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SUI PARADISI ARTIFICIALI (7/7): GLI ALLUCINOGENI E IL MONDO FUTURO

H. Bosch, “Il giardino delle delizie”

Con gli allucinogeni arriviamo alla settima e ultima tappa del nostro viaggio di scoperta delle sostanze stupefacenti da un punto di vista scientifico-spirituale, iniziato con l’oriente luciferico dell’oppio e giunto nello scorso articolo all’occidente arimanico della cocaina, con tutte le sfumature delle droghe comprese tra queste polarità. Gli allucinogeni, pur rimanendo nell’ambito prettamente arimanico, rappresentano un unicum per effetti e meccanismo d’azione rispetto alle sostanze fin qui esaminate, ponendosi al di là di ogni classificazione. In effetti l’intento degli allucinogeni è proprio quello di portare l’essere umano al di là di ogni conoscenza relativa a questa incarnazione terrestre, aprendogli la percezione di mondi che solo in epoche future sarà in grado di percepire. Infatti nell’attuale stadio evolutivo l’uomo non può – e non dovrebbe – avere accesso ai mondi soprasensibili, a meno che non segua un lungo percorso preparatorio, così come ci ricorda Rudolf Steiner.

“Un uomo può conoscere dei segreti dell’esistenza solo quel tanto che corrisponde al suo grado di maturità. Soltanto per questo vi sono ostacoli verso i gradini superiori del sapere e dell’essere capace. Nessuno deve usare un fucile, se prima non ha acquistato esperienza sufficiente per servirsene senza recar danno. Se oggi qualcuno venisse iniziato senza preparazione, gli mancherebbe l’esperienza che acquisterà nell’avvenire attraverso le sue future incarnazioni, fino a quando gli verranno svelati i segreti corrispondenti al corso regolare della sua evoluzione (O.O.10, L’iniziazione)”.

In estrema sintesi, gli allucinogeni “scaraventano” il consumatore nei mondi soprasensibili senza la dovuta preparazione, facendolo accedere a un mondo che gli verrebbe svelato solo dopo molte incarnazioni di un regolare percorso evolutivo. Ciò era già ben noto – sebbene in maniera del tutto istintuale e non cosciente come in Steiner – agli sciamani che per millenni hanno utilizzato le piante allucinogene senza mai assumerle o somministrarle prima di aver compiuto un opportuno percorso di preparazione spirituale e fisica. Tuttavia queste pratiche si riferiscono a uomini di precedenti stati evolutivi, dotati di differenti configurazioni dei corpi costitutivi, e non si adattano più all’uomo dell’epoca dell’anima cosciente. Per assurdo, l’unica preparazione possibile per l’uomo attuale sarebbe quella indicata da Steiner ne “L’iniziazione”, ma a quel punto non si avrebbe più bisogno di assumere gli allucinogeni per accedere ai mondi soprasensibili.

Dunque gli allucinogeni ci portano incontro qualcosa troppo presto, prima di essere evolutivamente pronti ad affrontarla, e proprio in questo consiste il loro carattere arimanico. Le allucinazioni vengono sperimentate in uno stato di veglia cosciente (altra caratteristica arimanica), differenziandosi polarmente da quelle provocate dall’oppio – che sarebbe più corretto chiamare “visioni” o “illusioni”, molto più tenui e sognanti – sperimentate invece in uno stato simile al sonno, caratteristica in questo caso luciferica. Inoltre tali visioni, come si ricorderà, si riferiscono a epoche precedenti di evoluzione, dunque il consumatore in un certo senso le ha già sperimentate in precedenti incarnazioni e le vive come una sorta di “ritorno” nelle braccia delle divinità (portare incontro qualcosa troppo tardi è infatti un tratto distintivo luciferico). Gli allucinogeni invece mostrano brutalmente qualcosa di ignoto e in ciò risiede la loro estrema pericolosità anche per una singola assunzione, con effetti drastici e imprevedibili che variano da individuo a individuo e, anche nello stesso individuo, variano a seconda delle circostanze di assunzione pur col medesimo dosaggio.

