debole, l’energia e la forza di volontà sono minime: il soggetto non osa impegnarsi a fondo e non si sente capace di affrontare i compiti che l’attendono. L’orizzonte interiore si scurisce progressivamente, la parte luminosa della vita e degli ideali sparisce. In questi casi si somministra oro in alte diluizioni (Aurum D20-30) che illumina la coscienza, dona all’essere un impulso verso l’alto, rinforzando i legami con la sfera solare che lo liberano dal legame malsano con la materia e sollevano il pensiero. È perciò indicato nel caso di fobie, paura di vivere, mancanza di fiducia in sé, nevrosi ossessive con autoaccusa, umore depressivo fino al rischio di suicidio.
V. Van Gogh, Ritratto del dottor Gachet (1890)
Vorrei chiudere questo articolo, e tutta la serie sui metalli, con una meditazione sull’oro che ci ha lasciato Rudolf Steiner, e che evidenzia l’importanza dell’equilibrio tra luce e peso:
Guarda nella tua anima forza di luce / senti nel tuo corpo potenza del peso. / Nella forza di luce irraggia l’Io spirito / nella potenza del peso domina lo spirito divino. / Ma non deve la forza di luce afferrare la potenza del peso / né deve la potenza del peso invadere la forza di luce. / Se la forza di luce afferra la potenza del peso / e la potenza del peso penetra nella forza di luce / si congiungono in cosmica follia anima e corpo in rovina.
Dalla forza aggressiva del ferro, portatore degli impulsi di Marte, ora cambiamo decisamente atmosfera e ci lasciamo abbracciare dalla grazia di Venere e dalla bellezza della sua incarnazione terrestre, il metallo rame, polare al ferro in tutti gli aspetti (ma proprio per questo tra i due vige l’attrazione degli opposti, come vedremo). Polare innanzitutto nell’aspetto fisico: come il suo compagno argento, anch’esso metallo sottosolare, il rame nativo si presenta in quelle che vengono chiamate “forme organiche” come felci, capelli, foglie, a indicare la sua affinità con le forze del vivente più che con quelle della forma, veicolate invece dai metalli soprasolari (ferro, piombo, stagno) che si presentano in forme compatte.
Rame nativo
Volentieri ci si accosta a un manufatto di rame, che sempre comunica calore e simpatia, assente invece in un arnese di ferro che spinge piuttosto all’azione diretta verso il mondo esterno. Come già illustrato nello scorso articolo, se il rame è stato il metallo che ha caratterizzato le antiche epoche di cultura fino a tutta la terza, nel corso della quarta (“periodo greco-romano”) il ferro ha imposto la sua supremazia con i marziali Romani, proprio a partire dalle armi. Va detto che il rame fino a quel periodo costituiva il metallo principale di lance, spade e corazze – presso gli antichi Greci, per esempio – sempre in lega con lo stagno, metallo in grado di donare quelle forze di forma che mancano al cedevole rame, a formare il duro bronzo che tuttavia non ha potuto reggere il confronto con le straordinarie proprietà del ferro in questo campo. Così il rame si è ritirato in ambiti a lui più congeniali, come quello artistico (metallo per fonditori, incisori, scultori, e per gli strumenti musicali), casalingo (utensili e stoviglie in rame) o decorativo, qui spesso in lega con lo zinco a formare il lucente ottone.
A. Canova, “Marte e Venere” (1816)
Tuttavia l’era della tecnica, inaugurata nell’attuale epoca di cultura proprio dal ferro e dalle sue leghe d’acciaio con il carbonio, ha strappato il rame dal suo mondo di arte e bellezza per precipitarlo nelle forze di subnatura quale metallo di elezione per condurre l’elettricità, proprio accanto al suo turbolento compagno ferro, vettore del magnetismo. Se, come vedremo, il rame ci parla del mondo astrale e ha nel rene il suo centro di forza nell’organismo umano, mostrando affinità per l’etere di luce, non è difficile riscontrare nell’elettricità proprio la controimmagine submateriale dell’etere di luce stesso, come corruzione del mondo astrale.
Calcopirite
D’altra parte la relazione tra rame e ferro è antichissima e risale ai primordi della formazione della crosta terrestre, quando il rame è sceso con lo zolfo nelle profondità basiche della Terra e qui si è unito anche al ferro a formare il suo minerale più importante, la calcopirite (solfuro di rame e ferro). Gli antichi, che esprimevano queste conoscenze per immagini, non a caso fanno di Venere la sposa del dio degli inferi Vulcano, rappresentante delle forze sulfuree, che un giorno scopre la moglie a letto con l’amante Marte: così nella mitologia è rappresentato il ménage-à-trois della calcopirite.
Alessandro Varotari, detto “il Padovanino”,“Marte e Venere sorpresi da Vulcano” (1645)
Questo minerale, salendo verso la superficie terrestre, incontra dapprima l’ossigeno a formare la cuprite e poi si combina volentieri con l’acqua a formare la malachite, un carbonato basico di rame, tappa finale del rame sotto le attuali condizioni terrestri (la patina verdastra che si forma sulle stoviglie di rame è, appunto, malachite).
Malachite
Per questa sua straordinaria capacità di legarsi facilmente e rapidamente all’acqua e a tutti gli elementi, gli alchimisti medievali soprannominarono il rame “meretrix metallorum” (meretrice dei metalli), appellativo forse non lusinghiero ma che ben esprime il comportamento del rame nella sua vivacissima chimica che sfugge a ogni regola, formando sali complessi di difficile identificazione e soprattutto generando i minerali più variamente e intensamente colorati presenti in natura: il rame reagisce sempre, è sempre aperto, mostra di poter sempre “accogliere”, modificandosi in base alle condizioni altrui. La sua imprevedibilità di azione non solo nel campo della chimica, ma anche nella sfera del vivente con le sue innumerevoli trasformazioni, ci riporta al carattere di Venere. In effetti per descrivere questo metallo e le caratteristiche venusiane che presenta, è naturale rivolgersi all’arte e alla bellezza, piuttosto che ad aridi trattati di chimica e stechiometria.
S. Botticelli, “La nascita di Venere” (1485)
La “Nascita di Venere” del Botticelli ci parla del rame e di tutto ciò che è collegato all’impulso di Venere, raffigurando il sorgere dell’anima umana nell’astralità-aria (rappresentata dai fiori e dal vento) dall’elemento liquido-eterico. Venere nasce sull’isola di Cipro, in latino Cuprum che corrisponde anche al nome latino del rame (simbolo chimico “Cu”), ha i capelli color rame come tutti i personaggi femminili del dipinto, l’aria astrale le soffia sui reni, organi di Venere, e in basso a sinistra è raffigurato l’equiseto, pianta utilizzata fin dai tempi più antichi per le patologie renali. Anche la conchiglia ha una simbologia precisa: poiché Venere non è affatto, come spesso si crede, il simbolo delle funzioni lunari di riproduzione e rigenerazione (come visto nell’articolo sull’argento), ma quello dei processi di assimilazione, ricettività, accoglienza e interiorizzazione, la conchiglia rappresenta proprio queste qualità avvolgenti e protettive per il mollusco che vi risiede.
Ma non solo. Per i molluschi, i crostacei e altri animali acquatici inferiori, il rame è il metallo respiratorio proprio come lo è il ferro per gli animali terrestri. Se infatti la molecola “respiratoria” della porfirina è pressoché uguale in tutti gli animali, a variare è proprio il metallo deputato a cambiare valenza a contatto con l’ossigeno dell’aria. Come visto nello scorso articolo, negli animali terrestri la porfirina presenta al centro un atomo di ferro (che passa da valenza +2 a +3 a contatto con l’ossigeno) a formare l’emoglobina, mentre nei molluschi marini questa posizione è occupata dal rame (che passa da valenza +1 a +2) a formare l’emocianina. Ecco che ancora una volta questo metallo ci si presenta come colui che mette in contatto l’acqua (l’animale marino) con l’aria (l’ossigeno), ed è innanzitutto in questa capacità di collegare l’eterico con l’astrale che sono da ricercare le sue qualità terapeutiche. In secondo luogo bisogna osservare le caratteristiche di questi animali acquatici dove predominano il metabolismo e le funzioni di assimilazione: da invertebrati, mantengono la molle proteina vivente al loro interno e secernono, come scheletro esterno, tutto ciò che indurisce e dà forma (per esempio il calcare secreto dall’ostrica); dotati di scarsa coscienza e privi di calore proprio, dedicano le loro forze all’anabolismo proteico e, in definitiva, all’organizzazione del ricambio.
Venere
In medicina antroposofica, infatti, si utilizza il rame per i processi della zona inferiore dell’organismo, ovvero tutto ciò che si compie sotto il diaframma o comunque nel sistema metabolico-motorio e nervoso vegetativo: l’assimilazione (utilizzato per i disturbi di nutrizione sotto forma di Cuprum Sulfuricum); il calore (ha azione riscaldante soprattutto per le estremità, come unguento di rame metallico); l’elaborazione della linfa e del sangue venoso (in particolare per le stasi venose come emorroidi e varici) dove “aiuta” il ferro che si occupa della circolazione arteriosa; e infine, come immaginabile, per tutte le patologie che attengono al rene: insufficienza renale, nefrite, disturbi psichici renali come la schizofrenia, dovuti principalmente a un’esagerata emancipazione del corpo astrale. Il rame presenta inoltre una marcata azione spasmolitica in generale, dagli spasmi arteriosi ai crampi addominali. In questi ultimi la sua azione è ulteriormente esaltata dall’unione con la melissa e la camomilla, piante appartenenti al processo di Venere, dalle quali si ottengono i rispettivi rimedi a base di rame vegetabilizzato.
G. Bussière, “Elena di Troia” (1895)
Per concludere, come sempre, diamo uno sguardo al “tipo Venere” (o “tipo rame”) ovvero quell’individuo che nel processo di incarnazione ha interiorizzato maggiormente le forze di Venere rispetto a quelle degli altri pianeti. Di aspetto grazioso e femminile, ha capelli folti, occhi grandi e brillanti, bocca sensuale e sorridente, gesti morbidi e affettuosi, voce dolce e spesso adulatrice, e comportamento accondiscendente. Se nelle donne vengono esaltati tutti gli attributi tipici femminili, nell’uomo ciò si traduce in un’estrema delicatezza di tratti e di corporatura. I “venusiani” sono individui che nella vita si dedicano con calore a tutto ciò che è arte e bellezza, sia per sé stessi che per il mondo, persone in grado di sviluppare autentici sentimenti religiosi e di amore, che spesso tendono rispettivamente verso il fanatismo e il sentimentalismo. Infatti negli individui nei quali l’influsso di Venere è troppo forte osserviamo un peso esagerato dei sentimenti che porta a sproporzionati sfoghi emotivi.
Tiziano Vecellio, “Venere allo specchio” (1555)
Ciò avviene perché nel “posseduto da Venere” un mondo ideale annebbia la realtà riempiendola di moti “astrali” passionali, desideri, incubi, innamoramenti, illusioni, fantasticherie positive e negative con eccessive reazioni, da cui questi individui sono completamente dominati: la sete di esperienze è insaziabile, si comportano in modo provocatorio, seducono e vengono sedotti (da sottolineare che Venere stimola l’istinto sessuale passando dal sistema renale e non da quello riproduttivo, come avviene per la Luna). Al contrario, gli individui dove l’influsso di Venere è troppo debole sono persone tiepide e spente che non risuonano con l’ambiente e con gli altri esseri umani, che non potranno mai sperimentare appieno il calore dell’entusiasmo e la pienezza della gioia, né le calde passioni di amore e di amicizia che illuminano di bellezza il cammino della vita.
Il ferro è di gran lunga il metallo più diffuso sulla crosta terrestre e rappresenta il quarto elemento più abbondante in assoluto, dopo ossigeno, silicio e alluminio. È curioso pensare che un elemento così comune non esista in forma nativa sulla Terra ma sia esclusivamente di origine stellare, cadendo in maniera costante sotto forma di polvere cosmica nella misura di circa 16000 tonnellate all’anno. Come tutti i metalli presi in considerazione negli scorsi articoli, anche il ferro ha zone preferenziali di accumulo sulla Terra (ovvero, giova ricordarlo, aree della Terra sottoposte a un maggiore irraggiamento da parte del corrispondente pianeta, Marte in questo caso) che corrispondono a una “cintura” localizzata nelle aree temperate dell’emisfero settentrionale: Cina del Nord, Russia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Nord-America, aree inoltre ricche di giacimenti di carbone, l’elemento carbonio per il quale il ferro mostra una particolare affinità (con esso forma tutte le leghe d’acciaio). Questi giacimenti si trovano vicini proprio a quelle popolazioni che se ne sono servite per inaugurare l’età della tecnica, ma anche, più indietro, a popoli come i Romani che hanno compiuto la completa incarnazione dell’uomo nel terrestre e hanno iniziato a servirsi del ferro anziché del bronzo – e quindi del rame, suo metallo polare – come i Greci.
Cesare Ottaviano Augusto
Da ciò iniziamo a conoscere le caratteristiche principali di questo metallo e la sua relazione privilegiata con l’Io umano: il ferro è il metallo dell’incarnazione, presente fisicamente nel sangue che così assume in sé la legge del minerale terrestre permettendo all’Io di svegliarsi nella sua coscienza e di inserirsi pieno di forza nel mondo. Ogni essere vivente ha la necessità di respirare – il respiro è la vita – e utilizza delle particolari molecole chiamate “porfirine”, tutte più o meno simili nella struttura, ma differenti per il metallo che inglobano come agente scambiatore di ossigeno: se nelle piante è il magnesio, negli organismi acquatici inferiori è il rame (come vedremo meglio nel prossimo articolo), mentre il ferro appare per gli organismi superiori. Il ferro è dunque il metallo della coscienza, che da una parte giunge dal cosmo ma dall’altra è fortemente legato ai processi terrestri, in particolare al magnetismo, e la sua quantità nell’emoglobina del sangue (sideremia) come metallo della respirazione indica proprio una maggiore o minore possibilità d’incarnazione dell’Io (generalmente più alta nei maschi, maggiormente incarnati, che nelle femmine, non totalmente incarnate ma proprio per questo più “aperte” al cosmo).
Ferro
È noto che in persone anemiche si ha un’attenuazione della coscienza, una mancanza di attività o volontà che può arrivare fino allo svenimento, indice di un’organizzazione dell’Io che non riesce a operare in profondità nel corpo fisico. Per esempio, in medicina antroposofica si somministra Ferrum Sidereum in opportuna diluizione per contrastare le malattie febbrili, “richiamando” proprio l’Io a ritrovare il suo percorso attivo nel corpo fisico, il cui smarrimento aveva permesso l’instaurarsi della malattia.
Pirite
L’irradiazione delle forze incarnative e di coscienza del ferro avviene dall’alto verso il basso attraverso la laringe, organo marziale, opponendosi alla tendenza anabolica, propria dello zolfo, che proviene dalla parte inferiore dell’organismo. Ovviamente, quanto più occorre forza anabolica, tanto più bassa sarà la sideremia, come per esempio avviene nel neonato che non ha bisogno di forze di coscienza bensì di costruzione proteica. Va da sé che nei casi in cui i processi anabolici dal basso vadano a “strabordare” verso il polo superiore (il cui confine è proprio la laringe) con patologie come laringiti o bronchiti, bisognerà somministrare del ferro, in questo caso orientato a contrastare proprio i processi sulfurei: farmaco d’elezione è infatti la pirite, un solfuro ferroso. Questo è uno dei più comuni minerali del ferro, e ben rappresenta la capacità del ferro di dominare i processi proteici dello zolfo, “fissandoli” nella materialità inorganica.
Heinrich Fueger, «Prometeo ruba il fuoco» (1817)
Se la pirite racconta del rapporto del ferro con l’elemento fuoco, altri minerali dimostrano la straordinaria reattività che ha il ferro per gli altri elementi (per approfondimenti rimando al libro di Wilhelm Pelikan “Sette metalli”): con l’aria, ossia l’ossigeno, nella magnetite, la crisolite e la rossa ematite dal potere cauterizzante; con l’acqua nei minerali come la limonite, formati dalla disgregazione della pirite ad opera degli agenti atmosferici; con la terra, dunque con i composti del carbonio, in minerali come la siderite e negli innumerevoli acciai creati dall’uomo, il cui capostipite è la ghisa. Fin dai suoi primi utilizzi, infatti, il ferro ha sempre richiesto l’intervento attivo dell’Io umano per la sua estrazione e lavorazione, ricambiandolo con strumenti carichi di forza e di capacità di operare nel profondo dell’ambito terrestre. Se in epoca greco-romana venne utilizzato prevalentemente in campo bellico (opponendosi al rame, come vedremo, confinato nell’ambito artistico o domestico), nella successiva epoca dell’anima cosciente il ferro è stato (ed è) lo strumento principale per la meccanizzazione e la tecnologia, indirizzando la sua forza offensiva verso la modifica, e spesso la distruzione, della natura e della vita umana. D’altronde questo è l’impulso del pianeta Marte di cui rappresenta l’incarnazione terrestre, nonché delle divinità da sempre ad esso associate, come Ares per i Greci e il dio Marte per i Romani: dio della guerra, focoso guerriero nella schiera dell’Olimpo, sempre con armatura, scudo e lancia di ferro, fermo e senza paura, coraggioso fino alla temerarietà, spesso irascibile e attaccabrighe, capace in un attimo di scatenare un’ira furiosa e cieca (ovvio pensare all’eroe marziale per eccellenza, Achille, che esprime tutte le caratteristiche del tipo “ferro” che vedremo tra poco).
