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I TEMPI MIGLIORI

Non c’è niente da fare. Ogni volta che inizio a riordinare le foto, ogni volta convinto di poter finalmente arrivare a un risultato concreto, mi areno puntuale sulle vecchie fotografie di famiglia e rimando i propositi a tempi migliori. Il problema è che ho l’impressione che i tempi migliori siano già passati da un pezzo: in questa foto la bisnonna Vittoria ai primi del ‘900 in Alessandria d’Egitto.

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KELLER E IL PITALE

Guido Keller von Kellerer.

Il 13 novembre del 1920, il tenente Guido Keller, asso della squadriglia volante di Francesco Baracca durante la Grande Guerra e segretario d’azione di Gabriele d’Annunzio, raggiunge Roma da Fiume a bordo del suo biplano, dirigendosi verso il Vaticano. Qui lascia cadere una rosa bianca accompagnata da un biglietto: “ALA, Azione nello Splendore. A Frate Francesco”. Poi si dirige sul Quirinale e lancia un mazzo di sette rose rosse: “ALA, Azione nello Splendore, alla Regina e al Popolo d’Italia”. Tuttavia il suo vero obiettivo è Montecitorio, dove sgancia sul tetto un vaso da notte contenente un mazzo di carote e uno di rape, col seguente biglietto:

“AL PARLAMENTO ITALIANO S.P.M. GUIDO KELLER, ALA, AZIONE NELLO SPLENDORE, DONA AL PARLAMENTO E AL GOVERNO CHE SI REGGONO DA TEMPO CON LA MENZOGNA E CON LA PAURA, LA TANGIBILITÀ ALLEGORICA DEL LORO VALORE”.

A distanza di cent’anni esatti dedichiamo con immutato ardore queste parole ai governanti attuali “che si reggono da tempo con la menzogna e con la paura”… Grazie ancora una volta, Guido Keller!

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LA CANZONE DEL PIAVE

Colonna dedicata al Piave, posta all’ingresso del Vittoriale degli Italiani.

Il Piave mormorava
Calmo e placido, al passaggio
Dei primi fanti, il ventiquattro maggio
L’esercito marciava
Per raggiunger la frontiera
Per far contro il nemico una barriera

Muti passaron quella notte i fanti
Tacere bisognava, e andare avanti

S’udiva intanto dalle amate sponde
Sommesso e lieve il tripudiar dell’onde
Era un presagio dolce e lusinghiero
Il Piave mormorò: “Non passa lo straniero”

Ma in una notte trista
Si parlò di un fosco evento
E il Piave udiva l’ira e lo sgomento
Ahi, quanta gente ha vista
Venir giù, lasciare il tetto
Poiché il nemico irruppe a Caporetto

Profughi ovunque, dai lontani monti
Venivan a gremir tutti i suoi ponti

S’udiva allor, dalle violate sponde
Sommesso e triste il mormorio de l’onde
Come un singhiozzo, in quell’autunno nero
Il Piave mormorò: “Ritorna lo straniero”

E ritornò il nemico
Per l’orgoglio, per la fame
Volea sfogare tutte le sue brame
Vedeva il piano aprico
Di lassù, voleva ancora
Sfamarsi e tripudiare come allora

“No” disse il Piave, “No” dissero i fanti
Mai più il nemico faccia un passo avanti

E si vide il Piave rigonfiar le sponde
E come i fanti combattevan le onde
Rosso del sangue del nemico altero
Il Piave comandò: “Indietro va’, straniero”

Indietreggiò il nemico
Fino a Trieste, fino a Trento
E la vittoria sciolse le ali al vento
Fu sacro il patto antico
Tra le schiere, furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro, Battisti

Infranse, alfin, l’italico valore
Le forche e l’armi dell’impiccatore

Sicure l’Alpi, libere le sponde
E tacque il Piave: “Si placaron le onde”
Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi
La Pace non trovò né oppressi, né stranieri!

(E. G. Gaeta, 1918)

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L’ARDITO

L’Ardito è molto più di un romanzo storico: è storia vivente. Definirlo romanzo può fuorviare, poiché sottintende un lavoro di fantasia dell’autore con licenza di modificare i fatti realmente accaduti. Non è questo il caso. Roberto Roseano riporta con precisione ammirevole – e ovviamente con i necessari aggiustamenti stilistici – il diario degli ultimi due anni di guerra del nonno Pietro (classe 1896, appena ventenne all’epoca), prima Fante e poi Ardito del XXII Reparto d’Assalto, sui fronti dell’Isonzo e del Piave.

