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IL PRIMO ROMANZO

Non c’è niente da fare, il primo romanzo pubblicato ti ruba per sempre un pezzetto di cuore, come il primo amore. Ricordo ogni momento di quella “tortura meravigliosa” (come Henry Miller definiva la scrittura) che fu la prima stesura del mio “Il sole a occidente”, chiuso in quell’appartamentino sulle Fondamente Nove nell’estate di qualche anno fa: solo io, l’inchiostro, e Venezia (e tanto prosecco, ça va sans dire). La gestazione – fatta di amplessi, litigi e feroci riscritture – durò poi tre anni, e altrettanti ne richiese la pubblicazione, quel momento preciso in cui ti separi per sempre dalla tua creazione, quando la vedi stampata e conclusa tra gli scaffali di una libreria, e non ti appartiene più, e sei costretto a lasciarla andare sulle proprie gambe per il mondo.
Un mondo che adesso è ben peggiore di quello in cui viveva solo pochi anni fa Tancredi, il protagonista del romanzo. Non solo la Bellezza, l’Arte, la Poesia, il Piacere sono stati definitivamente annientati dalla pseudocultura di massa globalizzata e indifferenziata, ma l’essere umano è ormai incapace perfino di percepirli (con buona pace di Cocteau): non ne ha più i mezzi intellettivi e, soprattutto, spirituali. L’aveva ben compreso Tancredi, rinunciando a qualsiasi lotta contro quel volgare mostro che livella tutto e tutti verso il basso, e rifugiandosi nella sua torre d’avorio veneziana con pochissimi eletti, nell’estremo tentativo di fare della propria vita un’opera d’arte, al di là della morale, al di là del bene e del male.
Ho sofferto con lui, come si soffre per un amico che compie una scelta coraggiosa ma disperata, come ho sempre sofferto per i Des Esseintes, i Gray e gli Sperelli coi quali mi auguro che Tancredi stia ora bevendo un assenzio alla salute di quei pochi che si ostinano a combattere ancora, nonostante la certezza della sconfitta.

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