Cicerone
Come già accennato, nell’antichità i Romani furono il primo popolo a esprimere compiutamente l’impulso di Marte-ferro che non va ricercato solo nella loro natura bellicosa, nel coraggio e nella superiorità militare, ma soprattutto nell’insieme della loro vita sociale e civile, dove per la prima volta apparve l’individuo ben netto e differenziato dagli altri, dunque pienamente incarnato. Ciò è riscontrabile nel diritto civile dove è riconosciuta la persona – l’Io sono – e la tutela della proprietà privata, nell’incomparabile arte oratoria che utilizzava proprio la laringe come arma, ma anche nell’iconografia e nella statuaria: se fino ai Greci le fattezze di un busto si rifacevano più alla funzione del soggetto che non alle sue reali sembianze (il faraone, il filosofo, il generale), dalla Roma tardo-repubblicana in poi veniva realmente ritratto il soggetto: Silla ha le sue fattezze ed è diverso da Cesare che è diverso da Augusto, chiaro segnale che l’uomo viene riconosciuto come individualità unica e separata dagli altri, eliminando ogni residuo di anima di gruppo. Del resto anche il saluto romano non è altro che una “i” euritmica a rappresentare il percorso incarnatorio dell’Io nella verticale.
Marte
Quando però queste forze incarnatorie si spingono troppo dentro al corpo, l’individualità degenera verso il basso egoismo e la collera. Questo processo è ben rappresentato dalla funzione della cistifellea, altro organo umano sottoposto alle forze di Marte-ferro: lì avviene la secrezione della bile, sostanza derivata dal sangue come forza di calore distruttivo che servirà al catabolismo dei grassi. Disfunzioni in eccesso in questa sede portano a una sovrabbondanza di processi marziali catabolici che si riflettono in iperattività e accessi di collera (anche nel linguaggio ci si riferisce proprio alla bile: verde di rabbia, travaso di bile, sangue amaro), mentre disfunzioni in difetto portano a una carenza di calore e dunque di volontà, fino alla mancanza del coraggio di vivere. In entrambi i casi si somministrano rimedi a base di ferro con lo scopo di riequilibrare queste funzioni marziali, come per esempio il metallo vegetabilizzato Chelidonium ferro cultum che utilizza la celidonia, pianta affine al processo marziale, per veicolare le forze del ferro da essa stessa dinamizzato.
Charles-Antoine Coypel, «La furia di Achille» (1737)
Per concludere, come sempre, diamo uno sguardo al “tipo marziale”, ovvero quell’individuo nel cui processo incarnatorio sono state predominanti le forze di Marte. Da tutto ciò che abbiamo esposto finora, non sarà difficile individuare le sue caratteristiche, per molti versi affini al temperamento collerico. Di aspetto robusto, compatto, ben piantato a terra (il ferro appunto è il metallo dell’incarnazione), lo sguardo vivo, imperioso e sicuro di sé, dall’intelletto penetrante e la volontà potente che lo rende capace di imporsi sugli altri spesso senza tenere conto delle esigenze altrui, e dai sentimenti sempre ben chiusi in una corazza. Tuttavia, nel tipo marziale maturo e in equilibrio, si notano grandi e cavallereschi sentimenti in un individuo sempre leale, deciso e coraggioso, fedele alla parola data e sul quale si può sempre contare. Guidato sempre da un intelletto oggettivo e pratico, giudica con pertinenza gli eventi, poi passa all’azione in maniera pulita ed efficace, trovando sempre la maniera e la parola giusta: “Veni Vidi Vici”, espressione di Giulio Cesare che riassume efficacemente le caratteristiche del tipo marziale, peraltro da lui ben incarnato (altri celebri “marziali” sono per esempio Napoleone e Mussolini). Ovvio che in un tipo che ha sempre bisogno di azione, di lotta e di competizione – anche con se stesso – questo luminoso equilibrio sia sempre in bilico, col rischio di cadere in un eccesso di disposizioni marziali che configurano un “posseduto da Marte” eccessivo nella volontà, temerario, battagliero, violento, dittatore, guidato non più da un pensiero logico ma istintivo che può portarlo fino alla furia distruttiva qualora non riesca a mettere il resto del mondo ai suoi comandi. Per contro, gli individui che non hanno sufficienti disposizioni marziali possono essere paragonati agli anemici: privi di dinamismo, non si coinvolgono mai rifuggendo qualunque compito e responsabilità, non hanno energie né spirito d’iniziativa, risultando sempre deboli e perdenti.
Giambattista Tiepolo, Mercurio (particolare di affresco, 1753)
Metallo decisamente singolare il mercurio, che si distingue da tutti gli altri grazie a proprietà uniche e imprevedibili, sempre collegate alla sua straordinaria mobilità (il suo pianeta, Mercurio, è di gran lunga il più rapido a effettuare la rivoluzione intorno al sole) e alla sua capacità di “mettere in comunicazione”. Non a caso gli alchimisti indicarono con “Mercur” uno dei tre processi fondamentali della sostanza, ponendolo in equilibrio tra l’indurimento del “Sal” in basso (che rappresenta l’elemento Terra) e la combustione del “Sulphur” in alto (elemento Fuoco). Tale stato racchiude quindi sia l’elemento Acqua che l’elemento Aria, posti in un equilibrio dinamico e sempre cangiante tra condensazione e volatilizzazione.
Simbolo alchemico del pianeta Mercurio
Lo stesso metallo mercurio presenta appunto queste proprietà: benché denso il doppio del ferro e quattordici volte più pesante dell’acqua (dopo l’oro è il più pesante dei sette metalli), si presenta liquido a temperatura ambiente poiché ha punto di fusione a – 39°C e per giunta tenta sempre di evaporare, di passare allo stato aereo, dato il suo punto di ebollizione molto basso in relazione al peso. L’irrequietezza del mercurio lo fa immediatamente dilatare o restringersi in base a minime variazioni di temperatura o pressione, fenomeno che ha permesso la realizzazione di termometri e barometri a mercurio. Per questa sua irrequietezza e per il colore argentato lucente, nell’antichità era chiamato “argento vivo” (espressione tuttora utilizzata per indicare un individuo irrequieto – in particolare bambini nel loro secondo settennio, il settennio mercuriale appunto) o “argento liquido”, hydrargyrum presso i latini (da cui il simbolo chimico “Hg”) derivante dal ὑδράργυρος dei greci: hydro (acqua) e àrgyros (argento).
Chi non ha mai giocato, ignorando la sua potenziale tossicità, con le “palline” di mercurio liberatesi da un termometro appena rotto? Rapidamente si riusciva a farle riunire in una goccia più grande che presto diventava una goccia unica, ma altrettanto rapidamente si poteva tornare a farla rompere in mille gocce che correvano in tutte le direzioni. Ed è proprio la goccia la forma archetipica del mercurio, che corrisponde a quella della cellula e, in definitiva, della vita (la goccia d’acqua). In ciò risiede una prima differenza con lo stagno, suo metallo polare, visto nello scorso articolo: mentre il mercurio va verso l’elemento goccia, lo stagno tende alla struttura gel o addirittura verso la configurazione cristallina.
Nel mondo del mercurio esiste sempre la possibilità di stringere legami, anche improbabili, ma mai rigidi, per cui ha sempre la possibilità di portare di nuovo a sciogliersi qualcosa che si è irrigidito, in opposizione ancora una volta allo stagno che, al contrario, porta la forma nell’elemento liquido. Il mercurio rappresenta nel mondo minerale ciò che l’acqua è per il mondo terrestre, sciogliendo tutti i metalli (tranne il ferro) così come fa l’acqua con i sali, a formare i caratteristici “amalgami” che non sono veri e propri legami chimici (il più noto è quello con l’argento per le otturazioni dentali o quello con l’oro, utilizzato in passato per estrarre facilmente questo metallo) o curiose associazioni chimiche come il “fulminato di mercurio” nel quale unisce carbonio, azoto e ossigeno in un composto instabile colmo di tensione e capace di esplodere al minimo urto, utilizzato appunto per l’accensione dei proiettili.
Giambologna, Mercurio volante (1580)
Proprio grazie alla sua “smania” di liberarsi facilmente dai legami che lui stesso ha creato, il mercurio è sempre riuscito a farsi estrarre dai suoi minerali senza particolare fatica: fin dall’antichità è noto il suo metodo di estrazione per semplice riscaldamento o per aggiunta di aceto in un mortaio a partire dal cinabro. Questo solfuro di un bel colore rosso acceso rappresenta il principale minerale del mercurio, abbondante in Europa. In effetti il mercurio è l’unico dei sette metalli che dovremmo chiamare propriamente “europeo”, trovandosi i suoi giacimenti principali in Spagna, Italia (Monte Amiata), Slovenia e Russia meridionale. Occupa quindi una posizione “centrale” non solo tra Est e Ovest, ma anche tra Nord e Sud.
Monile di cinabro
Tuttavia negli ultimi decenni gran parte delle miniere europee non sono più attive perché antieconomiche, o in alcuni casi esaurite, e il primo estrattore mondiale è rappresentato oggi dalla Cina con circa 3600 tonnellate l’anno, seguita da Tagikistan e Kirghizistan. Rimane il fatto che, come esposto nell’articolo di apertura di questa serie, l’irraggiamento del pianeta Mercurio raggiunge i suoi livelli più elevati nella “mercuriale” Europa, posta come una cerniera tra Oriente e Occidente, poli tra i quali è storicamente chiamata a creare un “amalgama”, non solo sul piano geopolitico (come per esempio dimostrano i tragici eventi dei nostri giorni), ma anche filosofico e spirituale. Nella storia nessuna popolazione ha mai mostrato una “mercurialità” paragonabile a quella degli europei che per vocazione, commercio, sete di conoscenza, spirito d’avventura o di conquista hanno da sempre messo in comunicazione i quattro angoli del globo, anche popolazioni e culture che mai sarebbero entrate in contatto tra loro.
Non stupisce quindi che il dio Mercurio presso i Romani era il giovane agile e scattante messaggero degli dei con le ali ai piedi e sul copricapo, che manteneva il collegamento tra di essi e tra Cielo e Terra, tra le divinità e gli uomini e tra gli uomini stessi, dio dell’intelletto logico, dei viaggi e del commercio (e dei ladri!), promotore del rapporto tra uomo e uomo anche di culture distanti non solo geograficamente, protettore degli affari – leciti e illeciti – e del guadagno. Fin dalla fondazione di Roma gli fu dedicato un tempio al Circo Massimo e fu istituito il Collegium Mercurialium dei mercanti, chiamati appunto mercuriales, e fu raffigurato su alcune monete (non è forse il denaro un elemento mercuriale?). La sua iconografia deriva direttamente dall’Ermes greco, così come i suoi attributi di giovane dio mobile e astuto, ma presso i Greci svolgeva anche l’importante funzione di psicopompo, ovvero l’accompagnatore delle anime dei defunti verso l’Ade. Risulta ancora una volta evidente la vocazione del mercurio a mettere in collegamento mondi anche distanti tra loro, con la funzione di intermediario posto al confine.
Adolf Hirémy-Hirschl, Die Seelen am Acheron (1898)
Per questo in medicina antroposofica gli organi e gli apparati soggetti ai processi mercuriali sono proprio quelli posti ai confini tra natura esterna e natura interna: il polmone e l’intestino. Sopra il diaframma, nel polmone, il processo mercuriale si manifesta come elemento aria, sotto il diaframma, nell’intestino, si manifesta come elemento acqua, ricollegandoci al processo alchemico “Mercur” citato in apertura.
Nel processo digestivo la massa degli alimenti (natura esterna), elaborata dalle secrezioni, viene immessa nel circolo dell’organismo (natura interna), compiendo il legame tra natura esterna e natura umana. Dunque la digestione non è altro che l’amalgamarsi di due forze che porta ai processi costruttivi dell’organismo e per questo nell’intero distretto digestivo abbiamo un ambito di azione del mercurio come rimedio: dalle difficoltà di nutrizione alle malattie infettive intestinali, come l’enterite dei bambini.
Anche nel processo respiratorio abbiamo l’incontro tra la natura esterna e quella interna. Il polmone ha appunto una struttura mercuriale, composta da un’enorme serie di cavità sferiche che producono un’unica superficie di respirazione. Da organo mercuriale, il polmone mette in relazione dall’alto il ferro (laringe, tiroide) nell’inspirazione col rame in basso (rene) nell’espirazione. Quando però una parte del polmone viene sottratta al dominio dell’organismo, in esso si “separano” i processi catarrali e infiammatori purulenti sui quali ha effetto il mercurio, soprattutto se unito allo zolfo nel minerale cinabro, che ha particolare affinità per il distretto dove circolazione e respiro confinano reciprocamente. In alte diluizioni sarà indirizzato verso le vie aeree superiori, in casi come tonsilliti acute e croniche, in diluizioni medio-basse è invece indicato per le bronchiti.
Un altro ambito di azione dei rimedi a base di mercurio sono gli organi ghiandolari, con la loro forma a goccia come immagine stessa dei processi mercuriali, e altri tessuti di “confine” come le mucose.
Per riassumere efficacemente le azioni terapeutiche del mercurio possiamo citare Steiner: “Si può utilizzare terapeuticamente il mercurio ovunque si formino nell’organismo processi che si separano e che devono essere riportati nel dominio dell’intero organismo.” (Steiner, Wegman “Elementi fondamentali per un ampliamento dell’arte medica” O.O.27).
Concludiamo con un rapido sguardo al “tipo mercuriale”, ovvero quell’individuo che nel processo di incarnazione ha subito prevalentemente l’influsso del pianeta Mercurio. Fisicamente si accorda col temperamento sanguinico e si presenta con le sembianze di Ermes: snello, flessuoso, agile, di aspetto giovanile, quando cammina sembra quasi non toccare terra (le ali ai piedi), dallo sguardo attento e irrequieto sulle persone e il mondo circostante per il quale nutre un vivo interesse. Intraprendente, intelligente, vivace, astuto, spiritoso e ironico, abile, versatile, adattabile, ottimo mediatore e attore brillante, spesso egocentrico, coglie al volo i concetti e i sentimenti altrui potendo influenzarli immediatamente a proprio vantaggio. Bisognoso di libertà e di continue novità che abbandona presto per le più nuove, anche nei rapporti sentimentali, il tipo mercuriale ha bisogno di intessere continuamente nuove relazioni e di intraprendere viaggi verso terre nuove (come non pensare a Ulisse, il mercuriale per eccellenza tra gli eroi omerici!). Grazie a tali qualità, trova realizzazione in mestieri come medico, insegnante, commerciante, e nel campo diplomatico.
Giovanni Battista Garberini, Ulisse e Diomede trafugano il Palladio (1841)
Se Steiner definisce l’esistenza mercuriale “uno svolazzare su sentimenti e concetti”, non ci è difficile comprendere le caratteristiche di un individuo che subisce eccessivamente l’influenza di Mercurio: ingannatore, imbroglione, bugiardo, intraprende troppe cose senza portarle a termine, precipitoso, superficiale nell’acquisire nuove conoscenze così come nel gestire relazioni umane, portato a diffondere notizie sensazionali spesso non vere, capace di arrivare fino allo spionaggio e al tradimento.
Per contro, un individuo che non riceve alcun influsso mercuriale non mostrerà il minimo interesse per l’ambiente e per gli altri, sarà dotato di un intelletto debole e ottuso, sarà svogliato nell’apprendere nuove conoscenze e nell’incontrare nuove persone, asociale, non comunicativo e non adattabile ad alcuna situazione.
Jean Auguste Dominique Ingres, Giove e Teti (1811)
Il pianeta Giove, più vicino alla Terra rispetto a Saturno, è il più grande del sistema solare ed è sempre stato percepito fin dall’antichità come l’astro regale che rappresenta la brillante intelligenza celeste che ha formato l’universo, portando ordine dal caos, e che lo mantiene grazie alla sua saggezza cosmica. Zeus-Giove “padre degli dei e degli uomini”, come lo definisce Omero, dopo aver sconfitto i Titani regna sugli dei olimpici e sui popoli, portando forma ed equilibrio. Vedremo che queste qualità si riflettono nel metallo stagno, da sempre associato a Giove, i cui processi agiscono principalmente nel cervello e nel fegato dell’uomo.
Rispetto al suo “vicino” piombo, lo stagno ha in comune molte proprietà, ma anche importanti differenze: come il piombo è poco tenace, facilmente dilatabile e fusibile, nonché cattivo conduttore di elettricità e calore. Tuttavia non è tossico per l’uomo, ha una bella lucentezza (veniva un tempo utilizzato per gli specchi) e un suono puro, tanto da venir utilizzato in alta percentuale nel bronzo delle campane e in purezza per le canne degli organi da chiesa. All’opposto del piombo, è il più leggero dei sette metalli e, nonostante sia facilmente malleabile, possiede tuttavia una struttura cristallina interna. Avere malleabilità e struttura cristallina può sembrare una contraddizione, ma la vera particolarità dello stagno risiede proprio nel mettere in relazione tali proprietà: il rumore che si sente quando si piega una barra di stagno (chiamato “grido dello stagno”, simile allo scrocchio di quando ci si piega sulle ginocchia) è originato dallo scorrere delle strutture cristalline l’una sull’altra.
Perciò lo stagno ci si presenta come un metallo già formato ma nel contempo ancora da formare, in continuo equilibrio tra la forma plastica e la dissoluzione della forma, tra mobilità e possibilità di forma, grazie alle sue forze formative che non arrivano fino alla cristallizzazione. Non a caso viene utilizzato per le saldature, che ci portano per analogia all’unione tra le ossa tramite le cartilagini, ma anche al processo di pensiero logico che concatena, potremmo dire “salda”, un pensiero all’altro: cartilagini e cervello sono appunto ambiti di influenza del processo Giove/stagno.
