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THE DOORS OF PERCEPTION

“If the doors of perception were cleansed, everything would appear to man as it is, infinite”.

“Se le porte della percezione fossero sgombrate, ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è, infinita”.

(William Blake, “Il matrimonio del cielo e dell’inferno”)

Foto Jurek Kralkowski

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ELENA THAON DI REVEL

Cara Elena,
quando ci siamo incontrati in quel polveroso mercatino delle pulci eri sola, dimenticata in un angolo, ma fiera. Il tuo sguardo insolente mi ha catturato all’istante, ti ho preso in braccio e ti ho portato via da quel luogo non degno della tua bellezza, portandoti a vivere con me.

Poi ho letto la firma in basso sulla tela, Elena Thaon di Revel, e ho pensato subito al grande ammiraglio Paolo Camillo, il Duca del Mare che ci portò alla vittoria nella Grande Guerra, intimo amico del Vate, uno dei pochi senatori che si opposero al Trattato di Rapallo e all’attacco alla Fiume dannunziana. Destino.

Tuttavia il dipinto è datato 1932 e sei troppo giovane per l’ammiraglio… Sei forse Elena Castori, prima moglie di Ignazio Ottavio dei Conti Thaon di Revel e Sant’Andrea? Mi piace pensare che sia il tuo autoritratto, anche se non sono riuscito a trovare altre notizie su di te, né tue foto. Ma non importa. Ora sei qui, vestita di una nuova cornice e pronta a vivere un’altra vita.

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STORIA D’ITALIA

Il libro che ho letto più volte nella mia vita non è un libro, ma tutti i volumi della “Storia d’Italia” di Indro Montanelli: li chiesi in regalo a quattordici anni e da quel momento tornai a leggerli più volte. Perché si leggono con la chiarezza di un articolo (di Montanelli, s’intende) e il coinvolgimento di un romanzo, perché narrano la storia del nostro Paese in maniera avvincente e precisa. La Storia d’Italia è anche la storia della civiltà europea, è la storia della nostra grandezza e della nostra bassezza, di tutto ciò che siamo ora. Tutti dovrebbero conoscerla per conoscersi, per capire, per evitare errori e facili slogan che hanno bisogno proprio dell’incompetenza storica per fare presa. Avere una coscienza e una conoscenza minima della propria storia non solo mette al riparo dalle manipolazioni, non solo impedisce di mandare al governo ignoranti incapaci, ma fornisce anche gli strumenti necessari per godere e comprendere appieno tutta la
Bellezza del nostro Paese nelle sue mille sfaccettature.

La “Storia d’Italia” di Montanelli (in alcuni volumi scritta a quattro mani con Roberto Gervaso o Mario Cervi) è un piccolo capolavoro ormai alla portata di tutti: su eBay o nelle librerie dell’usato si trovano edizioni complete per poche decine di euro che, posso assicurarvi, saranno uno dei migliori investimenti della vostra vita.

L’edizione in mio possesso è una Rizzoli del 1986 (prima edizione 1972) e consta di 17 volumi, ma se ne trovano svariate, anche aggiornate fino alla storia degli anni ‘50-‘70.

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CASTEL DEL MONTE

Assoluto.
Così ti accoglie il Castel del Monte di Federico II, al termine di una lunga camminata per la pineta ipnotizzato dal frinire delle cicale esaltate dal sole a picco, assoluto anch’esso, senza una nuvola a sporcare l’azzurro del cielo. Pure questo, certamente, assoluto.
E poi c’è il colore della pietra di Trani sulle otto colonne ottagonali a reggere le otto pareti imponenti, otto come il numero del ritmo, della vita, orientato come la piramide di Cheope a custodire una potenza ancora da svelare.
Una meraviglia.
Assoluta.

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LORD BRUMMELL

Un magnifico Lord Brummell ritratto sui muri dell’ex mattatoio romano di Testaccio.

“Crudeltà, viltà, disordine, degrado, immoralità, spregevolezza, vergogna, tradimento: su quale superficie immortalare le ansietà di pensieri che si nutrono di ideali, alte speranze, nobiltà malinconiche, corali armonie, linfa di sguardi che sfiorano, accarezzano, anelano alla perfezione e i cui corpi, tesi a irreprensibile presentabilità, si preoccupano di uccidere sogni immondi per salvare la propria anima?”

(Ivano Comi, “George Bryan Brummell”, Editrice Stefanoni 2008)

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COCAINA

“Cocaina” fu il romanzo d’esordio nel 1921 della scintillante carriera di Pitigrilli e, insieme ai successivi quattro romanzi della “prima fase”, segnò per sempre la sua fama di scrittore immorale e peccaminoso, ancora più evidente in quell’Italia che si avviava verso il bigottismo del Ventennio che gli costò svariate censure (con l’ovvio effetto di generare, come di solito accade, una curiosità pruriginosa). Bisogna dire che i vertici del fascismo si adoperarono sempre per scagionarlo – nonostante Pitigrilli non volle mai iscriversi al partito – compreso il Duce, suo assiduo lettore. «Mi piacciono i vostri libri» disse infatti un giorno, «ma voi non siete uno scrittore italiano: voi siete uno scrittore francese che scrive in italiano».