In quei giorni drammatici, Pietro scrisse quotidianamente il suo diario “per non pensare” e “per non dimenticare”, in uno stile altamente evocativo. Grazie all’opera magistrale del nipote, possiamo oggi ricordarlo e vivere in primissima persona quei mesi terribili ed eroici. Non vengono raccontati solo assalti e conquiste (e ritirate, come la tragica Caporetto), ma rapporti umani tra commilitoni, speranze, disillusioni, i duri addestramenti per diventare Arditi, le licenze nelle città ostili ai soldati, la paura, l’orgoglio, l’amicizia, tutto descritto con realismo vivissimo, impregnato di modi di dire e dialetti stretti, in quella galassia di culture che era il Regio Esercito della Grande Guerra.

Il romanzo è corredato da numerose e notevoli note a piè pagina (nonché di foto in calce al libro) che non trascurano alcun personaggio, alcun luogo né fatti storici, riportati con accuratezza dall’autore, a testimonianza dell’enorme lavoro di studio compiuto con autentica passione. Chapeau.

Lettura suggerita a tutti (anche se può procedere con difficoltà per chi ha scarse conoscenze storiche), ma assolutamente consigliata per gli amanti del genere.

Per il suo valore storico, oltreché letterario, dovrebbe essere un testo obbligatorio per l’ultimo anno di liceo. Ma questa, purtroppo, è fantascienza.

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8 SETTEMBRE 1920

C’è un 8 settembre che andrebbe ricordato e uno che andrebbe dimenticato. E invece si fa l’inverso, si ricorda la resa incondizionata dell’8 settembre 1943 che lasciò inorriditi anche i nostri futuri alleati, mentre si dimentica l’8 settembre del 1920 – esattamente cento anni fa – quando Gabriele d’Annunzio promulgò la Carta del Carnaro a Fiume, una costituzione certamente utopica, ma avanzatissima e rivoluzionaria, dove si riconoscevano uguaglianze, diritti e libertà che dovettero attendere almeno un altro mezzo secolo per essere riconosciuti in Italia.

Per chi non l’avesse ancora fatto, ne consiglio la lettura integrale, per esempio a questo link:

http://www.dircost.unito.it/…/19200000_Carnaro…

Festeggiamo dunque il centenario brindando con Sangue Morlacco, ispirati dall’articolo XIV della Carta:
“La vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero dalla libertà.”

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STORIA D’ITALIA

Il libro che ho letto più volte nella mia vita non è un libro, ma tutti i volumi della “Storia d’Italia” di Indro Montanelli: li chiesi in regalo a quattordici anni e da quel momento tornai a leggerli più volte. Perché si leggono con la chiarezza di un articolo (di Montanelli, s’intende) e il coinvolgimento di un romanzo, perché narrano la storia del nostro Paese in maniera avvincente e precisa. La Storia d’Italia è anche la storia della civiltà europea, è la storia della nostra grandezza e della nostra bassezza, di tutto ciò che siamo ora. Tutti dovrebbero conoscerla per conoscersi, per capire, per evitare errori e facili slogan che hanno bisogno proprio dell’incompetenza storica per fare presa. Avere una coscienza e una conoscenza minima della propria storia non solo mette al riparo dalle manipolazioni, non solo impedisce di mandare al governo ignoranti incapaci, ma fornisce anche gli strumenti necessari per godere e comprendere appieno tutta la
Bellezza del nostro Paese nelle sue mille sfaccettature.

La “Storia d’Italia” di Montanelli (in alcuni volumi scritta a quattro mani con Roberto Gervaso o Mario Cervi) è un piccolo capolavoro ormai alla portata di tutti: su eBay o nelle librerie dell’usato si trovano edizioni complete per poche decine di euro che, posso assicurarvi, saranno uno dei migliori investimenti della vostra vita.

L’edizione in mio possesso è una Rizzoli del 1986 (prima edizione 1972) e consta di 17 volumi, ma se ne trovano svariate, anche aggiornate fino alla storia degli anni ‘50-‘70.