Il suo tema è quindi “struttura in movimento” con formazione di un “confine plastico” (differente dal confine cristallizzato e definitivo visto per il piombo) o, per riassumerlo con una definizione di Steiner, “governo dei liquidi”. Infatti in medicina antroposofica trova indicazione terapeutica in presenza di un eccesso sia di consistenza che di fluidità, al fine di riportare le giuste proporzioni tra solido e liquido. Steiner stesso lo indica come metallo d’elezione nella cura dell’idrocefalia (il cervello, come si è detto, è appunto organo di Giove/stagno), ma anche per le funzioni delle sierose (iperidrosi o essiccamento), versamenti infiammatori, cisti, pericarditi, pleuriti e soprattutto per l’artrosi, altra sua indicazione principale, dove esiste in contemporanea il disseccamento e la perdita della forma delle cartilagini articolari. In questi casi si somministra addirittura stagno ponderale fino al 5% o si applicano direttamente foglietti di stagno sulla parte interessata. Viene utilizzato anche per curare il processo opposto alla degenerazione artrosica, ossia quando si verificano secrezioni patologiche di acqua nella capsula articolare, sempre con lo scopo di riportare l’equilibrio nel governo dei liquidi.
Quando si parla di governo dei liquidi, di equilibrio tra sciogliere e condensare, non si può non pensare al fegato, il grande alchimista del nostro organismo, che in effetti è l’altro organo del processo Giove/stagno. In esso è presente il ritmo tra solve (per esempio nel flusso della digestione) e coagula (nella formazione di sostanza, come il glicogeno) e lo stagno interviene nel ripristinare l’ordine nei disturbi dell’organismo-acqua epatico, come cirrosi o asciti.
Riassumendo, le tre principali azioni terapeutiche dello stagno risiedono nel portare plasticità nell’ambito fluido delle articolazioni, nel governare i liquidi del fegato e nel donare forma al cervello.
Anche gli squilibri psichici dovuti a problemi organici del processo Giove/stagno sono legati al cervello (base fisiologica del pensare) o al fegato (base fisiologica di determinati movimenti animici e di volontà), tenendo presente che questi due organi sono in continua interazione tra loro. Tale rapporto sotto il segno di Zeus è presentato in potenti immagini dal mito di Prometeo, punito da Zeus per aver donato troppo presto il fuoco (immagine di volontà-fegato) agli uomini: Prometeo-fegato (elemento di volontà) è incatenato a una roccia (elemento terrestre) e ogni giorno l’aquila-Zeus (elemento del pensare che dall’alto del cervello agisce in basso sui processi vitali) gli divora il fegato (processi epatici catabolici del giorno) che tuttavia ogni notte si riforma (processi epatici anabolici notturni). Se accade che l’aquila “scende” troppo e divora eccessivamente il fegato, i processi cerebrali predominano e si hanno disturbi come neurastenia, inibizione della volontà e depressione. Al contrario, se l’aquila non scende e non mangia il fegato, i processi vitali e metabolici iniziano a proliferare diventando autonomi, con problemi epatici, sentimenti senza controllo, accessi di collera. Risulta evidente che entrambi i processi sono inseparabili e interdipendenti, e devono convivere in armonia in un organismo sano (nella mitologia, Zeus e Prometeo in seguito faranno pace).
Jean-Louis César Lair, La tortura di Prometeo (1819)
Sollevando lo sguardo dall’uomo al pianeta Terra, la predilezione dello stagno per ciò che sta sospeso tra solido e liquido la possiamo trovare sorprendentemente anche nella distribuzione dei suoi giacimenti (ricordiamo che il giacimento del metallo puro si trova dove agisce senza interferenze l’influenza del corrispondente pianeta sulla Terra). Essi sono infatti localizzati prevalentemente nelle isole, come l’arcipelago malese o australiano, ma anche nelle isole della Gran Bretagna: nell’antichità il commercio dello stagno era operato dai Fenici che, secondo i Greci, lo estraevano dalle isole Cassiteridi sotto la Cornovaglia (probabilmente le attuali isole Scilly), dalle quali deriva il nome del principale minerale dello stagno, la cassiterite. Questa si presenta come una pietra preziosa, ben diversa dalla scura galena, principale minerale del piombo, perché è un ossido e non un solfuro. Anche nel legame preferenziale con l’ossigeno in luogo dello zolfo risiede una delle principali differenze tra i due metalli.
Cassiterite
Per concludere, diamo un rapido sguardo al “tipo gioviano”, ovvero quell’individuo nel cui corpo astrale sono predominanti le forze di Giove. Già a partire dall’aspetto fisico si presenta molto diverso dal plumbeo “tipo saturniano”: bello, imponente, testa alta e fronte larga, sguardo intelligente, dignitoso e calmo, ma anche benevolo e gioioso. Fin nei connotati fisici il tipo gioviano esprime l’autorevolezza e la regalità della sua indole. Amante delle buone maniere e dell’ordine, riesce ad appianare tutte le dispute riportando la pace e a raggiungere con naturalezza impieghi dirigenziali, rappresentando l’ideale di manager, giudice o uomo di governo. L’individuo in cui le forze gioviane sono squilibrate in eccesso sarà portato all’arroganza dovuta alla propria posizione sociale o lavorativa, alla ricerca di onori e riconoscimenti, mentre quando sono squilibrate in difetto avremo un individuo inetto, senza ragionevolezza né imparzialità o indulgenza, privo di qualunque attitudine dirigenziale.
Come si sarà compreso, il pensare è la principale qualità del gioviano e governa anche il sentimento e la volontà, donando un carattere equilibrato e un agire pacato e riflessivo. Grazie a ciò, il gioviano sviluppa fin da giovane un pensare attivo acquisendo un vasto sapere, con la capacità di potersi elevare fino allo spirituale, a livello delle idee universali. Ha inoltre uno sviluppato senso dell’arte, apprezzando soprattutto l’equilibrio della bellezza classica, con netto rifiuto di ogni forma disarmonica. Se il prototipo gioviano possiamo individuarlo nell’antichità in Socrate, nell’epoca attuale Steiner definiva Goethe un “uomo dello stagno”, ma non ci è difficile scorgere anche in Steiner stesso il tipo gioviano.
Per avere una prima immagine del metallo argento quale espressione terrestre dei processi lunari, è sufficiente porsi in netta polarità con le caratteristiche del piombo esaminate nello scorso articolo: l’argento ha una meravigliosa lucentezza e un suono limpido e chiaro, si può forgiare finemente, ma fonde solo a temperature elevate. D’altra parte già l’avevamo incontrato al polo opposto rispetto all’inerte piombo nella scala di conducibilità elettrica, termica, di luce e suono, ponendosi primo tra i metalli presi in considerazione. Questa grande conduttività riflette, come vedremo, la sua caratteristica di restituire tutto e di non tenere nulla per sé, come invece fa il piombo.
Anche osservando l’argento in forma nativa lo vediamo manifestarsi all’opposto delle forme cristalline e strutturate del piombo (o degli altri metalli “soprasolari”), nelle cosiddette “forme organiche” che ricordano capelli, muschi e felci, tipiche anche degli altri metalli “sottosolari” e dell’argentite (solfuro d’argento), il più comune minerale dell’argento, di aspetto molto diverso dal solfuro di piombo (galena). Argentite e galena si trovano sempre insieme negli stessi giacimenti (localizzati prevalentemente a occidente, nel continente americano), come forze polari che si attraggono nelle profondità terrestri, come se non possa esistere piombo senza argento, che tra l’altro è il suo antidoto. Tuttavia la quantità maggiore di argento presente sulla Terra si trova finemente suddivisa nelle acque dei mari, portandole in connessione con la Luna che regola le maree. Ed è proprio la Luna, l’astro più vicino alla Terra, con la sua orbita mutevole e col suo rapido tempo di rivoluzione (28 giorni contro i 29 anni di Saturno) a conferire all’argento la sua straordinaria mobilità interna e ad agire sui liquidi terrestri.
Per comprendere l’azione della Luna sui liquidi bisogna risalire a remote epoche dell’evoluzione del nostro pianeta, quando la Luna era ancora unita alla Terra e le sue forze formavano un liquido vitale che la nutriva, conferendole le forze “materne”. In epoche successive la Luna si separò dalla Terra e le sue forze iniziarono ad agire dall’esterno, indirizzandosi prevalentemente sui liquidi e negli organi riproduttivi degli esseri viventi (si veda Steiner, O.O. 13 “La scienza occulta nelle sue linee generali”).
Ciò era noto alle antiche civiltà che rappresentarono le divinità legate alla Luna sempre come “madri primordiali”, donatrici di vita e di fertilità agli esseri viventi e alla Terra tutta, divinità che proteggono la nascita e governano la saggezza della Natura. Ishtar, Iside, Artemide, Astarte, Maria, sono spesso rappresentate su un disco di luna piena o su una falce di luna, fornite di evidenti attributi materni, dalle numerose mammelle dell’Artemide Efesina all’ampio abbraccio di Iside che tutto comprende, crea, nutre e protegge (più avanti troveremo queste caratteristiche nel “tipo lunare”).
La capacità dell’argento di trattenere nella sostanza tali forze lunari è utilizzata con successo in terapia: viene impiegato per i disturbi di rigenerazione (di pelle, tessuti, organi) accrescendo l’azione del corpo eterico sui liquidi del corpo fisico e agendo da regolatore dell’organismo-acqua. Poiché il processo Luna-argento è attivo in tutti i processi di crescita e sviluppo corporei (ricordiamo che il settennio di vita sotto la guida della Luna è proprio il primo, quando tutte le forze dell’essere umano sono impegnate nei processi di crescita), agisce con particolare efficacia negli organi genitali. Infatti le funzioni riproduttive sottostanno in pieno alla corrente lunare, dunque l’utilizzo dell’argento risulta indispensabile quando esse vanno stimolate o regolarizzate, come per esempio nei casi di dismenorrea o sterilità maschile o femminile (sempre in bassa diluizione). Un altro distretto legato alla corrente lunare è il cervello, organo in cui sono attive le forze della riflessione e che risponde alla terapia con argento.
È interessante notare come descrivendo le sue proprietà terapeutiche, abbiamo già nominato le tre caratteristiche principali del metallo argento: riflettere, riprodurre, rigenerare (chiamate anche “le 3 R dell’argento”) che ora andremo a esaminare singolarmente.
Cosa significa in natura “riflettere”? Significa restituire più o meno inalterata una luce incidente: solo l’argento ha la capacità di formare uno specchio perfetto. Se formiamo uno specchio con altri metalli, nell’immagine restituita ci sarà sempre qualcosa del metallo utilizzato (per esempio una colorazione rosa negli specchi di rame) o il metallo stesso tratterrà della luce in sé, e si avrà l’oscuramento come in uno specchio di piombo o di ferro. L’argento, che come abbiamo visto non tiene nulla per sé, non assorbe nemmeno in minima parte la luce raggiante restituendola intatta, e non vi mescola nulla del suo essere, si ritrae interamente, mostrando solo immagini speculari. Steiner affermava appunto che il piombo parla sempre di se stesso, mentre l’argento parla sempre di ciò che è intorno a lui. In fondo non fa altro che mostrare le sue qualità lunari condensate nella sostanza: la luna come uno specchio riflette la luce del sole e con lo stesso processo anche l’uomo, tramite il cervello, riflette i pensieri del mondo.
Per comprendere l’altra sua qualità, il “riprodurre”, basta pensare al processo fotografico. L’argento si lascia sciogliere facilmente dagli acidi formando sali sensibilissimi alla luce (all’opposto, ancora una volta, dei pigmenti al piombo che rifiutano la luce e rimangono inalterati per secoli) che tornano immediatamente allo stato di argento metallico una volta illuminati. La fotografia, fin dai suoi albori, si basa proprio sulla proprietà dell’argento di “materializzare” la luce: una lastra coperta di argento nitrato (bianco) viene impressionata dalla luce in alcuni punti e il sale lì torna argento metallico (nero), ottenendo così il negativo. Ripetendo il processo all’inverso si ottiene la fotografia… e che cos’è la fotografia se non un’immagine che riproduce senza alterazioni un attimo già passato?
La stessa qualità di riproduzione dell’argento la osserviamo nella sua capacità di riprodurre un suono chiaro e puro. Non si dice forse “una voce argentina”? Anche la sonorità che l’argento mostra nello spandere le proprie onde è una forma di eterna riproduzione. Ciò risulta visibile nel noto esperimento degli “anelli di Liesegang”, dove la macchia di cromato d’argento si espande in tutte le direzioni sotto forma di onde che si allargano in cerchi concentrici, come quelle di un sasso buttato in un lago, in ripetizioni ritmiche come le vibrazioni del suono.
W.A. Bouguereau, “Alma Parens” (1883)
Le qualità di ripetizione e ritmo ci portano alla terza “R”, il “rigenerare” presente nei cicli riproduttivi della natura che sottostanno alle forze ritmiche del processo lunare, basti pensare al germogliare delle piante o al ciclo mestruale. L’argento porta in sé queste forze di vita che si mostrano anche nella sua facilità a formare colloidi, cioè sali sempre in movimento, connessi con la vita (tutti i fluidi vitali come sangue o linfa sono colloidi). A tutto ciò va aggiunta la sua straordinaria affinità con lo zolfo, elemento della proteina e della vita: ne bastano tracce nell’aria, o quello prodotto dalla pelle, che l’argento subito annerisce. Questo processo, visibile per esempio su posate o gioielli d’argento, è chiamato erroneamente “ossidazione”, ma in realtà si tratta di una “solforizzazione”, dal momento che l’argento non reagisce volentieri con l’ossigeno. Ecco quindi che si delinea il binomio argento-vita, polare a piombo-morte visto nello scorso articolo: se l’argento ci aiuta sul lato della vita, il piombo sul lato dello spirito.
J. Vermeer, “La lattaia” (1660)
Ne consegue che il “tipo lunare”, cioè quell’individuo che possiede un corpo astrale con tratti dominanti lunari, si presenta affine alla vita fin nell’aspetto fisico: sempre fresco e vitale, dimostra meno anni, di aspetto rigoglioso e naturale, pelle bianca, labbra carnose, guance piene. Si accorda bene col temperamento flemmatico, infatti è sedentario, casalingo, legato alla famiglia, alla patria, ai legami di sangue, con uno spiccato senso di cura e premurosa protezione per le persone che costituiscono il suo nido domestico. La sua realizzazione di vita è costituita dal matrimonio e dalla famiglia, dalla maternità o paternità, mentre il fallimento in questi campi rappresenta la sua maggiore sofferenza.
Oltre che nella sua affinità alla vita, nel tipo lunare troviamo altre caratteristiche dell’argento nel suo essere in armonia con i ritmi della natura: va a letto presto e si sveglia al sorgere del sole per eseguire ogni giorno il suo lavoro quotidiano teso alla cura della casa e dei cari, in una routine che nella sua ripetizione costituisce la sua stessa ragione di vita. Ovvio che un individuo del genere sarà portato, e si realizzerà, in tutti quei mestieri che richiedono dedizione e assistenza o simbiosi coi ritmi naturali: agricoltori, allevatori, casalinghe, infermieri, maestre, assistenti sociali. Un eccesso di disposizioni lunari porta all’ossessione per la salute e i bisogni fisici, a un vivere materialista che spesso sfocia in una vita dissoluta e istintuale. Al contrario, una carenza configura un individuo privo di qualunque sano rapporto con la natura, la salute, il nido domestico, che rifiuta la famiglia o, quando c’è, se ne disinteressa trascurandola.
Nel prossimo articolo incontreremo Giove e il suo metallo stagno.
“Chi conosce Saturno conosce anche il piombo, chi conosce il piombo sa cosa rappresenta Saturno. Perché Saturno non è solo nel cielo, ma anche in fondo ai mari e nelle profondità della Terra.” (Paracelso)
Il primo processo planetario che andremo a osservare in questa serie di articoli è quello di Saturno, che si sostanzia nella realtà terrestre nel metallo piombo. Abbiamo visto nell’articolo introduttivo (1/8) che il piombo si pone al confine della scala di reattività dei metalli (relativamente ai sette presi in considerazione), risultando il peggior conduttore di suono, luce, elettricità e calore. Ciò inizia a dare un’idea della sostanziale passività di tale metallo, che si lascia afferrare dai fenomeni terrestri senza reagire o “restituire” alcunché. Assorbe qualunque vibrazione, anche sonora, infatti è il miglior isolante contro il rumore, ma assorbe anche tutte le radiazioni ionizzanti (raggi X, beta, gamma), l’elettricità in qualità di pessimo conduttore, la luce (non può esistere uno specchio di piombo) e il calore: fonde facilmente alla fiamma di una candela ma non permette al calore di propagarsi, infatti se si tiene in mano una stecca di piombo che fonde non si avvertirà alcun riscaldamento, e allo stesso modo rilascerà poco calore raffreddandosi. È totalmente asciutto e ha rapporto negativo con l’acqua, che respinge anche nei suoi minerali (per questo è stato molto utilizzato nelle condutture idriche). La sua opposizione all’acqua, che è la base della vita, ci indica che la realtà pesante e opprimente del piombo è affine alla morte. Ciò avviene anche nelle reazioni chimiche, nelle quali il piombo, in virtù della sua semplice chimica anidra, reagisce facilmente con qualunque agente, ma forma un precipitato insolubile che cade pesantemente sul fondo e si chiude a qualunque altro processo, nell’irrigidimento di ogni forza chimica. La sua affinità per le forze di morte è evidente anche nell’ambito subatomico: qualunque minerale radioattivo al termine del suo decadimento si trasforma in piombo, che ne rappresenta la tappa finale e definitiva. Infatti la “vecchiaia” di un minerale radioattivo si misura proprio in quantità di piombo in esso contenuto.
In questi rapidi cenni qualitativi possiamo trovare dei caratteri comuni che ci aiutano a formare una prima immagine del processo del piombo: la passività, l’indifferenza, il rifiuto di trasmettere ciò che arriva dall’esterno. Tali proprietà di isolamento e di limitazione sono quelle della sfera di Saturno che con la sua orbita intorno alla Terra circonda tutto il sistema planetario riparandolo dalle radiazioni cosmiche (allo stesso modo, ovunque è presente del piombo si formano dei confini).