I. Abrams, “A psychedelic observation” (2005)

Effetti così singolari derivano da un meccanismo d’azione altrettanto singolare, comune a tutte le droghe psichedeliche e differente dalle altre sostanze stupefacenti. Siano queste ultime oppio, cannabis, ecstasy, alcol o cocaina, abbiamo visto che la loro azione si esplica prevalentemente sulle connessioni tra i corpi costitutivi superiori (corpo astrale e Io) e quelli inferiori (corpo fisico e corpo eterico): le droghe luciferiche allentano tali connessioni permettendo ai corpi superiori di effondersi nei mondi spirituali, similmente a quanto avviene nel sonno notturno, mentre le droghe arimaniche le rinforzano “risucchiando” i corpi superiori verso gli inferiori, come accade per esempio nella veglia indotta dalla cocaina. L’azione principale degli allucinogeni è invece diretta sui corpi inferiori col danneggiamento delle connessioni tra corpo fisico e corpo eterico, consentendo a quest’ultimo di scollegarsi parzialmente dal corpo fisico (un distacco totale provocherebbe la morte) e permettere così al consumatore l’accesso cosciente al mondo eterico. Questo movimento di distacco dell’eterico dal fisico sta già avvenendo naturalmente nell’uomo a partire dal 1899 – anno indicato da Steiner come “l’attraversamento della soglia” – e il suo progredire permetterà all’umanità di percepire sempre di più il mondo eterico nel corso dei prossimi millenni. Non solo gli allucinogeni anticipano arimanicamente tale processo, ma anche ciò che avverrà sul piano individuale nel momento della morte, quando il distacco del corpo eterico dal fisico permetterà il dispiegarsi del grande quadro mnemonico della propria incarnazione appena conclusa (il corpo eterico è infatti il depositario dei ricordi di tutta la vita). A causa dell’impreparazione del consumatore, tale confusione di immagini, ricordi, proiezioni, entità soprasensibili il cui contatto è impedito nella normale vita di veglia, illusioni, informazioni distorte e incomprensibili, unita alla lunga durata d’azione della sostanza (con l’acido lisergico si può arrivare anche a dodici ore) possono rendere la sensazione di perdita dei propri confini e di dissolvimento nell’etere universale un’esperienza terrificante dalla quale è difficile ritornare, traducendosi spesso in una psicosi permanente, peraltro impossibile da prevedere prima dell’assunzione. Inoltre tali esperienze, come avviene per tutte le sostanze stupefacenti, non possono mai tradursi direttamente in avanzamenti evolutivi perché sono generate dalla sostanza e non dall’operare attivo e cosciente dell’Io che, ancora una volta, è messo da parte. Occorre tuttavia evidenziare che l’incontro con un allucinogeno può rappresentare, per alcune individualità e in precisi momenti evolutivi, un evento karmico capace di suscitare l’avvio di enormi cambiamenti nella vita successiva. In altre parole, anche una singola esperienza psichedelica può fungere da scintilla per intraprendere un susseguente cammino evolutivo in senso spirituale, ma in questo caso operato coscientemente dall’Io.

D’altronde anche il rapporto di queste sostanze con l’evoluzione dell’uomo evidenzia tali peculiarità: se si tralascia il loro millenario uso rituale e sciamanico in ben delimitate aree geografiche, il loro ingresso nel percorso evolutivo di tutta l’umanità è il più recente ma anche il più intenso e dirompente, tanto da aver dato nome e connotati a un intero decennio: “l’epoca psichedelica” degli anni ’60 e ’70, capace di sgretolare le convinzioni materialiste e positiviste del mondo borghese e dare il via a una diffusa ricerca di spiritualità tuttora in evoluzione. Come sottolineato più volte, ogni sostanza ha il suo momento di elezione per entrare nel percorso evolutivo dell’umanità (ciò non significa che debba agire necessariamente come forza favorente l’evoluzione, anzi, come spesso accade, rappresenta una forza ostacolatrice) che per gli allucinogeni è proprio la seconda metà del XX secolo.