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LA CROCIATA DEGLI INNOCENTI – 21 FEBBRAIO 1920

“I bambini sfilavano via ordinati all’uscita del teatro, serrandosi al braccio delle madri, fiere di trattenere il pianto. La bora assassina di febbraio prendeva a rasoiate la faccia e congelava aliti e lacrime in un fine nevischio. Nonostante la divisa pesante, il maglione a collo alto della trincea e il mantello grigioblù rubato alla cavalleria francese, tremavo appoggiato a un angolo della piazzetta di Sant’Andrea, io che avevo resistito agli inenarrabili inverni del Carso. E quei bambini, invece, marciavano serissimi e compunti con le ginocchia scoperte, senza una sbavatura, che il maggiore sarebbe stato fiero di loro e avrebbe ficcato medaglie su tutti quei baveri consunti. Quegli stessi bambini che tutti i giorni improvvisavano qua e là comizi sulle scale di casa, chiamando all’adunata altri coetanei e spesso superando in maestria i discorsi che udivano dai grandi – esordendo con qualcosa come “Fanciulli di Fiume, bambini d’Italia, in questo giorno solenne…” e concludendo sempre con un argentino alalà – avevano appena ascoltato al teatro Fenice il discorso tenuto in loro onore dal Comandante in persona e dal nuovo capo di gabinetto Alceste De Ambris: il discorso per i primi duecentocinquanta bambini – che arriveranno fino a quattromila entro l’estate – costretti ad abbandonare Fiume per non morire di stenti degni di una rocca assediata dai Lanzichenecchi.”

Dal mio “Sulla cima del mondo – il romanzo dei ribelli di Fiume”, ed. Historica 2019.

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LE SPOGLIE DI RICCARDO GIGANTE

Oggi le spoglie di Riccardo Gigante, sindaco di Fiume nel periodo dannunziano (nonché, successivamente, podestà e senatore del Regno), saranno finalmente tumulate al Vittoriale, accanto a Gabriele d’Annunzio e ad altri legionari fiumani, nell’arca per lui predisposta dal Vate.

Si chiude così simbolicamente il cerchio di una storia iniziata 100 anni fa, una storia di stima e di amicizia che legò Gigante e d’Annunzio, una storia finita per Gigante in una foiba di Castua il 4 maggio del 1945.

Parlo di lui e della sua tragica fine nel mio “Sulla cima del mondo – il romanzo dei ribelli di Fiume”, tra gli eroi che fecero dell’Impresa di Fiume “la bella tra le belle”.

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A FIUME, CENT’ANNI FA

L’11 gennaio 1920 Alceste De Ambris, sindacalista rivoluzionario appena nominato capo del governo fiumano da Gabriele d’Annunzio, tiene al Teatro Fenice un discorso d’insediamento rivolto contro le potenze capitalistiche Inghilterra, Francia e Stati Uniti, contro l’egoismo dei popoli ricchi che avrebbe ceduto alla sollevazione dei popoli oppressi ora riuniti sotto il simbolo dell’Impresa fiumana, concludendo con il celebre: “Non è mai tardi per andar più oltre”.

E in effetti Fiume, da quel giorno, iniziò un cammino che la portò molto oltre l’iniziale intento di annessione all’Italia, diventando un laboratorio di sperimentazioni sociali e politiche avanzatissime che trovarono il loro coronamento nella Carta del Carnaro.

Nel mio romanzo “Sulla cima del mondo – il romanzo dei ribelli di Fiume” narro il momento in cui Mario Carli presenta il primo numero del suo giornale “La Testa di Ferro” dove è riportata in prima pagina la frase di De Ambris, con la riproduzione della testata originale gentilmente concessa dall’Archivio Museo Storico di Fiume a Roma.

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A NOVANT’ANNI DALLA MORTE DI GUIDO KELLER

“Sei morto presto, Guido Keller, dieci anni appena da quel momento, troppo presto per accorgerti che quel futuro non sarebbe mai esistito, che la Storia avrebbe tradito i tuoi sogni di mondi liberi, come te, nel cielo; sei morto presto, e la Storia beffarda ha tradito anche te, proprio te che volavi sulle terre irredente e duellavi coi cavalieri dell’aria, e vincevi, e gli avversari stessi ti scortavano fino al campo con gli onori degni di un generale romano; la cinica Storia ti ha fatto morire sulla volgare terra, sul legno di un platano solitario come il tuo cuore, che aspettava insieme al destino ineluttabile la tua automobile e ti ha rubato in un solo schianto vita, libertà, e follia.

Sei morto troppo presto, Guido Keller, e hai lasciato al mondo intatta la tua giovinezza ardita e pazza come un dono che nessuno ha saputo comprendere.”

Tratto dal mio romanzo “Sulla cima del mondo – il romanzo dei ribelli di Fiume”, ed. Historica 2019.