Un altro aspetto peculiare è l’affinità coi processi di invecchiamento e di morte: nell’intossicazione cronica da piombo, che non a caso è chiamata “saturnismo”, si ha devitalizzazione e mineralizzazione progressiva di tutto l’organismo, in particolare del sistema nervoso, che porta verso una vera e propria mummificazione. Sappiamo dall’indagine scientifico-spirituale che ogni intensificazione dei processi distruttivi e contrari alla vita porta a un rafforzamento della coscienza, grazie alla liberazione delle forze plasmanti dai loro compiti (con la morte fisica si ha l’elevazione massima del livello di coscienza nella totale spiritualizzazione). Tutto ciò attiene proprio al processo del piombo, che ha sempre la tendenza a “spiritualizzare” il corpo fisico. Se però con l’avvelenamento ponderale si ottiene una spiritualizzazione troppo veloce fino alla morte, il sano processo di “morte parziale” del piombo è proprio quello che ci rende coscienti e che, con l’avanzare dell’età, ci porta naturalmente a contatto con la nostra parte spirituale, ovvero con la coscienza matura che porta in sé il calore comprensivo della conoscenza umana.
Ciò è riscontrabile negli ambiti di azione del processo del piombo nell’uomo, dove agisce con processi differenziati di calore e come elemento strutturante di delimitazione verso il mondo esteriore. Con processo freddo “dall’alto” limita e diminuisce i processi vitali tramite processi di “vita morente” che permettono l’esistenza degli organi di senso e del sistema nervoso (i distretti in assoluto meno vitali dell’organismo), e tramite la mineralizzazione e l’ossificazione permettono la formazione dello scheletro; dall’altro lato, con processo di calore “dal basso”, agisce nella milza, organo di Saturno, che ha funzione di maturazione e delimitazione, e mantiene la costanza termica del corpo e il ritmo della circolazione sanguigna. La fredda delimitazione verso l’esterno permette però di sviluppare uno straordinario calore interno: il processo di morte che culmina nell’ossificazione custodisce all’interno delle ossa la sorgente della vita, poiché è proprio nel midollo osseo che si formano i nuovi globuli rossi, che poi andranno a morire nella milza.
In “Aspetti dei misteri antichi” (O.O. 232), Rudolf Steiner ci dà un’immagine poetica di questo processo di continua morte e rinascita: “Vedi lo scheletro dell’uomo,Tu contempli la morte.Volgi lo sguardo all’interno delle ossa,È la resurrezione che si rivela in te”
Entrambi questi processi appartengono alla sfera d’azione dell’Organizzazione dell’Io, dunque risulta evidente che il processo del piombo va incontro proprio alla dinamica dell’Io e non degli altri corpi costitutivi. Analogamente i processi di delimitazione e differenziazione del calore ci riportano al sistema di forze di Saturno, legato alla prima incarnazione della Terra (chiamata appunto “Antico Saturno”) in cui era presente solo calore differenziato che ha formato l’organismo di calore dell’uomo. Tale sostanza di calore si deve al sacrificio dei Troni (o Spiriti della Volontà) che tramite essa hanno dato avvio alla creazione del nostro sistema solare e, grazie a questa prima “opposizione”, si è creato anche il tempo: noi uomini siamo figli di Saturno, creatore anche del tempo (si veda di Rudolf Steiner “La scienza occulta nelle sue linee generali” O.O.13).
Come sempre questi misteri si presentano in potenti immagini nella mitologia di ogni tempo e cultura. Nella nostra tradizione greco-romana il dio Cronos-Saturno non solo rappresenta le forze della vecchiaia e della morte, ma anche la più profonda saggezza che mai si possa acquisire. È altresì il creatore del tempo che in sé contiene la fine e l’inizio di ogni cosa, divorando ciò che egli stesso crea. Nel mito, infatti, Cronos-Saturno divora i figli che egli stesso ha generato.
Francisco Goya, “Saturno che divora i suoi figli” (ca. 1820)
Una così vasta gamma di caratteristiche rende il piombo un valido farmaco per gli stati in cui siano compromessi da un lato i processi di indurimento, dall’altro quelli della coscienza. Per fare ciò il piombo verrà preparato tramite specifici processi farmaceutici tali da adattarlo alle specifiche intenzioni dell’Io, in modo che possa rafforzare queste intenzioni quando agiscono troppo debolmente, ma che le possa anche frenare quando agiscono troppo intensamente con paralisi delle forze metaboliche. In linea del tutto generale, si usa il piombo in basse diluizioni per frenare l’eccessiva vitalità del metabolismo, che comporta sempre una diminuzione della coscienza (es. nel “bambino a testa grossa”, obeso, sognatore); in alte diluizioni per contrastare, grazie all’intervento dell’Io e all’attivazione del metabolismo, l’eccessivo processo del piombo che porta a indurimenti e sclerosi (es. nell’arteriosclerosi in età avanzata).
Concludiamo con un rapido sguardo al “tipo saturniano”, ovvero quell’individuo il cui corpo astrale, nel processo di avvicinamento alla Terra per una nuova incarnazione, ha “sostato” maggiormente nella sfera di Saturno, assumendo tratti peculiari della personalità (che, lo ricordiamo, non è il temperamento, ma si integra con esso). Si presenta generalmente come una persona magra, invecchiata precocemente, spesso soggetta a malattie serie. È di buona statura e corpo emaciato con pelle secca e fredda e muscolatura debole. Ha un sistema osseo marcato, evidente dall’ossatura del viso che infossa nelle orbite i suoi occhi dallo sguardo serio, triste e scuro; ha naso lungo e fino come la bocca e i capelli grigi anzitempo. È un forte malinconico, introverso, maturato troppo presto, per cui si rifugia nel passato ed è raramente allegro o incline ai sentimenti. Di solidi principi e di pochi bisogni per vivere, agisce sempre in maniera riflessiva e coscienziosa, ma quando l’influsso di Saturno è eccessivo i principi si fissano in uno “scheletro” inflessibile di pedanti astrazioni, l’assenza di bisogni diventa avarizia, la malinconia negazione della vita: un individuo dal cuore indifferente e freddo che paralizza la gioia di vivere negli altri.
Un tale individuo, così come le caratteristiche del piombo e l’azione di Saturno, si pone in assoluta polarità col “tipo lunare” che incarna le caratteristiche della Luna, sostanziate sulla Terra nel metallo argento, del quale andremo a parlare nel prossimo articolo.
“I sette pianeti non hanno in nessuna cosa un’azione più grande che nei loro metalli, che essi compenetrano con tutte le loro forze e proprietà, come se essi stessi vi fossero presenti col loro intero essere.” (Paracelso)
L’evidenza che ogni metallo è l’espressione fisica terrestre del sistema di forze di un determinato pianeta era ampiamente nota alle civiltà del passato. Tale conoscenza era istintiva, percepita direttamente dal mondo spirituale, ed espressa nel linguaggio immaginativo tipico dei popoli antichi: culti, miti e saghe. Che il rosso pianeta Marte, rappresentato dal dio della guerra, fosse associato all’azione del ferro, o che il suo polare Venere, raffigurato dalla dea della bellezza, si esprimesse nel calore e nell’accoglienza del rame, era cosa ovvia per l’uomo di precedenti epoche evolutive, così come l’incarnazione solare rappresentata dall’oro che adornava le teste dei regnanti, come i faraoni, o delle divinità solari come il persiano Ahura Mazdao.
Anche in epoche successive, come il medioevo e l’inizio dell’epoca moderna, gli alchimisti studiarono tali relazioni e le applicarono nelle loro lavorazioni, attingendo a un bagaglio di saggezza millenaria prima che la scienza materialistica la relegasse nella wunderkammer delle superstizioni: pianeti, metalli, piante, uomini, rocce, non sono altro che pezzi di materia creati dal Caso (unica divinità concessa dalla scienza) e tenuti insieme da leggi puramente fisico-meccaniche.
In piena epoca positivista, fu Rudolf Steiner a intuire che il metodo scientifico appena conquistato dall’umanità sarebbe stato uno strumento formidabile per indagare non solo nel campo del sensibile, come fa la scienza convenzionale, ma anche nella sfera del sopra-sensibile, in modo da comprendere in piena coscienza quelle relazioni note all’uomo di altre epoche solo per via istintuale, ed espresse in maniera simbolico-religiosa.In numerose conferenze Steiner affronta le relazioni tra pianeti, metalli ed essere umano (una su tutte la O.O.232 “Aspetti dei misteri antichi”), ma è nei cicli di conferenze per medici che approfondisce l’argomento non solo dal punto di vista della terapia ma anche riguardo ai processi farmaceutici di preparazione dei rimedi. Così i metalli si sono costituiti come elemento fondamentale della medicina antroposofica, e negli anni successivi sono stati oggetto di studio appassionato da parte di medici e scienziati a orientamento antroposofico (celebri gli esperimenti di Lili Kolisko che dimostrano l’influenza dei pianeti sul comportamento dei composti metallici).
Nei prossimi mesi pubblicherò su questo blog sette brevi articoli, con lo scopo di fornire un quadro generale di tali relazioni, ogni volta per un metallo-pianeta specifico, al fine di comprendere meglio non solo le basi della terapia con i rimedi metallici, ma anche l’importanza che hanno i processi planetari nella formazione delle peculiari caratteristiche fisiche e animiche di ogni essere umano, con uno sguardo agli archetipi della mitologia.
Per capire la natura dei metalli occorre volgere lo sguardo al cielo, proprio come faceva l’uomo di epoche passate. I metalli si distinguono da tutti gli altri minerali presenti sulla crosta terrestre per la loro luce e brillantezza, la loro mobilità, la duttilità, la malleabilità, la colorazione, la sonorità e, nel complesso, per il loro senso di importanza e dignità ben diverso da quello dei cristalli, che appaiono come “forme” definite e distanti, prive della vibrante vitalità interiore dei metalli. Un po’ come accade quando osserviamo nella volta celeste la fissità delle costellazioni opposta alla mobilità dei pianeti. In effetti i metalli sembrano estranei alla Terra che, oltretutto, tende continuamente a occultare se non a distruggere la loro natura, per esempio tramite processi ossidativi, ruggine, patine, formazione di leghe. Qual è dunque la patria dei metalli? Di quale processo sono il fenomeno sensibile? In epoche lontanissime nelle quali andava formandosi l’attuale Terra (si veda Rudolf Steiner O.O.13 “La scienza occulta nelle sue linee generali”), le forze cosmiche di ciascun pianeta, che si manifestavano come colori nell’atmosfera, si sostanziarono man mano nel corpo terrestre come metalli: al pari di ogni sostanza terrestre, anche i metalli sono la fase conclusiva di processi giunti a quiete nella materia, che in questo caso corrispondono proprio ai processi planetari. Tramite opportune lavorazioni farmaceutiche e successive dinamizzazioni, si è in grado di “riaprire” i metalli alle forze cosmiche corrispondenti, così da farli agire sugli organi e sulle funzioni corporee e animiche governate dalle medesime forze, come vedremo nei prossimi articoli.
Nell’attuale fase evolutiva della Terra, i metalli sono presenti in dispersione finissima in tutta l’atmosfera e la crosta terrestre (del solo ferro ne cadono ogni anno sulla Terra circa 16000 tonnellate sotto forma di polvere cosmica), ma come minerali in giacimenti sono localizzati in precise e diverse aree geografiche, che corrispondono alle zone della Terra dove agisce con più forza un determinato pianeta. I sette metalli principali di cui ci occuperemo (piombo, stagno, ferro, oro, rame, mercurio, argento) corrispondono all’azione pura e senza interferenze dei sette pianeti visibili a occhio nudo dalla Terra (Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio, Luna), mentre gli altri metalli originano dall’azione combinata di due o più pianeti, come per esempio l’antimonio che corrisponde all’azione congiunta di Venere, Mercurio e Luna.
Per iniziare a comprendere le relazioni che legano i pianeti ai metalli corrispondenti, occorre confrontare le caratteristiche astronomiche dei primi (in un’ottica ovviamente geocentrica) con quelle fisico-chimiche dei secondi.
Come illustrato a livello esemplificativo in tabella, i sette metalli si dispongono sempre secondo un preciso ordine riguardo alle loro caratteristiche chimico-fisiche (nel caso del mercurio, l’unico in forma liquida, non sono direttamente confrontabili), che corrisponde appunto alla distanza dei sette pianeti dalla Terra, partendo dal più lontano al più vicino, ma anche alla loro velocità di rotazione in gradi, dal più lento (Saturno) al più veloce (Luna).
tratta da: V. Bott “Medicina antroposofica”
Inoltre, se disponiamo pianeti e metalli sempre nel medesimo ordine su una circonferenza con il Sole-oro all’apice, troviamo le coppie polari di pianeti-metalli portatori di forze in opposizione.
tratta da: W. Pelikan “I sette metalli”
Le stesse coppie polari si evidenziano se disponiamo i metalli per peso atomico crescente, sempre lasciando l’oro all’apice. Si possono trovare altre corrispondenze dello stesso tipo applicando ulteriori parametri.
tratta da: V. Bott “Medicina antroposofica”
Tale ordine planetario non è altro che quello seguito dall’anima nel suo processo incarnatorio (freccia discendente I in figura) verso una nuova vita sulla Terra, dove a seconda del tempo di permanenza in ciascuna sfera planetaria, il corpo astrale assumerà inclinazioni caratteriali specifiche con prevalenza di un pianeta rispetto agli altri (si parlerà così di tipo marziale, tipo gioviano, tipo lunare, e così via). Ciò, unito alla specificità di ogni sfera planetaria per determinati organi (per esempio, Giove sul fegato, Sole sul cuore), risulta fondamentale per impostare correttamente una terapia metallica. A tal fine non bisogna trascurare l’opposta corrente escarnatoria (freccia ascendente II in figura) che si fa prevalente nella seconda metà della vita (quando il corpo astrale inizia a prepararsi per affrontare il passaggio nelle sfere planetarie in ordine inverso) e che presenta per ciascun metallo effetti terapeutici differenti rispetto alla corrente incarnatoria. Non da ultimo è da tenere presente il risvolto biografico, ovvero il settennio in cui si trova a vivere il paziente, considerando che ciascun settennio è sotto l’egida di un determinato pianeta.
Canova, “Marte e Venere”
Per quanto riguarda invece la preparazione farmaceutica dei rimedi metallici, compresi i metalli vegetabilizzati, il farmacista dovrà sempre procedere rispettando i cicli dei relativi pianeti (distanza dalla Terra, eventuali congiunzioni o eclissi) che influenzano le lavorazioni metalliche, a maggior ragione quando estremamente diluite e dinamizzate, dunque più “aperte” alle forze cosmiche. Per fare un esempio, il Plumbum mellitum, un rimedio a base di piombo e miele, viene preparato ogni trent’anni circa, che corrispondono al ciclo di rivoluzione di Saturno, in modo da lavorare quando il pianeta è nel momento di massima vicinanza alla Terra e le sue forze risultano quindi più intense.
Nel prossimo articolo affronteremo proprio il piombo, incarnazione terrestre di Saturno, pianeta posto ai confini del nostro sistema solare.
Pubblicato in albanese il mio “Paradisi Artificiali: le droghe e l’uomo da un punto di vista scientifico-spirituale” con il titolo di “Parajsat artificiale” per l’editore Botimet Jozef. Ringrazio la mia allieva del Corso di Medicina Antroposofica, la dottoressa Elfrida Kote, che ha apprezzato così tanto il mio libro da occuparsi personalmente della traduzione. Ma non solo. Con la collaborazione dell’editore ha organizzato la presentazione ufficiale alla Fiera del Libro di Tirana il 18 novembre 2023, e a seguire conferenze all’Università di Tirana e a Durazzo. Non potevo avere accoglienza migliore dal popolo albanese, che ringrazio e che sono certo di tornare a incontrare presto.
Con gli allucinogeni arriviamo alla settima e ultima tappa del nostro viaggio di scoperta delle sostanze stupefacenti da un punto di vista scientifico-spirituale, iniziato con l’oriente luciferico dell’oppio e giunto nello scorso articolo all’occidente arimanico della cocaina, con tutte le sfumature delle droghe comprese tra queste polarità. Gli allucinogeni, pur rimanendo nell’ambito prettamente arimanico, rappresentano un unicum per effetti e meccanismo d’azione rispetto alle sostanze fin qui esaminate, ponendosi al di là di ogni classificazione. In effetti l’intento degli allucinogeni è proprio quello di portare l’essere umano al di là di ogni conoscenza relativa a questa incarnazione terrestre, aprendogli la percezione di mondi che solo in epoche future sarà in grado di percepire. Infatti nell’attuale stadio evolutivo l’uomo non può – e non dovrebbe – avere accesso ai mondi soprasensibili, a meno che non segua un lungo percorso preparatorio, così come ci ricorda Rudolf Steiner.
“Un uomo può conoscere dei segreti dell’esistenza solo quel tanto che corrisponde al suo grado di maturità. Soltanto per questo vi sono ostacoli verso i gradini superiori del sapere e dell’essere capace. Nessuno deve usare un fucile, se prima non ha acquistato esperienza sufficiente per servirsene senza recar danno. Se oggi qualcuno venisse iniziato senza preparazione, gli mancherebbe l’esperienza che acquisterà nell’avvenire attraverso le sue future incarnazioni, fino a quando gli verranno svelati i segreti corrispondenti al corso regolare della sua evoluzione (O.O.10, L’iniziazione)”.