Psylocibe Pelliculosa

Tuttavia, prima di tracciare una storia delle droghe psichedeliche, occorre dare uno sguardo alle principali entità vegetali da cui derivano (come si immaginerà, quello degli allucinogeni è un argomento vastissimo che in questa sede non si può trattare se non per sommi capi). La stragrande maggioranza è fornita dai funghi, entità a metà strada tra il vegetale e l’animale, per questo classificate dalla botanica in un regno a parte. Già a un primo sguardo si notano grandi differenze rispetto ai vegetali esaminati finora: si ha la netta impressione di esseri assolutamente non aperti alla luce e al calore circostanti, chiusi nel loro mondo di ombra e freddo (tutte segnature arimaniche), entità nelle quali l’espressione archetipica del vegetale non riesce ad arrivare al suo compimento. Da un punto di vista scientifico-spirituale sono riconducibili alle forme vegetali-animali presenti sull’Antica Luna, le quali, quando non correttamente evolute, si ripropongono nell’attuale fase evolutiva terrestre proprio in queste forme. Svariate specie di funghi allucinogeni sono note fin dall’antichità in tutto il mondo (per esempio si ritiene che l’Amanita Muscaria, un fungo inebriante e non propriamente allucinogeno, entrasse a far parte della bevanda dell’oblio presso i centri iniziatici dell’antica Grecia), ma le specie più attive, del genere Psilocybe e fornitrici di psilocibina, erano diffuse principalmente in America centrale e meridionale, dove sono entrate a far parte dei riti religiosi e sciamanici delle popolazioni precolombiane. Accanto ai funghi, in Centramerica venivano utilizzati a scopo rituale anche i cactus (entità vegetali di stampo lunare) del genere Peyote, fornitori di mescalina, mentre in Sudamerica un miscuglio di piante psicoattive chiamato ayahuasca, il cui principio attivo è la dimetiltriptamina, molto simile alla psilocibina.

M. Grünewald, “Le tentazioni di Sant’Antonio”

Nonostante tali droghe fossero descritte in Europa fin dalla scoperta dell’America, rimasero sconosciute fino ai primi del Novecento, quando iniziarono a essere utilizzate da qualche intellettuale come Antonin Artaud e Walter Benjamin. L’evento che le fece entrare prepotentemente nella storia dell’umanità ha però una data e una collocazione precise: laboratori Sandoz di Basilea, 19 aprile 1943, quando il chimico Albert Hofmann sperimentò il primo viaggio da LSD, un composto semisintetico da lui creato nel corso di studi sugli alcaloidi della segale cornuta. Quest’ultimo è un fungo tossico, parassita della segale, che causò nel medioevo numerose epidemie di ergotismo (chiamato anche “fuoco di Sant’Antonio”), soprattutto nel Nord Europa, dove si panificava appunto con la segale. L’avvelenamento da ergot, potente vasocostrittore, si manifestava con intenso prurito e bruciore sugli arti fino alla gangrena, contrazioni muscolari simili all’epilessia, stati deliranti e allucinatori. Dall’acido lisergico contenuto in questo fungo Hofmann ne ottenne la dietilamide, inaugurando inconsapevolmente l’era psichedelica: il composto brevettato e commercializzato dalla Sandoz entrò ben presto nella pratica psichiatrica ma pure nell’uso voluttuario, portando alla ribalta anche gli altri allucinogeni come i funghi o il peyote. Dai pionieri della beat generation degli anni ’50 dilagò nella cultura hippie degli anni ’60, segnando un’epoca nella musica, le arti visive, la scrittura, il cinema e un nuovo modo di intendere la libertà e la socialità, nonché il rapporto tra gli uomini e il pianeta, dando il via alla New Age.

Il prezzo da pagare fu però alto, tanto più che gli psichedelici divennero una droga di massa assunta da individui assolutamente non preparati a questo tipo di esperienza: se la scienza materialistica ufficiale li considerava sicuri perché non erano rilevabili danni acuti al corpo fisico, fu la psichiatria a constatare il vertiginoso aumento di psicosi, spesso irreversibili, associate al loro consumo. Elevando lo sguardo in senso scientifico-spirituale possiamo comprendere che per generare tali condizioni psicotiche non c’è bisogno di un danno fisico, ma è sufficiente lo schiudersi brutale del mondo soprasensibile alla coscienza umana, un’esperienza ingovernabile che in molti non sono in grado di sopportare. Possiamo paragonare l’assunzione di allucinogeni (in particolare di LSD, il più potente) a una roulette russa che può mettere in gioco tutta la futura esistenza, non solo del consumatore ma anche del mondo circostante, dal momento che sotto l’effetto di queste sostanze ci si trasforma anche in “medium” in grado di creare un ponte tra mondo spirituale e mondo terrestre, con conseguenze imprevedibili. Pertanto l’individuo che decide in libertà di assumere queste sostanze (ma il discorso si può estendere anche a tutte le altre droghe) deve essere ben cosciente degli effetti spirituali, prima ancora di quelli fisici, che hanno sull’essere umano e sul mondo sensibile e soprasensibile che lo circonda.