In questo aveva fatto centro. Pitigrilli ebbe il merito (e la scaltrezza) di comprendere quanto la Parigi degli anni folli in Italia profumasse a prescindere di peccato e perversione, quest’ultima intesa non solo di costumi, ma anche di pensiero. Forte di un lungo soggiorno giornalistico a Parigi, Pitigrilli inaugura con “Cocaina” il suo stile fulminante, irriverente, sarcastico, un po’ piacione ma godibilissimo, fatto di anti-eroi disillusi che sguazzano a loro agio tra feste maledette e sordidi puttanai, sempre in compagnia di donne (“mammiferi di lusso” o “dolicocefale bionde”) sofisticate dai profumi di Coty, comunque corrotte, ciniche, spesso letali.

Come dimenticare la festa “nella villa della signora Kalantan Ter-Gregorianz, biancheggiante tra l’Étoile e la Porte Maillot, in quella zona mondana che costituisce il quartiere aristocratico della cocaina”? Il protagonista Tito Arnaudi (giornalista torinese trapiantato a Parigi, suo evidente alter-ego) si troverà in un turbine di balli in frac e champagne a tirare cocaina accanto a ricchi industriali che si iniettano morfina nelle cosce, mentre sfolgoranti farfalle brasiliane vengono liberate per vederle morire avvelenate dagli effluvi di etere che inebriano la sala dove ballerine depilate danzano nude fino al mattino. Qui Pitigrilli sembra quasi un epigono del Decadentismo, cui ha aggiunto velocità e ironia con aforismi e cinismi vari, senza mai trascurare le efficaci descrizioni di abiti e ambienti.
Insomma, c’è da divertirsi per gli appassionati del genere.

L’edizione in mio possesso (Bompiani, 1999) è arricchita da una prefazione di Umberto Eco che inquadra magistralmente meriti e limiti della narrativa di Pitigrilli.

Blog, Rassegna stampa

ARBITER

Dannunzianissimo articolo a me dedicato sulla rivista Arbiter di giugno 2020. Scatti dell’impareggiabile Jurek Kralkowski.

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RAZZISTI & RAZZIATORI

Cosa accomuna i razzisti e i razziatori di statue? La mancanza di cultura, che sempre e comunque genera mostri.
Tuttavia questi mentecatti non sono mai incriminabili quanto chi da decenni persegue coscientemente il disegno di schiacciare verso il basso il livello culturale medio, proprio al fine di ottenere questi (e altri) risultati: idioti razzisti da una parte, idioti iconoclasti dall’altra. Divide et impera. Tutti in un brodo indistinto di vuoti slogan in vuoti cervelli.

Mai come adesso è necessario continuare a leggere, a studiare e a pensare con la propria testa. Solo così non ci avranno mai, né gli uni né gli altri.

Dipinto di Joseph-Noël Sylvestre, Il Sacco di Roma del 410 d.C. (1890)

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TRATTATO DEL RIBELLE

Sì, lo so, tutti hanno letto il “Trattato del Ribelle” di Ernst Jünger. Molti l’hanno letto più di una volta, per altri addirittura – me, per esempio – è stato uno dei libri più importanti per la propria formazione.
Appunto con la convinzione di conoscerlo ormai a menadito, l’ho ripreso in mano un paio di mesi fa per trovare una frase adatta a un post che stavo buttando giù sulla libertà e la quarantena, ben sapendo che in queste 136 densissime pagine si trovano sempre le parole giuste. E niente, alla fine l’ho riletto tutto due volte, prendendo nuovi appunti e sottolineature (il testo è ormai illeggibile).

So bene che la caratteristica fondamentale di un’opera d’arte, di un “classico”, è quella di risultare sempre attuale, ma in questo preciso momento storico mi ha colpito diritto al cuore. Mi ha scosso, preso a schiaffi, caricato, ma nel contempo rasserenato. Inaspettatamente, devo ammetterlo.

Settant’anni fa Jünger aveva previsto con precisione visionaria l’evoluzione del mondo in cui ci troviamo adesso, dalla globalizzazione ai poteri sovranazionali, dalla dittatura sanitaria alla progressiva perdita di libertà dell’individuo con l’accondiscendenza dell’individuo stesso. Lungi da me fare una recensione completa di questo capolavoro – non ne avrei il tempo né la capacità – volevo solo focalizzare l’attenzione sulla bruciante attualità delle sue parole, che assumono una forza ancora maggiore se lette e meditate proprio in questo momento.

“È un fatto che i rapporti tra i progressi dell’automatismo e quelli della paura sono molto stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche, l’uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà così ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore”. Così, per fare un esempio.

“Il vero problema è piuttosto che una grande maggioranza NON vuole la libertà, anzi ne ha paura. Bisogna ESSERE liberi per volerlo diventare, poiché la libertà è esistenza – soprattutto è un accordo consapevole con l’esistenza, è la voglia – sentita come destino – di realizzarla”. E mi fermo qui.

Non importa quante volte l’abbiate letto, non importa se pensate di saperlo a memoria, ora, PROPRIO ORA, è il momento di rileggerlo.
Poi, se la sorte sarà con noi, ci incontreremo laggiù, nel bosco, e ne riparleremo lucidando le frecce dei nostri archi.