In estrema sintesi, gli allucinogeni “scaraventano” il consumatore nei mondi soprasensibili senza la dovuta preparazione, facendolo accedere a un mondo che gli verrebbe svelato solo dopo molte incarnazioni di un regolare percorso evolutivo. Ciò era già ben noto – sebbene in maniera del tutto istintuale e non cosciente come in Steiner – agli sciamani che per millenni hanno utilizzato le piante allucinogene senza mai assumerle o somministrarle prima di aver compiuto un opportuno percorso di preparazione spirituale e fisica. Tuttavia queste pratiche si riferiscono a uomini di precedenti stati evolutivi, dotati di differenti configurazioni dei corpi costitutivi, e non si adattano più all’uomo dell’epoca dell’anima cosciente. Per assurdo, l’unica preparazione possibile per l’uomo attuale sarebbe quella indicata da Steiner ne “L’iniziazione”, ma a quel punto non si avrebbe più bisogno di assumere gli allucinogeni per accedere ai mondi soprasensibili.
Dunque gli allucinogeni ci portano incontro qualcosa troppo presto, prima di essere evolutivamente pronti ad affrontarla, e proprio in questo consiste il loro carattere arimanico. Le allucinazioni vengono sperimentate in uno stato di veglia cosciente (altra caratteristica arimanica), differenziandosi polarmente da quelle provocate dall’oppio – che sarebbe più corretto chiamare “visioni” o “illusioni”, molto più tenui e sognanti – sperimentate invece in uno stato simile al sonno, caratteristica in questo caso luciferica. Inoltre tali visioni, come si ricorderà, si riferiscono a epoche precedenti di evoluzione, dunque il consumatore in un certo senso le ha già sperimentate in precedenti incarnazioni e le vive come una sorta di “ritorno” nelle braccia delle divinità (portare incontro qualcosa troppo tardi è infatti un tratto distintivo luciferico). Gli allucinogeni invece mostrano brutalmente qualcosa di ignoto e in ciò risiede la loro estrema pericolosità anche per una singola assunzione, con effetti drastici e imprevedibili che variano da individuo a individuo e, anche nello stesso individuo, variano a seconda delle circostanze di assunzione pur col medesimo dosaggio.
I. Abrams, “A psychedelic observation” (2005)
Effetti così singolari derivano da un meccanismo d’azione altrettanto singolare, comune a tutte le droghe psichedeliche e differente dalle altre sostanze stupefacenti. Siano queste ultime oppio, cannabis, ecstasy, alcol o cocaina, abbiamo visto che la loro azione si esplica prevalentemente sulle connessioni tra i corpi costitutivi superiori (corpo astrale e Io) e quelli inferiori (corpo fisico e corpo eterico): le droghe luciferiche allentano tali connessioni permettendo ai corpi superiori di effondersi nei mondi spirituali, similmente a quanto avviene nel sonno notturno, mentre le droghe arimaniche le rinforzano “risucchiando” i corpi superiori verso gli inferiori, come accade per esempio nella veglia indotta dalla cocaina. L’azione principale degli allucinogeni è invece diretta sui corpi inferiori col danneggiamento delle connessioni tra corpo fisico e corpo eterico, consentendo a quest’ultimo di scollegarsi parzialmente dal corpo fisico (un distacco totale provocherebbe la morte) e permettere così al consumatore l’accesso cosciente al mondo eterico. Questo movimento di distacco dell’eterico dal fisico sta già avvenendo naturalmente nell’uomo a partire dal 1899 – anno indicato da Steiner come “l’attraversamento della soglia” – e il suo progredire permetterà all’umanità di percepire sempre di più il mondo eterico nel corso dei prossimi millenni. Non solo gli allucinogeni anticipano arimanicamente tale processo, ma anche ciò che avverrà sul piano individuale nel momento della morte, quando il distacco del corpo eterico dal fisico permetterà il dispiegarsi del grande quadro mnemonico della propria incarnazione appena conclusa (il corpo eterico è infatti il depositario dei ricordi di tutta la vita). A causa dell’impreparazione del consumatore, tale confusione di immagini, ricordi, proiezioni, entità soprasensibili il cui contatto è impedito nella normale vita di veglia, illusioni, informazioni distorte e incomprensibili, unita alla lunga durata d’azione della sostanza (con l’acido lisergico si può arrivare anche a dodici ore) possono rendere la sensazione di perdita dei propri confini e di dissolvimento nell’etere universale un’esperienza terrificante dalla quale è difficile ritornare, traducendosi spesso in una psicosi permanente, peraltro impossibile da prevedere prima dell’assunzione. Inoltre tali esperienze, come avviene per tutte le sostanze stupefacenti, non possono mai tradursi direttamente in avanzamenti evolutivi perché sono generate dalla sostanza e non dall’operare attivo e cosciente dell’Io che, ancora una volta, è messo da parte. Occorre tuttavia evidenziare che l’incontro con un allucinogeno può rappresentare, per alcune individualità e in precisi momenti evolutivi, un evento karmico capace di suscitare l’avvio di enormi cambiamenti nella vita successiva. In altre parole, anche una singola esperienza psichedelica può fungere da scintilla per intraprendere un susseguente cammino evolutivo in senso spirituale, ma in questo caso operato coscientemente dall’Io.
D’altronde anche il rapporto di queste sostanze con l’evoluzione dell’uomo evidenzia tali peculiarità: se si tralascia il loro millenario uso rituale e sciamanico in ben delimitate aree geografiche, il loro ingresso nel percorso evolutivo di tutta l’umanità è il più recente ma anche il più intenso e dirompente, tanto da aver dato nome e connotati a un intero decennio: “l’epoca psichedelica” degli anni ’60 e ’70, capace di sgretolare le convinzioni materialiste e positiviste del mondo borghese e dare il via a una diffusa ricerca di spiritualità tuttora in evoluzione. Come sottolineato più volte, ogni sostanza ha il suo momento di elezione per entrare nel percorso evolutivo dell’umanità (ciò non significa che debba agire necessariamente come forza favorente l’evoluzione, anzi, come spesso accade, rappresenta una forza ostacolatrice) che per gli allucinogeni è proprio la seconda metà del XX secolo.
Psylocibe Pelliculosa
Tuttavia, prima di tracciare una storia delle droghe psichedeliche, occorre dare uno sguardo alle principali entità vegetali da cui derivano (come si immaginerà, quello degli allucinogeni è un argomento vastissimo che in questa sede non si può trattare se non per sommi capi). La stragrande maggioranza è fornita dai funghi, entità a metà strada tra il vegetale e l’animale, per questo classificate dalla botanica in un regno a parte. Già a un primo sguardo si notano grandi differenze rispetto ai vegetali esaminati finora: si ha la netta impressione di esseri assolutamente non aperti alla luce e al calore circostanti, chiusi nel loro mondo di ombra e freddo (tutte segnature arimaniche), entità nelle quali l’espressione archetipica del vegetale non riesce ad arrivare al suo compimento. Da un punto di vista scientifico-spirituale sono riconducibili alle forme vegetali-animali presenti sull’Antica Luna, le quali, quando non correttamente evolute, si ripropongono nell’attuale fase evolutiva terrestre proprio in queste forme. Svariate specie di funghi allucinogeni sono note fin dall’antichità in tutto il mondo (per esempio si ritiene che l’Amanita Muscaria, un fungo inebriante e non propriamente allucinogeno, entrasse a far parte della bevanda dell’oblio presso i centri iniziatici dell’antica Grecia), ma le specie più attive, del genere Psilocybe e fornitrici di psilocibina, erano diffuse principalmente in America centrale e meridionale, dove sono entrate a far parte dei riti religiosi e sciamanici delle popolazioni precolombiane. Accanto ai funghi, in Centramerica venivano utilizzati a scopo rituale anche i cactus (entità vegetali di stampo lunare) del genere Peyote, fornitori di mescalina, mentre in Sudamerica un miscuglio di piante psicoattive chiamato ayahuasca, il cui principio attivo è la dimetiltriptamina, molto simile alla psilocibina.
M. Grünewald, “Le tentazioni di Sant’Antonio”
Nonostante tali droghe fossero descritte in Europa fin dalla scoperta dell’America, rimasero sconosciute fino ai primi del Novecento, quando iniziarono a essere utilizzate da qualche intellettuale come Antonin Artaud e Walter Benjamin. L’evento che le fece entrare prepotentemente nella storia dell’umanità ha però una data e una collocazione precise: laboratori Sandoz di Basilea, 19 aprile 1943, quando il chimico Albert Hofmann sperimentò il primo viaggio da LSD, un composto semisintetico da lui creato nel corso di studi sugli alcaloidi della segale cornuta. Quest’ultimo è un fungo tossico, parassita della segale, che causò nel medioevo numerose epidemie di ergotismo (chiamato anche “fuoco di Sant’Antonio”), soprattutto nel Nord Europa, dove si panificava appunto con la segale. L’avvelenamento da ergot, potente vasocostrittore, si manifestava con intenso prurito e bruciore sugli arti fino alla gangrena, contrazioni muscolari simili all’epilessia, stati deliranti e allucinatori. Dall’acido lisergico contenuto in questo fungo Hofmann ne ottenne la dietilamide, inaugurando inconsapevolmente l’era psichedelica: il composto brevettato e commercializzato dalla Sandoz entrò ben presto nella pratica psichiatrica ma pure nell’uso voluttuario, portando alla ribalta anche gli altri allucinogeni come i funghi o il peyote. Dai pionieri della beat generation degli anni ’50 dilagò nella cultura hippie degli anni ’60, segnando un’epoca nella musica, le arti visive, la scrittura, il cinema e un nuovo modo di intendere la libertà e la socialità, nonché il rapporto tra gli uomini e il pianeta, dando il via alla New Age.
Il prezzo da pagare fu però alto, tanto più che gli psichedelici divennero una droga di massa assunta da individui assolutamente non preparati a questo tipo di esperienza: se la scienza materialistica ufficiale li considerava sicuri perché non erano rilevabili danni acuti al corpo fisico, fu la psichiatria a constatare il vertiginoso aumento di psicosi, spesso irreversibili, associate al loro consumo. Elevando lo sguardo in senso scientifico-spirituale possiamo comprendere che per generare tali condizioni psicotiche non c’è bisogno di un danno fisico, ma è sufficiente lo schiudersi brutale del mondo soprasensibile alla coscienza umana, un’esperienza ingovernabile che in molti non sono in grado di sopportare. Possiamo paragonare l’assunzione di allucinogeni (in particolare di LSD, il più potente) a una roulette russa che può mettere in gioco tutta la futura esistenza, non solo del consumatore ma anche del mondo circostante, dal momento che sotto l’effetto di queste sostanze ci si trasforma anche in “medium” in grado di creare un ponte tra mondo spirituale e mondo terrestre, con conseguenze imprevedibili. Pertanto l’individuo che decide in libertà di assumere queste sostanze (ma il discorso si può estendere anche a tutte le altre droghe) deve essere ben cosciente degli effetti spirituali, prima ancora di quelli fisici, che hanno sull’essere umano e sul mondo sensibile e soprasensibile che lo circonda.
In quest’ottica ho concepito lo studio sulle sostanze stupefacenti da un punto di vista scientifico-spirituale (“Paradisi artificiali” edito da Novalis) cui ho sempre rimandato in questa serie di articoli per affrontare l’argomento in maniera esaustiva e approfondita, ma soprattutto con la speranza che una vera conoscenza degli effetti di queste sostanze possa aiutare l’individuo a orientarsi autonomamente nelle proprie scelte (per “vera conoscenza” intendo appunto quella ampliata al mondo soprasensibile).
Non posso che concludere questo ciclo di articoli con le straordinarie parole di Rudolf Steiner nella conferenza sull’alcool tenuta agli operai nel 1923 (O.O. 348 “Alcool e nicotina”).
“Penso che le informazioni sugli effetti dell’alcol, come quelle che abbiamo visto oggi, possano in realtà agire in modo più efficace, conducendo gradualmente le persone ad abbandonare l’alcol con decisione autonoma. […] Verità autentiche, conoscenze vere agiscono fin nel sentimento. La mia convinzione è quindi che si possa arrivare a un’efficace riforma sociale solo facendo in modo che una reale informazione giunga a cerchie sempre più vaste, e ciò vale anche per altri campi analoghi a questo. […] Questo è ciò che si deve avere prima di tutto nella scienza: il rispetto per la libertà umana, così che non si abbia mai l’impressione che si voglia imporre o proibire qualcosa, ma si parli di fatti. Quando una persona sa come l’alcol agisce, arriverà da sola a ciò che è giusto. Procederemo così sempre di più verso l’obiettivo che uomini liberi si diano da sé la loro direzione.”
Per comprendere appieno l’azione della cocaina sull’individualità umana è opportuno tornare con la mente all’oppio, prima droga affrontata in questa serie di articoli. Se l’oppio rappresenta la sostanza stupefacente luciferica per eccellenza, alla polarità opposta troviamo la cocaina che invece è portatrice delle caratteristiche arimaniche nella loro interezza. Tra le due abbiamo esaminato la grande varietà di sostanze nelle quali tali influssi sono miscelati in proporzioni diverse, ma proprio nella cocaina troveremo l’influsso arimanico espresso alla sua massima potenza.
La polarità tra oppio e cocaina è riscontrabile in ogni caratteristica, non solo di effetto sui corpi costitutivi, ma anche di morfologia e habitat della pianta, di utilizzi tradizionali e perfino di ingresso nell’evoluzione dell’uomo. La polarità che tuttavia appare subito evidente è il luogo di origine e di diffusione della pianta stessa: mentre il papavero da oppio è originario dell’estremo oriente e di esso subisce gli influssi luciferici, “incontrando” così le caratteristiche dei popoli che vi abitano e che risentono dei medesimi influssi, la pianta della coca è originaria dell’estremo occidente, in particolare le catene montuose delle Ande del continente americano e non può crescere altrove, sebbene ne sia stata tentata senza successo la coltivazione in altri luoghi.
Montezuma
Come sottolineato da Rudolf Steiner in numerose conferenze, “la nostra Terra è differenziata: non è un essere che irraggi in modo pressoché uguale ogni suo abitante, ma nelle varie regioni irradia qualcosa di completamente diverso” (da O.O.178, “Il mistero del doppio”, straordinario ciclo di conferenze cui rimando per approfondire e comprendere in pieno l’azione della cocaina e delle sostanze stupefacenti arimaniche in genere). In particolare, le regioni della Terra che mostrano una preponderanza di catene montuose disposte da nord a sud, come appunto il continente americano, permettono alle forze arimaniche del subterrestre di emergere in pienezza e di influire al massimo grado sugli organismi viventi presenti in superficie, cosa che non può accadere nel continente asiatico, dove le catene montuose sono disposte prevalentemente in direttrice est-ovest e si assiste a un prevalere degli influssi luciferici. Ciò era ben conosciuto dagli antichi iniziati che si preoccuparono di non far entrare in contatto l’Europa con tali forze arimaniche prima che gli uomini non avessero iniziato il nuovo percorso di evoluzione verso l’anima cosciente. Dunque, malgrado l’America sia stata “scoperta” dagli europei parecchi secoli prima di Cristoforo Colombo (ed è curioso notare come Steiner affermi ciò nel 1917, quindi prima dei ritrovamenti delle imbarcazioni vichinghe nel Nordamerica), i contatti tra i due continenti dovevano essere impediti fino all’inizio dell’epoca dell’anima cosciente, a metà secolo XV. Da quel momento in poi l’America è entrata a pieno titolo nella storia evolutiva dell’umanità, recando quegli influssi arimanici che il resto del mondo sarebbe stato ormai in grado di affrontare. Così, insieme ai pomodori, al mais e alle patate, insieme alle forze del materialismo e della subnatura, arrivò anche la cocaina (e gran parte degli allucinogeni, come vedremo nell’articolo sul prossimo numero).
Utilizzata da millenni dalle popolazioni precolombiane ad uso prevalentemente rituale e religioso, ma anche “utilitaristico” (caratteristica peculiare della coca) per affrontare lunghi viaggi o periodi senza cibo, la coca conquistò presto i dominatori spagnoli, ma per entrare nella nostra evoluzione dovette attendere il momento adatto, la metà dell’800, quando la concezione materialistico-positivista del mondo e dell’uomo raggiunse il suo culmine. Come abbiamo visto per ogni sostanza, non esiste solo un luogo e una popolazione d’elezione, ma anche un momento ben preciso per entrare nella storia evolutiva dell’umanità.
Non è questa la sede per tracciare l’interessantissima storia della cocaina (per la quale rimando, insieme a tutti gli approfondimenti, al mio saggio “Paradisi Artificiali – le droghe e l’Uomo da un punto di vista scientifico spirituale” edito da Novalis), basti tuttavia tenere presente che la cocaina è emersa con più forza in tutti quei momenti in cui per l’uomo sono state preponderanti le forze di materialismo, efficientismo ed edonismo sfrenato: dai “ruggenti” anni ’20 agli altrettanto ruggenti anni ’80, che hanno inaugurato una stagione di immensa fortuna per la cocaina, ancora lungi dal terminare.
Ma quali sono gli effetti spirituali della cocaina nell’essere umano? Per farsene un’idea è sufficiente leggere le parole di Steiner su Arimane, chiamato appunto il “principe di questo mondo”:
“Se guardiamo alla manifestazione spirituale che può trarre origine da parte del principe di questo mondo, dobbiamo appunto indicare la conoscenza intellettualistica umana. […] Oggi si devono guardare queste cose in una prospettiva animico-spirituale. Si deve sentire la forza arimanica, la signoria del principe di questo mondo, nel bluastro, nell’impallidire (che è un effetto della contrazione del corpo astrale all’interno del corpo fisico, proprio ciò che avviene grazie alla cocaina, N.d.R.), nello struggimento interiore, nel sentirsi freddi, nell’essere compenetrati di smorti pensieri astratti.” (O.O.210 “Antichi e moderni metodi d’iniziazione”).