In quest’ottica ho concepito lo studio sulle sostanze stupefacenti da un punto di vista scientifico-spirituale (“Paradisi artificiali” edito da Novalis) cui ho sempre rimandato in questa serie di articoli per affrontare l’argomento in maniera esaustiva e approfondita, ma soprattutto con la speranza che una vera conoscenza degli effetti di queste sostanze possa aiutare l’individuo a orientarsi autonomamente nelle proprie scelte (per “vera conoscenza” intendo appunto quella ampliata al mondo soprasensibile).

Non posso che concludere questo ciclo di articoli con le straordinarie parole di Rudolf Steiner nella conferenza sull’alcool tenuta agli operai nel 1923 (O.O. 348 “Alcool e nicotina”).

“Penso che le informazioni sugli effetti dell’alcol, come quelle che abbiamo visto oggi, possano in realtà agire in modo più efficace, conducendo gradualmente le persone ad abbandonare l’alcol con decisione autonoma. […] Verità autentiche, conoscenze vere agiscono fin nel sentimento. La mia convinzione è quindi che si possa arrivare a un’efficace riforma sociale solo facendo in modo che una reale informazione giunga a cerchie sempre più vaste, e ciò vale anche per altri campi analoghi a questo. […] Questo è ciò che si deve avere prima di tutto nella scienza: il rispetto per la libertà umana, così che non si abbia mai l’impressione che si voglia imporre o proibire qualcosa, ma si parli di fatti. Quando una persona sa come l’alcol agisce, arriverà da sola a ciò che è giusto. Procederemo così sempre di più verso l’obiettivo che uomini liberi si diano da sé la loro direzione.”

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PALAZZO FORTUNY

Palazzo Fortuny, Venezia.

Da sempre il mio palazzo preferito, fonte inesauribile di seduzione e ispirazione. Solo il Vittoriale riesce a insidiarne il primato, ma del resto sono parenti stretti.

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SUI PARADISI ARTIFICIALI (6/7): LA COCA E LE AMFETAMINE

Per comprendere appieno l’azione della cocaina sull’individualità umana è opportuno tornare con la mente all’oppio, prima droga affrontata in questa serie di articoli. Se l’oppio rappresenta la sostanza stupefacente luciferica per eccellenza, alla polarità opposta troviamo la cocaina che invece è portatrice delle caratteristiche arimaniche nella loro interezza. Tra le due abbiamo esaminato la grande varietà di sostanze nelle quali tali influssi sono miscelati in proporzioni diverse, ma proprio nella cocaina troveremo l’influsso arimanico espresso alla sua massima potenza.

La polarità tra oppio e cocaina è riscontrabile in ogni caratteristica, non solo di effetto sui corpi costitutivi, ma anche di morfologia e habitat della pianta, di utilizzi tradizionali e perfino di ingresso nell’evoluzione dell’uomo. La polarità che tuttavia appare subito evidente è il luogo di origine e di diffusione della pianta stessa: mentre il papavero da oppio è originario dell’estremo oriente e di esso subisce gli influssi luciferici, “incontrando” così le caratteristiche dei popoli che vi abitano e che risentono dei medesimi influssi, la pianta della coca è originaria dell’estremo occidente, in particolare le catene montuose delle Ande del continente americano e non può crescere altrove, sebbene ne sia stata tentata senza successo la coltivazione in altri luoghi.