Quanto sono diversi questi effetti dalla dolcezza e dall’illusorio calore che recano le sostanze luciferiche! Esse infatti agiscono con preponderanza nella sfera del “sentire”, mentre la cocaina, all’estremo opposto, non ha alcun “aggancio” con tale sfera, andando ad agire con forza solo sulle sfere del “pensare” e del “volere”. Ne consegue un’intensificazione del freddo pensiero meccanico cerebrale, nonché dell’agire materialmente nel mondo terrestre, senza avvertire alcun impulso morale o di sentimento. In effetti i pensieri o le azioni non permeati dal sentire umano potrebbero essere compiuti anche da una “macchina pensante” ed è proprio lo stato in cui la cocaina riduce l’essere umano, incatenandolo al mondo materiale terrestre e così permettendo, inoltre, l’emergere del “doppio” arimanico.
Se per l’oppio e le altre sostanze luciferiche si assiste a un’espulsione del corpo astrale (seguito dall’Io) che va a effondersi nei mondi spirituali, per la cocaina avviene l’esatto opposto: il corpo astrale e l’Io vengono “risucchiati” all’interno del corpo fisico, tenacemente connessi alle forze della natura e della subnatura e totalmente esclusi da qualunque forza spirituale o di sentire. Ciò si traduce in una serie di effetti, sia fisici che psichici, diametralmente opposti a quelli prodotti dalle sostanze luciferiche: aumento del battito cardiaco, del ritmo della respirazione, della pressione arteriosa, della temperatura corporea, della peristalsi intestinale; grazie alla discesa delle forze astrali spariscono sonno e stanchezza e il consumatore si trova in uno stato di allerta e stimolazione costanti, come ben riportato da Sigmund Freud nel suo saggio “Sulla coca” del 1884:
“Durante questo stadio dell’azione cocainica appaiono quei sintomi che sono stati descritti come il meraviglioso effetto stimolante della coca. Un protratto e intenso lavoro, mentale o fisico che sia, può essere compiuto senza alcuna fatica, come se il bisogno di cibo e di sonno, che altrimenti si imporrebbe perentoriamente in certi momenti della giornata, fosse completamente eliminato. […] Io ho provato almeno una dozzina di volte questi effetti della coca, quali scomparsa della fame, del sonno e della fatica (mentale) e la maggiore efficienza nel lavoro intellettuale.”
Va da sé che queste caratteristiche sono esattamente quelle che il mondo attuale richiede all’essere umano, un mondo dove si è costantemente interconnessi da impulsi elettrici, dove è richiesta efficienza, brillantezza e resistenza nel campo del lavoro, così come in quello del divertimento, un mondo dove gli influssi arimanici agiscono in massimo grado come mai nella storia umana, permettendo l’affermarsi di quelle che possono venir definite le “eccellenze arimaniche” del nostro tempo: informatica, economia globalizzata, robotica, ingegneria genetica, per citarne alcune. In questi campi non solo non è richiesto l’intervento della sfera umana del sentire, ma è addirittura preferibile che non sia presente nemmeno in minimo grado, e a ciò la cocaina serve in maniera eccellente. Grazie a essa il consumatore inizia a escludere la sua parte spirituale dalla propria esistenza e si riduce a una “macchina pensante”, un essere sempre più duro, cinico e meccanicistico, nel quale non trova spazio alcun autentico sentimento di empatia né verso se stesso né verso gli altri. Ciò accade perché il sistema ritmico – fondamento fisico delle emozioni e dei sentimenti umani – viene sovraccaricato dalla cocaina (il già visto aumento dei battiti e del respiro, per esempio) con il suo conseguente esaurimento. Infatti sono proprio i polmoni e il cuore gli organi fisici direttamente danneggiati dalla cocaina e ciò porta il consumatore a sperimentare bui sentimenti di svuotamento e sfinimento che si configurano in quelle che la medicina antroposofica definisce “depressione di cuore” e “sindrome ossessivo-compulsiva polmonare”, entrambe patologie arimaniche per eccellenza.
Tutti gli effetti fin qui visti sono comuni a cocaina e amfetamine, ma con queste ultime si assiste addirittura a una loro estremizzazione in senso arimanico. Innanzitutto, per la prima volta in questa trattazione, siamo di fronte a composti di natura completamente sintetica di esclusiva origine inorganica (si ricorderà che anche la molecola base dell’ecstasy, il safrolo, è di derivazione vegetale). Benché le azioni sui corpi costitutivi siano le medesime, in particolare il risucchio del corpo astrale nel fisico, il meccanismo d’azione per giungervi è molto diverso, anche sul piano concettuale: se la cocaina attiva il sistema nervoso simpatico inibendo la degradazione dei nostri neurotrasmettitori adrenergici (dopamina, adrenalina e noradrenalina) e facendo così agire sostanze di nostra produzione che abbiamo già all’interno del corpo, le amfetamine invece mimano la struttura molecolare di tali neurotrasmettitori e si sostituiscono integralmente a essi nei recettori neuronali. È facile comprendere quanto gli effetti siano più intensi e duraturi e soprattutto quanto abbiano un’espressione ancora più fredda, artificiale, distaccata (in una parola “arimanica”), come riferisce la maggioranza dei consumatori di entrambe le sostanze.
Anche la storia delle amfetamine mette in evidenza il loro utilizzo come rimedi in campi meramente fisici e utilitaristici dell’esistenza umana: dalle pillole per il dimagrimento a quelle per svolgere sforzi fisici prolungati anche per giorni interi, dall’aumento delle prestazioni degli atleti e dei cavalli da corsa a rimedio per trascorrere notti intere sui libri in preparazione degli esami. Il campo dove hanno espresso in maniera più brillante la loro natura arimanica è stato ovviamente quello militare, essendo state impiegate massicciamente nel primo e soprattutto nel secondo conflitto mondiale (lo stesso Hitler ne era dipendente) e ciò ci autorizza a ritenerle corresponsabili di molte delle atrocità commesse durante le guerre (compresa quella del Vietnam), atrocità che potevano essere compiute solo da esseri umani la cui parte del sentire fosse stata completamente soppressa, come avviene proprio con l’utilizzo delle amfetamine.
Dal momento che nelle amfetamine tutti gli effetti della cocaina sono prodotti in maniera più aggressiva, esasperata, violenta e duratura (in media dodici ore rispetto alle due della cocaina) il prolungato incatenamento del corpo astrale al corpo fisico induce il consumatore, anche non cronico, a non riuscire ad addormentarsi per svariati giorni. Poiché il corpo astrale, seguito dall’Io, durante la notte fa ritorno ai mondi spirituali per rifornire l’individualità umana al risveglio di rinnovate energie spirituali, possiamo facilmente prevedere quanto il consumo di queste sostanze allontani il consumatore dai mondi soprasensibili, facendogli mancare sempre di più le necessarie energie spirituali e riducendolo a un semplice pezzo di materia. Una materia che, tra l’altro, accelera nella sua degenerazione fisica, portata da un lato dal mancato ristoro col riposo notturno e dall’altro dalla presenza incessante e oppressiva delle attività del sistema neurosensoriale che, per loro natura, generano processi catabolici di “morte” e di consunzione del corpo fisico. Sembra quasi che con le amfetamine si voglia rendere permanente nell’uomo quella condizione di “macchina pensante” già vista per la cocaina.
Infatti, se Steiner afferma che “la cosa più elevata, più bella, è che grazie alla forza del corpo umano l’elemento fisico può essere trasformato in elemento spirituale-animico” (O.O.128, “Una fisiologia occulta”), osserviamo che queste sostanze tentano di fare proprio l’opposto, ovvero trasformare l’elemento spirituale-animico umano in elemento fisico, cristallizzandolo nel mondo terrestre e subterrestre tramite l’assoluto predominio dell’apparato neurosensoriale. Che poi altro non è se non l’effetto della deriva materialista e meccanicista del mondo attuale, sempre più dominato dal “principe di questo mondo”.
Nel prossimo articolo andremo “oltre” questo mondo e oltre tutto l’universo fisico, gettando perfino uno sguardo sui mondi futuri con la trattazione delle sostanze allucinogene.
Nel nostro viaggio di scoperta delle sostanze stupefacenti verso occidente, ora incontriamo l’alcol – droga del “Centro” per eccellenza – che appare nella storia dell’umanità all’apparire di Noè, capostipite dell’umanità post-atlantica.
“Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna.Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all’interno della sua tenda.” (Genesi 9:20, 21)
In queste semplici parole della Bibbia troviamo la caratteristica fondamentale dell’azione dell’alcol sull’uomo: l’allontanamento dell’Io e la sua “riduzione” alle attività più basse e terrestri del corpo fisico che l’essere umano condivide con gli animali, qui rappresentate da Noè che dorme per terra spogliato dell’Io. Come capostipite della nuova umanità, Noè ne rappresenta anche i difetti: non appena riceve questo dono dagli dei, subito ne abusa, regredendo a una condizione animalesca. Ma perché gli dei avrebbero donato all’uomo una sostanza che può essere così pericolosa? L’hanno fatto per sancire il loro distacco dall’uomo a partire dall’uomo stesso. Infatti l’essenziale dell’alcol, come vedremo, è di rafforzare il modo in cui l’Io si sente dentro al corpo fisico, quindi di far sentire l’uomo maggiormente inserito nell’elemento terrestre. Ciò è stato di fondamentale importanza durante il lunghissimo “crepuscolo degli dei” – il Kali Yuga – nel quale le divinità si sono progressivamente allontanate dall’uomo, e l’uomo stesso a sua volta, anche grazie all’alcol, si è allontanato dalle divinità. Questo processo – conclusosi nel 1899 e durato più di cinquemila anni – è stato un’imprescindibile necessità per l’evoluzione dell’uomo verso un sentire razionale, autocosciente e indipendente, per mezzo del quale ha potuto iniziare a sviluppare la sua libertà.
Per queste ragioni, nonostante le numerose testimonianze della sua produzione e del suo consumo come birra e vino presso i Sumeri e gli Egizi, è facile intuire che l’alcol sarebbe entrato nel pieno della sua missione evolutiva con l’inizio del periodo greco-romano, quando l’uomo avrebbe cominciato a far evolvere l’anima razionale.
“L’alcol ebbe una certa missione nel corso dell’evoluzione dell’umanità: per quanto possa apparire singolare, esso ebbe il compito di preparare, per così dire, il corpo umano a venire staccato dalla connessione col mondo divino, perché potesse svilupparsi l’«Io sono» individuale. Infatti l’alcol ha l’effetto di precludere all’uomo il contatto col mondo spirituale, nel quale l’uomo si trovava in passato. Questo effetto, l’alcol, lo possiede tuttora. L’alcol non è stato introdotto invano nell’umanità. In futuro si potrà affermare nel pieno senso della parola che l’alcol ebbe il compito di attirare l’uomo giù nella materia, sì da renderlo egoistico, da portarlo al punto di esigere per sé il proprio Io, di non metterlo più al servizio di tutto il proprio popolo. Così l’alcol ha reso all’umanità un servizio opposto a quello dell’anima di gruppo: ha tolto agli uomini la facoltà di sentirsi uniti in un tutto nei mondi spirituali.” (R. Steiner, O.O. 103 “Il Vangelo di Giovanni”)
Furono appunto gli antichi Greci ad avere come missione storica quella di far entrare coscientemente l’uomo sulla Terra, rendendolo indipendente dalle divinità e responsabile delle proprie azioni tramite l’intelletto. L’antico Greco non cercava infatti una sostanza che lo riportasse verso l’alto, che gli facesse riallacciare i legami con le divinità (come abbiamo visto per l’antico indiano che invece, tramite l’oppio o la cannabis, voleva tornare in connessione con quel mondo spirituale progressivamente oscurato dal Kali Yuga), ma appunto una sostanza che lo aiutasse a prendere possesso del suo corpo, della materialità terrestre. Consci dell’importanza di tale missione, i Greci attribuirono al vino un significato religioso, celebrandolo nel culto dionisiaco, ultimo dono dell’antica saggezza dei misteri. Le celebrazioni dionisiache non erano, almeno in principio, semplici orge sfrenate (come siamo abituati a considerarle a causa dalla loro degenerazione in baccanali di epoca tardo-romana), ma vere e proprie cerimonie religiose nelle quali gli effetti del vino erano considerati una sorta di “sfida” per l’Io e un mezzo per aumentarne il dominio sulle forze terrestri. Nel culto di Dioniso i partecipanti dovevano imparare ad acquisire sempre più controllo sul proprio “animale interiore” (il corpo astrale): venivano infatti sacrificati animali come il toro, simbolo delle forze animali interne all’uomo, e venivano eseguiti esercizi per allenare l’Io a controllare il corpo e l’anima, “vincendo” gli effetti del vino ingerito. Dioniso viene sempre raffigurato con il bastone rituale, il tirso, con il quale “tiene a bada” gli animali che lo circondano – immagini degli istinti, delle brame, delle passioni – alle quali l’uomo oppone la forza dell’Io rappresentata dal tirso posto in verticale, quale immagine dell’organizzazione dell’Io. Analogamente, durante i cenacoli dei filosofi veniva sempre assunto vino allo stesso scopo, così come, per esempio, riportato da Platone nel “Simposio”, dove Socrate – prototipo dell’uomo pensante moderno – è noto per riuscire a mantenere il controllo assoluto del proprio Io sull’astralità scatenata dal vino, e per questo considerato come un modello dai discepoli.
Con il procedere dei secoli il culto dionisiaco, che nel frattempo era passato ai Romani come culto di Bacco, degenerò al punto tale che in epoca imperiale si ebbe una completa inversione dei suoi intenti originari: durante i baccanali l’assunzione di vino non era più diretta ad acquisire maggior controllo sull’astralità, ma al contrario si desiderava lasciarsi travolgere da istinti, brame e pulsioni mettendo fuori uso il controllo dell’Io. Il tutto è peraltro riscontrabile nell’iconografia successiva, dove Bacco non è più rappresentato, come Dioniso, vigile ed eretto col tirso in pugno, ma come un rubicondo obeso che si lascia trasportare da una corte di animali, satiri e baccanti: il tirso è scomparso e con lui l’Io. Ciò accadde perché, dopo il messaggio del Cristo, l’alcol aveva virtualmente compiuto la sua missione evolutiva, almeno nel mondo romano.
“Ma proprio nella stessa epoca in cui l’umanità era stata più profondamente impigliata nell’egoismo ad opera dell’alcol, apparve sulla scena la forza più possente, quella che diede all’uomo l’impulso più intenso per ritrovare il contatto con l’universo spirituale. Da un lato l’uomo doveva discendere fino all’ultimo gradino per divenire autonomo, dall’altro doveva giungere la forza potente, capace di ridare l’impulso per ritrovare la via verso il tutto.” (R. Steiner, O.O. 103, “Il Vangelo di Giovanni”)
William-Adolphe Bouguereau – The youth of Bacchus (1884)
Nei Vangeli i riferimenti al vino sono numerosi, si pensi alle nozze di Cana, ma è con l’Ultima Cena che si chiude anche simbolicamente il ruolo evolutivo dell’alcol: il vino è diventato il sangue del Cristo, dunque l’uomo, per proseguire nella sua evoluzione, non deve più rivolgersi al vino ma al sangue della divinità, ovvero deve perseguire la riunione cosciente col mondo spirituale. Il Cristo ha così offerto una nuova strada per allacciare i contatti col mondo spirituale come libera scelta di un uomo ormai indipendente e sempre più cosciente di se stesso. Tuttavia, vuoi per gli influssi arimanico-luciferici (“Quello che è giusto per un’epoca, se viene esercitato in un’epoca successiva diviene arimanico o luciferico” R. Steiner, O.O. 193 “Sull’incarnazione di Arimane”), vuoi perché sia il Kali Yuga che il periodo greco-romano erano ancora in pieno corso, l’alcol aveva ancora tanta strada da percorrere accanto all’uomo, sempre come strumento di recisione dei contatti col mondo spirituale.
Leonardo Da Vinci – L’ultima cena (1498)
In questa sede non si può approfondire l’interessantissima storia dell’alcol (per cui rimando, come sempre, alla lettura del mio saggio “Paradisi Artificiali – Le droghe e l’uomo da un punto di vista scientifico-spirituale” edito da Novalis), ma bisogna almeno accennare al suo utilizzo, più o meno consapevole, da parte dell’uomo europeo come arma di distruzione di intere civiltà. Le strutture sociali dei Pellirossa, degli Aborigeni, dei popoli del Sudamerica o del Centrafrica, erano ancora felicemente basate sul rapporto diretto con il mondo spirituale, dunque l’introduzione improvvisa dell’alcol – che non apparteneva alla loro storia evolutiva – le fece collassare in pochi decenni, facilitandone la conquista. Del resto, ogni popolazione che abbia un’articolazione diversa dell’organizzazione dell’Io rispetto agli europei, tollera di meno e gestisce peggio l’assunzione di alcol, come per esempio gli orientali, che abbiamo visto essere più affini alle droghe definite “luciferiche”. L’alcol, come droga del Centro, possiede entrambe le caratteristiche luciferiche e arimaniche, ma queste ultime sono decisamente preponderanti, al contrario dell’ecstasy esaminata nello scorso articolo.