Montezuma

Come sottolineato da Rudolf Steiner in numerose conferenze, “la nostra Terra è differenziata: non è un essere che irraggi in modo pressoché uguale ogni suo abitante, ma nelle varie regioni irradia qualcosa di completamente diverso” (da O.O.178, “Il mistero del doppio”, straordinario ciclo di conferenze cui rimando per approfondire e comprendere in pieno l’azione della cocaina e delle sostanze stupefacenti arimaniche in genere). In particolare, le regioni della Terra che mostrano una preponderanza di catene montuose disposte da nord a sud, come appunto il continente americano, permettono alle forze arimaniche del subterrestre di emergere in pienezza e di influire al massimo grado sugli organismi viventi presenti in superficie, cosa che non può accadere nel continente asiatico, dove le catene montuose sono disposte prevalentemente in direttrice est-ovest e si assiste a un prevalere degli influssi luciferici. Ciò era ben conosciuto dagli antichi iniziati che si preoccuparono di non far entrare in contatto l’Europa con tali forze arimaniche prima che gli uomini non avessero iniziato il nuovo percorso di evoluzione verso l’anima cosciente. Dunque, malgrado l’America sia stata “scoperta” dagli europei parecchi secoli prima di Cristoforo Colombo (ed è curioso notare come Steiner affermi ciò nel 1917, quindi prima dei ritrovamenti delle imbarcazioni vichinghe nel Nordamerica), i contatti tra i due continenti dovevano essere impediti fino all’inizio dell’epoca dell’anima cosciente, a metà secolo XV. Da quel momento in poi l’America è entrata a pieno titolo nella storia evolutiva dell’umanità, recando quegli influssi arimanici che il resto del mondo sarebbe stato ormai in grado di affrontare. Così, insieme ai pomodori, al mais e alle patate, insieme alle forze del materialismo e della subnatura, arrivò anche la cocaina (e gran parte degli allucinogeni, come vedremo nell’articolo sul prossimo numero).

Utilizzata da millenni dalle popolazioni precolombiane ad uso prevalentemente rituale e religioso, ma anche “utilitaristico” (caratteristica peculiare della coca) per affrontare lunghi viaggi o periodi senza cibo, la coca conquistò presto i dominatori spagnoli, ma per entrare nella nostra evoluzione dovette attendere il momento adatto, la metà dell’800, quando la concezione materialistico-positivista del mondo e dell’uomo raggiunse il suo culmine. Come abbiamo visto per ogni sostanza, non esiste solo un luogo e una popolazione d’elezione, ma anche un momento ben preciso per entrare nella storia evolutiva dell’umanità.

Non è questa la sede per tracciare l’interessantissima storia della cocaina (per la quale rimando, insieme a tutti gli approfondimenti, al mio saggio “Paradisi Artificiali – le droghe e l’Uomo da un punto di vista scientifico spirituale” edito da Novalis), basti tuttavia tenere presente che la cocaina è emersa con più forza in tutti quei momenti in cui per l’uomo sono state preponderanti le forze di materialismo, efficientismo ed edonismo sfrenato: dai “ruggenti” anni ’20 agli altrettanto ruggenti anni ’80, che hanno inaugurato una stagione di immensa fortuna per la cocaina, ancora lungi dal terminare.

Ma quali sono gli effetti spirituali della cocaina nell’essere umano? Per farsene un’idea è sufficiente leggere le parole di Steiner su Arimane, chiamato appunto il “principe di questo mondo”:

“Se guardiamo alla manifestazione spirituale che può trarre origine da parte del principe di questo mondo, dobbiamo appunto indicare la conoscenza intellettualistica umana. […] Oggi si devono guardare queste cose in una prospettiva animico-spirituale. Si deve sentire la forza arimanica, la signoria del principe di questo mondo, nel bluastro, nell’impallidire (che è un effetto della contrazione del corpo astrale all’interno del corpo fisico, proprio ciò che avviene grazie alla cocaina, N.d.R.), nello struggimento interiore, nel sentirsi freddi, nell’essere compenetrati di smorti pensieri astratti.” (O.O.210 “Antichi e moderni metodi d’iniziazione”).

Quanto sono diversi questi effetti dalla dolcezza e dall’illusorio calore che recano le sostanze luciferiche! Esse infatti agiscono con preponderanza nella sfera del “sentire”, mentre la cocaina, all’estremo opposto, non ha alcun “aggancio” con tale sfera, andando ad agire con forza solo sulle sfere del “pensare” e del “volere”. Ne consegue un’intensificazione del freddo pensiero meccanico cerebrale, nonché dell’agire materialmente nel mondo terrestre, senza avvertire alcun impulso morale o di sentimento. In effetti i pensieri o le azioni non permeati dal sentire umano potrebbero essere compiuti anche da una “macchina pensante” ed è proprio lo stato in cui la cocaina riduce l’essere umano, incatenandolo al mondo materiale terrestre e così permettendo, inoltre, l’emergere del “doppio” arimanico.

Se per l’oppio e le altre sostanze luciferiche si assiste a un’espulsione del corpo astrale (seguito dall’Io) che va a effondersi nei mondi spirituali, per la cocaina avviene l’esatto opposto: il corpo astrale e l’Io vengono “risucchiati” all’interno del corpo fisico, tenacemente connessi alle forze della natura e della subnatura e totalmente esclusi da qualunque forza spirituale o di sentire. Ciò si traduce in una serie di effetti, sia fisici che psichici, diametralmente opposti a quelli prodotti dalle sostanze luciferiche: aumento del battito cardiaco, del ritmo della respirazione, della pressione arteriosa, della temperatura corporea, della peristalsi intestinale; grazie alla discesa delle forze astrali spariscono sonno e stanchezza e il consumatore si trova in uno stato di allerta e stimolazione costanti, come ben riportato da Sigmund Freud nel suo saggio “Sulla coca” del 1884:

“Durante questo stadio dell’azione cocainica appaiono quei sintomi che sono stati descritti come il meraviglioso effetto stimolante della coca. Un protratto e intenso lavoro, mentale o fisico che sia, può essere compiuto senza alcuna fatica, come se il bisogno di cibo e di sonno, che altrimenti si imporrebbe perentoriamente in certi momenti della giornata, fosse completamente eliminato. […] Io ho provato almeno una dozzina di volte questi effetti della coca, quali scomparsa della fame, del sonno e della fatica (mentale) e la maggiore efficienza nel lavoro intellettuale.”

Va da sé che queste caratteristiche sono esattamente quelle che il mondo attuale richiede all’essere umano, un mondo dove si è costantemente interconnessi da impulsi elettrici, dove è richiesta efficienza, brillantezza e resistenza nel campo del lavoro, così come in quello del divertimento, un mondo dove gli influssi arimanici agiscono in massimo grado come mai nella storia umana, permettendo l’affermarsi di quelle che possono venir definite le “eccellenze arimaniche” del nostro tempo: informatica, economia globalizzata, robotica, ingegneria genetica, per citarne alcune. In questi campi non solo non è richiesto l’intervento della sfera umana del sentire, ma è addirittura preferibile che non sia presente nemmeno in minimo grado, e a ciò la cocaina serve in maniera eccellente. Grazie a essa il consumatore inizia a escludere la sua parte spirituale dalla propria esistenza e si riduce a una “macchina pensante”, un essere sempre più duro, cinico e meccanicistico, nel quale non trova spazio alcun autentico sentimento di empatia né verso se stesso né verso gli altri. Ciò accade perché il sistema ritmico – fondamento fisico delle emozioni e dei sentimenti umani – viene sovraccaricato dalla cocaina (il già visto aumento dei battiti e del respiro, per esempio) con il suo conseguente esaurimento. Infatti sono proprio i polmoni e il cuore gli organi fisici direttamente danneggiati dalla cocaina e ciò porta il consumatore a sperimentare bui sentimenti di svuotamento e sfinimento che si configurano in quelle che la medicina antroposofica definisce “depressione di cuore” e “sindrome ossessivo-compulsiva polmonare”, entrambe patologie arimaniche per eccellenza.

Tutti gli effetti fin qui visti sono comuni a cocaina e amfetamine, ma con queste ultime si assiste addirittura a una loro estremizzazione in senso arimanico. Innanzitutto, per la prima volta in questa trattazione, siamo di fronte a composti di natura completamente sintetica di esclusiva origine inorganica (si ricorderà che anche la molecola base dell’ecstasy, il safrolo, è di derivazione vegetale). Benché le azioni sui corpi costitutivi siano le medesime, in particolare il risucchio del corpo astrale nel fisico, il meccanismo d’azione per giungervi è molto diverso, anche sul piano concettuale: se la cocaina attiva il sistema nervoso simpatico inibendo la degradazione dei nostri neurotrasmettitori adrenergici (dopamina, adrenalina e noradrenalina) e facendo così agire sostanze di nostra produzione che abbiamo già all’interno del corpo, le amfetamine invece mimano la struttura molecolare di tali neurotrasmettitori e si sostituiscono integralmente a essi nei recettori neuronali. È facile comprendere quanto gli effetti siano più intensi e duraturi e soprattutto quanto abbiano un’espressione ancora più fredda, artificiale, distaccata (in una parola “arimanica”), come riferisce la maggioranza dei consumatori di entrambe le sostanze.