Pietro da Cortona – Trionfo di Bacco (1625)
Come già accennato, gli effetti dell’alcol sono dovuti alla compromissione dell’organizzazione dell’Io, la sfera più alta dell’essere umano deputata al controllo e allo sviluppo dei corpi costitutivi inferiori. Per compiere queste attività, l’Io si serve del calore e dello zucchero veicolati dal sangue, ed è proprio su questi elementi che agisce l’alcol: già dopo il primo bicchiere il battito cardiaco e la pressione sanguigna aumentano a causa della ritrazione del corpo astrale nel corpo fisico tramite un tenace legame agli organi ritmici (cuore e polmone). Ciò provoca una vasodilatazione periferica che dà l’impressione di un aumentato calore, mentre in realtà non fa altro che disperdere il calore del corpo e abbassarne la temperatura. Successivamente l’alcol, grazie ai suoi metaboliti tossici, inibisce la produzione di zucchero nel fegato abbassando così la glicemia. A questo punto l’Io, trovandosi privato dei suoi mezzi operativi – zucchero e calore – e con la sua organizzazione ormai disarticolata, viene lentamente “espulso”, mentre il corpo astrale rimane contratto nel fisico. Da notare che, a differenza delle droghe esaminate finora, per la prima volta assistiamo a una contrazione del corpo astrale e non a una sua espansione: siamo di fronte a un effetto propriamente arimanico, mentre quello luciferico consiste nell’iniziale senso di leggerezza e sollevazione dovuto alla progressiva espulsione dell’Io. Quest’ultima è facilmente verificabile dalla progressiva perdita a ritroso di tutte le facoltà che ha appreso l’Io durante l’incarnazione terrestre: dapprima si ha confusione e compromissione del pensiero logico-razionale, poi della memoria e del linguaggio (l’ubriaco non riesce ad articolare le parole), dell’abilità a camminare (l’ubriaco barcolla) e infine, se si prosegue nell’assunzione, si perde la postazione eretta, prima conquista dell’Io nella vita. In questo modo il consumatore si trova tagliato fuori dal mondo spirituale e dalla propria essenza spirituale stessa (l’Io) che non può più esercitare il controllo sul corpo astrale, rivelando il lato squisitamente arimanico della sostanza. Il corpo astrale, letteralmente “incatenato” al corpo fisico, si lascia sopraffare da tutte quelle forze astrali che in condizioni normali erano tenute a bada dall’Io: piacere, dispiacere, simpatia, antipatia, pianto, riso, ma anche pulsioni più basse come brame, passioni irrefrenabili, istinti animaleschi, fino alle profondità delle forze eteriche (metabolismo, temperamento) e fisiche (peso, forza di gravità).
Cornelis De Vos – Il trionfo di Bacco (1613)
Dopo tutto questo “folleggiare” del corpo astrale, il giorno dopo arrivano puntuali i postumi della sbornia, il cosiddetto “hangover”: mal di testa pulsante, bocca secca, nausea accompagnata eventualmente da vomito, dolori muscolari, irritabilità, sudorazione, stanchezza, esaurimento. Questi effetti sono imputabili fisicamente al basso livello di zucchero nel sangue (che impedisce ulteriormente all’Io di riprendere il controllo della situazione) e all’accumulo di metaboliti tossici, soprattutto a livello del capo.
Dopo una sbornia, soprattutto se ripetuta nel tempo, per l’Io e il corpo astrale è sempre più difficile ripristinare una situazione di normalità, perché il corpo fisico e gli organi come il fegato, il cervello o il sistema nervoso, sono fisicamente danneggiati e non offrono più le stesse connessioni di prima, per cui è difficile per loro tornare a penetrarli come avviene in condizioni normali. Si può dire che mediante l’abuso di alcol, soprattutto se cronico, si viene a creare una configurazione “alternativa” dei corpi costitutivi che non è più quella originaria dell’Io, ma che nondimeno si confà maggiormente a un essere umano costantemente intossicato dall’alcol. Ciò spiega anche perché, se si torna a bere alcol durante un hangover, i sintomi spiacevoli – sia fisici che animici – tendono a sparire: l’Io che tentava di ripristinare lo status-quo è stato di nuovo estromesso e in sua vece è tornato l’alcol a determinare le interrelazioni tra i corpi costitutivi. Così nell’alcolista cronico si instaura quel circolo vizioso in cui il fisico continua ulteriormente a danneggiarsi e con lui le connessioni tra i corpi costitutivi stessi.
Edgar Dégas, L’assenzio (1875)
In particolare è il fegato a subire gli effetti distruttivi dell’alcol che a lungo andare, oltre a danneggiarlo fisicamente con la degenerazione grassa e la cirrosi, provoca un rilascio delle sue forze eteriche. Ciò porta alla tipica forma di “depressione epatica” dove l’alcolista si sente intrappolato nel suo passato, privo di volontà per relazionarsi al futuro, fino ad arrivare alla paura della vita stessa, con sensi di colpa che eventualmente possono portare al suicidio. Il rilascio di forze eteriche dal fegato porta anche a un altro fenomeno tipico, il delirium tremens. Come vedremo più nel dettaglio nell’articolo sugli allucinogeni, il rilascio di forze eteriche dal fegato provoca vere e proprie allucinazioni e condizioni di psicosi. A quel punto il ritorno a una condizione di normalità è pressoché impossibile: l’alcol ha fatto scendere così tanto l’uomo nella fisicità da avergli definitivamente precluso ogni possibilità di contatto con lo spirituale.
Su questa linea il nostro viaggio di scoperta delle droghe ci farà approdare nel prossimo articolo in Occidente, dove incontreremo la più arimanica di tutte le sostanze stupefacenti, i cui effetti appena descritti sono portati all’estremo: la cocaina e le sue sorelle sintetiche amfetamine.
Partendo dal lontano Oriente, il nostro percorso di conoscenza scientifico-spirituale delle sostanze stupefacenti si è ora avvicinato al Centro, dove incontriamo come prima sostanza caratteristica l’ecstasy. Si tratta di una droga recentissima entrata prepotentemente nell’evoluzione dell’umanità durante gli ultimi quarant’anni, e che non può di certo vantare una storia millenaria come le già esaminate oppio e cannabis. Allora cosa l’ha resa degna di una trattazione accanto a tali blasonate cugine? Innanzitutto la sua larga diffusione che l’ha portata ad essere la quarta droga più consumata nel mondo, nonché la sua assoluta unicità di azione che non trova riscontro in nessun’altra sostanza: l’ecstasy è la droga dell’equilibrio, della completezza, del “ritorno a casa”. Equilibrio perché in questa sostanza le caratteristiche luciferiche e arimaniche raggiungono un bilanciamento perfetto – del resto stiamo parlando di una droga del Centro – convivendo in un’atmosfera che potremmo definire di collaborazione e non di contrapposizione; completezza perché nei suoi effetti sono in un certo senso “riassunti” gli effetti di tutte le sostanze stupefacenti conosciute dall’umanità, dalla stimolazione cocainica al deliquio oppiaceo, dall’espansione di coscienza lisergica all’amore universale della cannabis; il “ritorno a casa” perché in nessuna delle droghe appena citate è così forte la sensazione di essere tornati dove tutto è iniziato, nel giardino dell’Eden, in quello stato di purezza antecedente al “peccato originale” che caratterizzava l’umanità della prima epoca Lemurica. Di quest’ultima l’ecstasy evidenzia soprattutto la condivisione e la vicinanza animica con gli altri esseri del creato, in una sorta di coscienza collettiva consapevole dell’amore e della saggezza che governano il mondo, cosa ovvia per l’uomo di quelle epoche: non a caso il primo nome in uso per l’ecstasy è stato proprio “Adam”.
Di certo i primi ricercatori e psichiatri che la utilizzarono non avevano conoscenze iniziatiche, ma battezzandola come Adam sicuramente percepirono il suo forte richiamo a una condizione primordiale dell’umanità. L’appellativo di “ecstasy” cominciò a entrare in uso quando tale sostanza si identificò sempre di più – in un certo senso banalizzandosi – con l’ambiente delle discoteche come la “droga per ballare”. Tuttavia questo è un altro elemento che la ricollega all’epoca Lemurica, quando per l’uomo esisteva la danza come vitale e unica forma artistica con la quale seguiva la musica delle sfere, il ritmo della vita, dei pianeti, della natura e degli dei che era ancora in grado di percepire: l’uomo danzava in una coscienza collettiva senza soluzione di continuità tra la propria individualità e quella degli altri uomini, tra sé e la natura, e soprattutto tra la propria coscienza e quella divina, con la quale ancora formava un tutt’uno.
L’ecstasy si propone lucifericamente proprio di far sperimentare quello stato paradisiaco per il quale l’uomo ha sempre conservato inconsciamente una forte nostalgia e, per rendere l’uomo attivo e lucido in questa esperienza, stavolta Lucifero “chiama in aiuto” Arimane, con il compito di trattenere l’Io del consumatore sulla Terra, nel qui ed ora insieme agli altri uomini, senza permettergli di perdersi nei mondi astrali come accade per l’oppio e la cannabis (è chiaro che anche in questa condizione – come per tutte le droghe – l’Io resta un semplice spettatore degli effetti che produce la droga sui suoi corpi costitutivi, conservandone certamente il ricordo una volta che l’effetto è svanito, ma senza aver acquisito alcuna evoluzione data dal suo attivo operare).
Per comprendere il peculiare meccanismo di azione dell’ecstasy sui corpi costitutivi, bisogna prima dare uno sguardo alle entità vegetali da cui deriva, nonché alla sua storia.
A differenza delle droghe fin qui esaminate, l’ecstasy non è una sostanza completamente naturale ma semisintetica, in quanto alla molecola di partenza, il “safrolo”, viene aggiunta chimicamente la parte amminica. Il safrolo è un composto aromatico tossico presente in diversi vegetali anche di uso alimentare, come la noce moscata, lo zafferano, il pepe nero e il cacao. È interessante notare come questo nucleo safrolico sia il responsabile degli effetti luciferici di espansione dei corpi superiori da parte dell’ecstasy – che possiamo quindi chiamare a buon diritto una “spezia per l’anima” – mentre la parte aggiunta sinteticamente la rende simile ai neurotrasmettitori come l’adrenalina e la dopamina, ed è la responsabile degli effetti arimanici di veglia e iperattività “terrestre” dovuti al maggior inserimento di una parte dei corpi superiori nel corpo fisico.
La sintesi dell’ecstasy a partire dalla noce moscata è dovuta al chimico tedesco Fritz Haber nel 1898. Brevettata dalla Merck nel 1912, ne fu tentato l’impiego come anoressizzante e stimolante per le truppe della Grande Guerra, con scarsi risultati. In seguito alla sconfitta della Germania, l’ecstasy e molte altre sostanze brevettate vennero consegnate agli Stati Uniti come bottino di guerra, e così l’ecstasy lasciò il suo luogo di nascita nel Centro per spostarsi in Occidente, cadendo nell’oblio per qualche decennio. Chi la riportò in vita fu il valente biochimico e farmacologo californiano Alexander “Sasha” Shulgin, di padre russo e madre statunitense (curiosamente anche nella sua persona si incontravano l’Oriente e l’Occidente), che a partire dagli anni ’60 si occupò di sintetizzare e provare su se stesso più di duecento sostanze psicoattive – tra le quali l’ecstasy – dopo l’incontro karmico con la mescalina che cambiò per sempre la sua esistenza.
Alexander “Sasha” Shulgin
“Quel pomeriggio compresi che il nostro intero universo è contenuto nella mente e nello spirito. Noi possiamo scegliere di non accedervi, possiamo addirittura negarne l’esistenza, ma nondimeno esso è dentro di noi, ed esistono sostanze chimiche in grado di favorirne l’accesso”. (A. Shulgin, “Dr. Ecstasy”, 2006)
L’ecstasy fu così introdotta e utilizzata estensivamente in psichiatria soprattutto in California che, come vedremo nell’articolo sugli allucinogeni, si configura come il vero e proprio “centro misterico” della modernità.
Parallelamente iniziò il suo uso voluttuario che le fece riattraversare l’oceano per trovare come primo approdo l’isola di Ibiza degli anni’80, dove si unì in un legame felice e indissolubile con la prima house-music: sonorità tribali ancestrali e danza, uniti a uno stato interiore di amore universale, nell’isola da sempre associata a felicità e spensieratezza: il Paradiso Perduto era ritrovato. Proprio grazie a questa potente illusione luciferica – basata però su qualcosa di reale e condiviso, e non su un paradiso interiore e immaginario come quello dell’oppio – l’ecstasy si è poi diffusa in tutto il mondo, rimanendo associata all’ambiente delle feste, delle discoteche e dei rave-party, ovunque si potesse creare una comunità basata sull’empatia e l’amore (artificialmente indotti, come vedremo) a ritmo di musica. Per comprendere veramente l’effetto dell’ecstasy non si può mai prescindere dalla relazione costante con gli altri consumatori.
L’Amnesia di Ibiza, estate 1989
Come abbiamo visto per la cannabis, l’effetto “sociale” è ottenuto da un parziale distacco del corpo astrale che viene disposto dalla droga nella configurazione dell’innamoramento, ancora più marcata nel caso dell’ecstasy. Anche in questo caso, rimanendo il corpo astrale nelle vicinanze del consumatore, si verifica una sorta di “fusione” della parte fluttuante del proprio corpo astrale con quello dei consumatori nello stesso stato, ottenendo l’empatia e la vicinanza animica. A differenza di oppio e cannabis, che provocano solo l’allontanamento dei corpi superiori con conseguente diminuzione dello stato di veglia e relativa confusione, una parte dei corpi superiori non solo è trattenuta dall’ecstasy, ma inserita ancora più tenacemente nel corpo fisico (il contemporaneo effetto amfetaminico – e dunque arimanico – cui si accennava in precedenza). Ne consegue che il consumatore può sperimentare in stato di veglia il contatto con l’amore universale e soprattutto con le altre anime, in uno stato di beatitudine che però, come l’innamoramento indotto, non sorge per un moto dell’Io ma è solo un mero effetto della sostanza. Poiché l’assunzione di ecstasy è paragonabile a un vero e proprio metodo di iniziazione del passato (per motivi che non ho modo di spiegare in questa sede, ma per i quali rimando come sempre alla lettura del mio saggio “Paradisi artificiali” edito da Novalis), si assiste a un’attivazione precoce del fiore di loto a dodici petali, i cui sei petali ancora inattivi vengono messi in movimento dalla droga e non tramite l’esercizio e l’evoluzione individuale.
Gustav Klimt, “Adamo ed Eva” (1918)
A questo punto è facile comprendere quali siano i postumi dell’assunzione di ecstasy: a livello fisico si ha una deplezione dei neuroni serotoninergici, data la notevole quantità di serotonina che viene liberata d’un colpo dalla sostanza, con conseguenti stati depressivi e psicotici; a livello eterico si assiste a un esaurimento delle forze dovuto alla super-attività indotta dalla parte amfetaminica, che innalza artificialmente la soglia di resistenza fisica, stanchezza, fame e sonno; a livello animico i sentimenti di empatia e gioia si trasformano nel loro opposto di tristezza, ostilità verso il prossimo e l’ambiente, paura, chiusura in se stessi. A ciò contribuisce la deformazione, che può essere permanente, del fiore di loto non correttamente attivato, come già descritto da Rudolf Steiner ne “L’iniziazione” (O.O. 10) riguardo a metodi iniziatici non corretti, dei quali l’ecstasy rappresenta un esempio:
“La disciplina occulta può anche dare speciali indicazioni che accelerano la maturazione di questo fiore di loto, e anche qui la formazione regolare di quest’organo sensorio dipende dallo sviluppo delle qualità sopracitate (per esempio con i Sei Esercizi, N.d.R.). Se non si provvede a questo sviluppo, l’organo risulterà deformato. In tal caso, con lo svilupparsi di una certa chiaroveggenza, le suddette qualità possono volgersi al male, anziché al bene. L’uomo può diventare particolarmente intollerante, pauroso, contrario al suo ambiente. Ad esempio può arrivare a sentire i sentimenti delle altre anime, e di conseguenza allontanarsene e odiarle. Può giungere a tal punto che, per il freddo che gli invade l’anima di fronte a opinioni opposte alle sue, non sia in grado di ascoltarle, assumendo un atteggiamento ostile.”
Henri Rousseau, “Il sogno” (1910)
Inoltre l’Io è costretto a seguire il corpo astrale nella sua espansione divenendo anch’esso periferico, e nel contempo è obbligato a “guardare” l’altra parte del corpo astrale connettersi ancora più energicamente ai corpi fisico ed eterico. Questa perdita di centralità sul momento risulta piacevole all’Io che viene così “messo da parte”, ma tornando alla vita reale si traduce in una sempre maggiore mancanza di iniziativa, instabilità e perdita di contatto con la realtà. A tutto questo bisogna aggiungere l’evocazione artificiale di stati di coscienza precedenti dell’umanità che porta a un progressivo dissolvimento dell’Io nel tutto e, in particolare per un uso ripetuto, a compiere in definitiva un “passo indietro” nell’evoluzione: le esperienze di apertura, empatia, calore, simpatia e amore, sperimentate sotto l’effetto della sostanza, non potranno mai diventare qualità dell’Io perché non sono state acquisite con l’esercizio, lo sforzo e l’errore, e oltretutto si riferiscono a uno stato precedente e non più ripetibile dell’evoluzione (bisogna però sottolineare l’indubbia “valenza karmica” che potrebbe avere anche una singola assunzione di tale sostanza, e sarebbe da riflettere sulla natura libera o non libera degli incontri e dei legami interumani che si formano grazie a essa, come ampiamente riportato in letteratura).
La molecola originaria dell’ecstasy ha inoltre subito negli anni svariate variazioni molecolari ad opera dei laboratori clandestini dove viene sintetizzata e, nella forma di “pasticca” in cui giunge al consumatore finale, è spesso associata ad altre sostanze sintetiche, dagli allucinogeni ad altre metamfetamine delle quali non si conosce mai la vera natura. Ciò rende difficile non solo lo studio degli effetti a lungo termine, ma anche l’intervento sanitario nei casi di sovradosaggio o reazioni avverse, prima fra tutte l’ipertermia maligna, spesso fatale. Il tutto è ulteriormente complicato dalla contemporanea assunzione da parte del consumatore di altre sostanze stupefacenti, tra le quali è sempre presente l’alcol, che amplifica a dismisura sia gli effetti disforici che la severità dei postumi.
Proprio l’alcol, droga onnipresente e tipica del percorso evolutivo dell’uomo del Centro, sarà l’argomento di studio del prossimo articolo.