Anche la storia delle amfetamine mette in evidenza il loro utilizzo come rimedi in campi meramente fisici e utilitaristici dell’esistenza umana: dalle pillole per il dimagrimento a quelle per svolgere sforzi fisici prolungati anche per giorni interi, dall’aumento delle prestazioni degli atleti e dei cavalli da corsa a rimedio per trascorrere notti intere sui libri in preparazione degli esami. Il campo dove hanno espresso in maniera più brillante la loro natura arimanica è stato ovviamente quello militare, essendo state impiegate massicciamente nel primo e soprattutto nel secondo conflitto mondiale (lo stesso Hitler ne era dipendente) e ciò ci autorizza a ritenerle corresponsabili di molte delle atrocità commesse durante le guerre (compresa quella del Vietnam), atrocità che potevano essere compiute solo da esseri umani la cui parte del sentire fosse stata completamente soppressa, come avviene proprio con l’utilizzo delle amfetamine.

Dal momento che nelle amfetamine tutti gli effetti della cocaina sono prodotti in maniera più aggressiva, esasperata, violenta e duratura (in media dodici ore rispetto alle due della cocaina) il prolungato incatenamento del corpo astrale al corpo fisico induce il consumatore, anche non cronico, a non riuscire ad addormentarsi per svariati giorni. Poiché il corpo astrale, seguito dall’Io, durante la notte fa ritorno ai mondi spirituali per rifornire l’individualità umana al risveglio di rinnovate energie spirituali, possiamo facilmente prevedere quanto il consumo di queste sostanze allontani il consumatore dai mondi soprasensibili, facendogli mancare sempre di più le necessarie energie spirituali e riducendolo a un semplice pezzo di materia. Una materia che, tra l’altro, accelera nella sua degenerazione fisica, portata da un lato dal mancato ristoro col riposo notturno e dall’altro dalla presenza incessante e oppressiva delle attività del sistema neurosensoriale che, per loro natura, generano processi catabolici di “morte” e di consunzione del corpo fisico. Sembra quasi che con le amfetamine si voglia rendere permanente nell’uomo quella condizione di “macchina pensante” già vista per la cocaina.

Infatti, se Steiner afferma che “la cosa più elevata, più bella, è che grazie alla forza del corpo umano l’elemento fisico può essere trasformato in elemento spirituale-animico” (O.O.128, “Una fisiologia occulta”), osserviamo che queste sostanze tentano di fare proprio l’opposto, ovvero trasformare l’elemento spirituale-animico umano in elemento fisico, cristallizzandolo nel mondo terrestre e subterrestre tramite l’assoluto predominio dell’apparato neurosensoriale. Che poi altro non è se non l’effetto della deriva materialista e meccanicista del mondo attuale, sempre più dominato dal “principe di questo mondo”.

Nel prossimo articolo andremo “oltre” questo mondo e oltre tutto l’universo fisico, gettando perfino uno sguardo sui mondi futuri con la trattazione delle sostanze allucinogene.

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L’ANALOGICO

Vent’anni fa si scattavano ancora foto analogiche, come questi provini del 2002 di Virginio Favale. All’epoca mixavo con i vinili, guardando con sufficienza chi iniziava a convertirsi al digitale utilizzando gli orridi CD. Scrivevo i miei racconti con carta e penna, e quando dopo decine di cancellature e riscritture mi sembravano perfetti, li trasferivo di malavoglia sul pc per inviarli con la mail. Per non parlare delle lettere ad amici e amanti.

La cosiddetta Rivoluzione Digitale era in pieno corso, nessuno ormai dubitava più della sua prossima schiacciante vittoria, tuttavia molti di noi opponevano una disperata resistenza ad adeguarsi, aggrappandosi agli ultimi residui analogici. Percepivamo che il digitale avrebbe certamente reso tutto più semplice ma più finto, più veloce ma più superficiale, con milioni di dati facili da immagazzinare ma anche facili da dimenticare. Percepivamo che l’anima – di una foto, di una musica o di una lettera scritta con l’inchiostro – si sarebbe persa per sempre in miliardi di miliardi di asettici bit.

E adesso che ormai il digitale ha convertito alla sua sterilità ogni campo dell’umano, l’unica cosa che ci resta è cercare di riprovare ogni tanto quel tipo di emozioni, con il tempo e l’attenzione che richiedono, per ricordarci della vera natura di ciò che resta e di ciò che invece passa e vola via.