Questo è il primo di una serie di sette articoli, già pubblicati sulla rivista Artemedica, nei quali presenterò nelle sue linee generali lo studio sulle sostanze stupefacenti riportato nella sua interezza nel mio saggio “Paradisi Artificiali – le droghe e l’uomo da un punto di vista scientifico-spirituale” edito da Novalis e disponibile in vendita per chi volesse approfondire l’argomento (alcuni estratti sono contenuti in questo sito alla categoria “Libri”). Il metodo di indagine utilizzato si basa sulla Scienza dello Spirito, o Antroposofia, inaugurata da Rudolf Steiner un secolo fa, della quale è consigliato avere una conoscenza dei fondamenti per affrontare l’argomento.
Le sostanze stupefacenti non rappresentano solo un importante argomento dei tempi attuali, ma hanno giocato da sempre un ruolo di primo piano nel percorso evolutivo dell’umanità. Non si deve quindi commettere l’errore di considerarle unicamente dal loro lato fisico-sensibile con lo sguardo materialistico tipico dei nostri giorni, ma occorre studiarle con un approccio completo che consideri anche la loro storia, la geografia, l’osservazione delle entità vegetali dalle quali derivano, nonché le caratteristiche dei popoli presso i quali sono nate e si sono diffuse, ampliandone in particolare la conoscenza da un punto di vista soprasensibile che abbracci la loro attività spirituale. Infatti l’approccio rivolto alla prevenzione del loro abuso basato solo sul dato fisico e biochimico continua a rivelarsi fallimentare, se non controproducente.
Rudolf Steiner ha ribadito più volte l’importanza della conoscenza, l’unica e sola via che può permetterci di formulare un’idea propria sull’argomento e farci decidere – nella nostra individuale libertà – di prendere posizione e agire poi di conseguenza. Emblematico (e come sempre attualissimo) questo passo tratto dalla O.O.348 “Alcool e nicotina”, che riporta le parole di Steiner a conclusione di una conferenza del 1923 a Dornach, proprio agli albori dell’epoca del Proibizionismo americano.
“Si può quindi proibire ogni sorta di cose, ma gli uomini ricorreranno a qualcos’altro che non è stato previsto dalle norme ed è ben peggiore. Penso invece che le informazioni sugli effetti dell’alcol, come quelle che abbiamo visto oggi, possano in realtà agire in modo più efficace, conducendo gradualmente le persone ad abbandonare l’alcol con decisione autonoma. Informazioni di questo tipo non ledono la libertà umana, ma fanno in modo che qualcuno si dica: è davvero preoccupante che io venga danneggiato fin nelle ossa! Questo pensiero agisce sul sentimento, mentre le leggi agiscono solo sulla ragione. Verità autentiche, conoscenze vere agiscono fin nel sentimento. La mia convinzione è quindi che si possa arrivare a un’efficace riforma sociale solo facendo in modo che una reale informazione giunga a cerchie sempre più vaste, e ciò vale anche per altri campi analoghi. […] Questo è ciò che si deve avere prima di tutto nella scienza: il rispetto per la libertà umana, così che non si abbia mai l’impressione che si voglia imporre o proibire qualcosa, ma si parli di fatti. Quando una persona sa come l’alcol agisce, arriverà da sola a ciò che è giusto. Procederemo così sempre di più verso l’obiettivo che uomini liberi si diano da sé la loro direzione. A questo dobbiamo tendere, e poi potremo arrivare alle giuste riforme sociali.”
Quali sono queste “verità autentiche”, queste “conoscenze vere” di cui parla Steiner, in grado di agire fin nel sentimento? Non di certo le attuali campagne terroristiche antidroga o antifumo incentrate unicamente su dati fisio-patologici – tra l’altro frequentemente mistificati – che appunto non sortiscono alcun effetto preventivo, addirittura ottenendo spesso l’effetto opposto (il consumatore percepisce la falsità della comunicazione e finisce per ignorare qualunque rischio, arrivando paradossalmente a considerare la sostanza stupefacente priva di effetti nocivi). Le “conoscenze vere” che sono in grado non solo di arrivare al pensare libero dell’uomo, ma anche al suo sentimento e, conseguentemente, a far muovere la sua volontà, sono unicamente quelle che prendono in considerazione il “tutto” della realtà, formata dall’elemento sensibile e da quello soprasensibile che vi sta sopra, ignorato dalla scienza attuale.
Mosso da questi intenti ho iniziato qualche anno fa lo studio sul rapporto tra droghe ed essere umano, basandomi sull’eccellente lavoro di Ron Dunselman pubblicato negli anni ’90 con il titolo “In place of the Self. How drugs work”. In quel testo, per la prima volta, ho ravvisato il genuino intento di portare “conoscenze vere” all’umanità, senza quell’atteggiamento moralistico sempre presente in questo campo e che porta agli effetti deleteri del “fascino del proibito”. Partendo proprio dai vasti studi e dalle geniali deduzioni di Dunselman, mi sono addentrato in un lavoro complesso e affascinante che ha abbracciato tutta l’evoluzione dell’umanità nello spazio e nel tempo, in ambito storico, letterario, artistico, nonché, ovviamente, in ambito scientifico, geografico e botanico, dal momento che queste non sono altro che divisioni fittizie dell’unicum del sapere umano.
Ciò ha portato alla genesi del già citato saggio “Paradisi Artificiali – le droghe e l’uomo da un punto di vista scientifico-spirituale” edito da Novalis tre anni orsono. Alla pubblicazione del libro sono seguite, e proseguono, numerose conferenze dove ho sempre potuto riscontrare non solo l’interesse e il coinvolgimento del pubblico, ma l’effetto che la comunicazione di “conoscenze vere” sortisce in chi ascolta. Esse agiscono come un’illuminazione che ogni individuo elabora e porta in sé, giungendo proprio a quelle decisioni libere di cui parla Steiner.
In questo primo articolo tratterò dell’argomento in generale, delineando le caratteristiche di ogni gruppo di sostanze che poi verranno prese in considerazione singolarmente.
Come dividere le sostanze in gruppi che tengano conto della loro attività spirituale, della loro non casuale distribuzione geografica e antropologica, nonché del loro specifico momento di comparsa e massimo utilizzo nella storia? Basta lasciar parlare le sostanze stesse e, in particolare, le entità vegetali da cui derivano. Bisogna infatti tener presente che il principio attivo psicotropo non è che il risultato sensibile dell’elemento spirituale attivo nella pianta da cui deriva. Analogamente tale principio attivo di natura fisico-minerale non potrà ovviamente agire in maniera diretta sui corpi costitutivi dell’uomo (corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, organizzazione dell’Io), bensì su specifici organi o recettori che poi saranno a loro volta causa degli effetti animico-spirituali.
Come vedremo, ogni sostanza sarà portatrice di effetti molto diversi, ma tutte (compresi gli psicofarmaci di uso comune) hanno un imprescindibile minimo comun denominatore da tenere sempre presente: i cambiamenti di coscienza che ci si propone assumendo una determinata sostanza vengono raggiunti grazie alla sostanza e non grazie al lavoro cosciente del proprio Io (non a caso il libro citato di Dunselman si intitola proprio “Al posto dell’Io”). In tal senso le droghe possono essere viste come sostituti dell’attività e dello sviluppo dell’Io, quindi in linea generale agenti in senso anti-evolutivo. Tuttavia, proprio per la loro affinità alle forze dell’ostacolo, può capitare che in casi specifici possano fungere – sempre considerando la singola assunzione e mai l’uso cronico – da “scintilla” per innescare un importante cambiamento di vita nel consumatore, spingendolo a un lavoro attivo con il proprio Io. E qui torna il discorso sulla scelta libera dell’uomo che è l’unica a dare a posteriori un valore morale a sostanze o piante che esistono di per sé nell’ambito pre-morale della Natura.
Ogni pianta ci racconta dunque della sfera spirituale cui appartiene e dell’influsso che può esercitare sull’uomo. Partendo da Oriente e dai tempi più remoti della Storia, il papavero da oppio e la cannabis si dichiarano entità vegetali prettamente luciferiche, così come la conformazione geologica del territorio da cui provengono e il carattere animico-religioso-culturale dei suoi abitanti. Alla polarità opposta, nell’estremo Occidente, e in tempi più recenti, la coca e gli allucinogeni appartengono invece all’ambito di Arimane, non solo nelle loro forme e segnature, ma conseguentemente anche nell’effetto che procurano al consumatore. Nel mezzo stanno le droghe tipiche del Centro, come l’antico alcol e la recente ecstasy, sostanze portatrici degli impulsi di entrambe le forze dell’ostacolo, sia luciferica che arimanica.
Le droghe luciferiche si propongono di riportare l’uomo a stati di coscienza precedenti, di appagare illusoriamente in lui la nostalgia verso i tempi in cui viveva in uno stato paradisiaco di contiguità con le gerarchie celesti, senza il dolore ma anche senza la conoscenza (lo stato antecedente al “peccato originale”). Ovviamente, per fare ciò, queste sostanze devono svegliare una coscienza per immagini (come quella che appunto aveva l’uomo in epoche passate), spegnendo al contempo la coscienza di veglia propria del momento evolutivo attuale. Tipico di queste sostanze è il risveglio di immagini astrali (“sogni”) più che di immagini eteriche (“allucinazioni”), caratteristica invece di alcune droghe arimaniche. Ciò accade perché le droghe luciferiche agiscono con più forza sul corpo astrale e sull’Io del consumatore, nel loro intento di rievocare, creare atmosfere, sensazioni, emozioni, colorando di sentimento ogni percezione. Tutte le piante da cui si estraggono hanno bisogno di luce e calore, per cui vivono in zone calde o caldo-umide, e addirittura alcune di esse, come la cannabis, più hanno luce e calore, più riescono a produrre una droga con alto tenore di principi attivi. Per avere ancora qualche qualità che caratterizzi questo genere di droghe, da mettere in polarità con quelle arimaniche, possiamo pensare a qualcosa che tende a effondersi nel cosmo, ai colori pastello, al gusto del dolce, al “sulfur”, alla dilatazione, al sangue, all’isteria, al “solve”, a tutto ciò che tende verso l’alto, all’atmosfera di sogno, allo spegnersi della volontà, al sonno.
Papavero da oppio in fiore
Al contrario, le piante che forniscono sostanze stupefacenti dall’effetto arimanico non amano la luce e tantomeno il calore: la coca cresce su altipiani a duemila metri di altezza, le altre sono funghi – dunque esseri del buio – oppure cactus che prediligono i climi freschi e che si difendono dal calore, senza aprirsi o concedersi a esso (come fa per esempio la cannabis che emette resina “donandola” al cosmo), piuttosto chiudendosi in se stessi e lasciando alle dure spine l’unica via di scambio con il calore esterno. La droga da cui si estrae il principio attivo è dura, fredda, non è un lattice o una resina come per l’oppio e la cannabis, ma una foglia come la coca, o un insieme di fibre che donano un principio attivo salino, cristallino. Accanto a questi caratteri possiamo pensare alla qualità dell’amaro, di un movimento che restringe (per esempio la vasocostrizione della cocaina e dell’ergotina), un movimento centripeto che mira al centro della Terra; possiamo pensare al “coagula”, al buio, al freddo, al nervo, al “sal”, alla sclerosi, alla nevrastenia, ai colori violenti, alla veglia.
Fungo Psylocibe Pelliculosa
Per quanto riguarda nello specifico gli allucinogeni arimanici, mentre le immagini che talvolta suscitano nel consumatore le droghe luciferiche sono visioni, sogni, illusioni sperimentate in uno stato più vicino al sonno che alla veglia (e sempre legate allo stato immaginativo di precedenti periodi evolutivi), quelle suscitate dalle droghe occidentali sono vere e proprie allucinazioni, perché aprono al consumatore l’accesso al mondo eterico che ancora non è dato all’uomo di esplorare, e sono sempre sperimentate in uno stato pericolosamente vigile di veglia. L’allucinogeno arimanico dona brutalmente al consumatore gli effetti di un’iniziazione mancata, gli dona precocemente accesso a un mondo che solo in un lontano futuro e in un successivo stato evolutivo sarà accessibile coscientemente all’essere umano (o nel post-mortem, ma in questo caso non coscientemente), a differenza delle droghe luciferiche, le quali invece mostrano al consumatore immagini di un mondo già vissuto in altre esistenze, più “rassicurante” in quanto ancora presente in qualche parte remota della coscienza. Del resto, per caratterizzare in due parole una qualunque azione arimanica potremmo semplicemente dire “il troppo presto”, e per quella luciferica “il troppo tardi”.
Da queste caratterizzazioni generali, possiamo evincere gli effetti delle droghe del Centro, le quali presentano, in tempi d’azione differenti, entrambi gli aspetti appena considerati.
Ora siamo pronti a partire per l’avvincente viaggio di scoperta delle sostanze stupefacenti, iniziando con il prossimo articolo dall’estremo Oriente con quella droga che esprime appieno l’entità luciferica, e che tanto è stata celebrata nell’arte e nella letteratura: l’oppio, con tutti i suoi micidiali derivati come morfina ed eroina.
In questo particolare del maestoso “Fregio di Beethoven” di Klimt, da me fotografato alla mostra tuttora in corso a Palazzo Braschi (che vi invito caldamente a visitare), sono rappresentate le “forze dell’ostacolo” nella figura del mostro-scimmione Tifeo (rappresentazione delle forze materialiste) circondato dalle Gorgoni e da altre figure che simboleggiano i vizi.
Tale raffigurazione occupa la parte centrale delle tre in cui è diviso l’affresco, concepito come il percorso evolutivo dell’essere umano per raggiungere la felicità, qui rappresentata dal congiungimento con la donna amata. Quello del percorso evolutivo costellato da difficili prove è un tema da sempre presente, in varie declinazioni, in tutte le forme d’arte, dalla letteratura al teatro, dalle arti figurative alla danza.
Chiaramente la parte più dura del cammino è proprio l’incontro con le “forze dell’ostacolo” che vanno sconfitte e superate… Ma chi sono queste entità presenti in ogni tempo, filosofia o religione? Sono “buone” o “cattive”? Se consideriamo “buono” tutto ciò che favorisce l’evoluzione interiore e “cattivo” ciò che la ostacola, a tutta prima potremmo collocarle nella schiera dei “cattivi”, come appunto le ha rappresentate Klimt. Tuttavia, a uno sguardo più ampio, è proprio l’incontro e il relativo superamento di tali ostacoli che permette all’uomo di acquisire determinati gradini evolutivi altrimenti impossibili da raggiungere. Dunque, se l’uomo le supera ed evolve, si rivelano a posteriori entità “buone”; se al contrario soccombe ad esse, regredendo nella sua evoluzione, hanno avuto il ruolo di “cattive”.
La realtà è che non sono né buone né cattive, esse semplicemente “esistono” e svolgono il loro lavoro di ostacolatrici, poi è l’uso che ne fa l’individuo a donare loro una dimensione morale. Siamo sempre noi la misura di ogni cosa. E dobbiamo sempre tenerlo presente, in particolare in momenti “ostacolatori” come quello che stiamo vivendo, quando ci viene voglia di inveire contro il mondo o, peggio, di piangerci addosso, ciechi alle possibilità evolutive che ci offre una situazione impegnativa come l’attuale.
In questo saggio ho cercato di ampliare i miei studi sulle sostanze stupefacenti da un punto di vista soprasensibile, secondo la visione della medicina antroposofica steineriana. Se infatti la scienza convenzionale si occupa solo di descrivere i meccanismi biochimici – tra l’altro spesso ancora ignoti – di cui si servono le droghe per agire sulla coscienza umana, ampliando lo sguardo verso lo spirituale possiamo essere in grado di comprendere le ragioni di tale azione, il motivo per cui una determinata pianta vuole agire in quel modo sulla psiche e quali forze spirituali vi sono dietro.
Tale studio, come sempre accade quando si indaga con il metodo della scienza dello spirito inaugurata da Rudolf Steiner, mi ha portato ben oltre la descrizione di ogni droga, abbracciando tutte le espressioni dell’umano, come arte, letteratura, religioni, storia, miti. Le sostanze stupefacenti hanno infatti accompagnato da sempre la nostra storia, agendo sia come forze evolutive che come ostacoli all’evoluzione, sia a livello individuale che a livello generale di un determinato popolo o civiltà. Ciò perché ognuna di esse è latrice di differenti forze spirituali, dal ritorno illusorio verso il paradiso terrestre promesso dall’oppio all’incarnazione materialistica del presente favorita da alcol e coca, fino all’esplorazione di future epoche evolutive aperta dagli allucinogeni.
Per comprendere tale visione è necessario sgombrare la mente da pregiudizi e moralismi, cercando di portarsi un po’ più in là della mera esistenza fisica per gettare uno sguardo al mondo soprasensibile come causa prima di ogni manifestazione terrestre.
Le sostanze stupefacenti hanno accompagnato la storia dell’umanità sia come elemento fondamentale che come ostacolo all’evoluzione. Allora in che modo bisogna considerarle da un punto di vista scientifico-spirituale, oltre ai noti meccanismi chimico-fisici? Qual è la loro azione soprasensibile sull’uomo? E quale il loro significato esoterico nella nostra storia evolutiva?
Il dottor Orlando Donfrancesco, farmacista a orientamento antroposofico, ci accompagnerà in un avvincente viaggio nel mondo delle droghe lungo lo spazio e il tempo, ricco di citazioni letterarie, storiche e artistiche: dall’Oriente della canapa all’Occidente della coca, dalle prime civiltà che tramite l’oppio ritornavano verso i mondi spirituali, all’incarnazione materialistica del presente favorita dall’alcol, arrivando a esplorare le epoche future aperte dagli allucinogeni.
Oppio, eroina, cannabis, ecstasy, alcol, coca, amfetamine, funghi, peyote, LSD: ognuna di queste entità è latrice di differenti influssi spirituali che saranno analizzati in maniera accessibile a tutti, in uno stile sempre brillante e coinvolgente, per aprirci a una nuova visione delle droghe.