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TOSSICI

Una straordinaria rilettura della Seconda Guerra Mondiale sulla base di documenti inediti che mostrano l’utilizzo diffuso di stupefacenti nella Germania nazista (e non solo), dalla popolazione ai soldati fino ai gerarchi e allo stesso Führer, in un regime che a parole si dichiarava contro ogni droga.

Grazie alla somministrazione generalizzata della metamfetamina Pervitin alle truppe, per esempio, la Germania inventò la guerra-lampo che le permise di conquistare la Francia in pochi giorni (inquietanti le testimonianze, con foto, dei soldati che non dormivano da due settimane), ma che nello stesso tempo portò a quel senso di onnipotenza delirante che la trascinò alla rovina.

Per la prima volta l’autore decifra con accuratezza i diari di Theo Morell, medico personale di Hitler, ponendoli in parallelo con l’avanzare del conflitto e dello stato psicotico del Führer stesso: da astemio e contrario a ogni droga (tanto da perseguitare i tossicodipendenti), in pochi mesi Hitler divenne consumatore di amfetamine, cocaina, derivati della morfina e altre combinazioni di stupefacenti che inventava il medico stesso e che doveva somministrare in dosi sempre maggiori, in un circolo vizioso che si avvitava di pari passo col procedere della disfatta.

Norman Ohler ci guida nelle parti più oscure della guerra con uno stile avvincente che fa assomigliare il libro più a un romanzo che a un saggio, ponendo l’attenzione su un aspetto del quale si deve tenere conto per comprendere a fondo tutti gli eventi e le atrocità di un periodo storico ancora pieno di interrogativi. Consigliato a chi ha già una buona conoscenza delle vicende e dei protagonisti della Seconda Guerra Mondiale.

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SUI PARADISI ARTIFICIALI (5/7): L’ALCOL E IL CREPUSCOLO DEGLI DEI

Igor Mitoraj alla Valle dei Templi

Nel nostro viaggio di scoperta delle sostanze stupefacenti verso occidente, ora incontriamo l’alcol – droga del “Centro” per eccellenza – che appare nella storia dell’umanità all’apparire di Noè, capostipite dell’umanità post-atlantica.

Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all’interno della sua tenda.” (Genesi 9:20, 21)

In queste semplici parole della Bibbia troviamo la caratteristica fondamentale dell’azione dell’alcol sull’uomo: l’allontanamento dell’Io e la sua “riduzione” alle attività più basse e terrestri del corpo fisico che l’essere umano condivide con gli animali, qui rappresentate da Noè che dorme per terra spogliato dell’Io. Come capostipite della nuova umanità, Noè ne rappresenta anche i difetti: non appena riceve questo dono dagli dei, subito ne abusa, regredendo a una condizione animalesca. Ma perché gli dei avrebbero donato all’uomo una sostanza che può essere così pericolosa? L’hanno fatto per sancire il loro distacco dall’uomo a partire dall’uomo stesso. Infatti l’essenziale dell’alcol, come vedremo, è di rafforzare il modo in cui l’Io si sente dentro al corpo fisico, quindi di far sentire l’uomo maggiormente inserito nell’elemento terrestre. Ciò è stato di fondamentale importanza durante il lunghissimo “crepuscolo degli dei” – il Kali Yuga – nel quale le divinità si sono progressivamente allontanate dall’uomo, e l’uomo stesso a sua volta, anche grazie all’alcol, si è allontanato dalle divinità. Questo processo – conclusosi nel 1899 e durato più di cinquemila anni – è stato un’imprescindibile necessità per l’evoluzione dell’uomo verso un sentire razionale, autocosciente e indipendente, per mezzo del quale ha potuto iniziare a sviluppare la sua libertà.

Per queste ragioni, nonostante le numerose testimonianze della sua produzione e del suo consumo come birra e vino presso i Sumeri e gli Egizi, è facile intuire che l’alcol sarebbe entrato nel pieno della sua missione evolutiva con l’inizio del periodo greco-romano, quando l’uomo avrebbe cominciato a far evolvere l’anima razionale.

“L’alcol ebbe una certa missione nel corso dell’evoluzione dell’umanità: per quanto possa apparire singolare, esso ebbe il compito di preparare, per così dire, il corpo umano a venire staccato dalla connessione col mondo divino, perché potesse svilupparsi l’«Io sono» individuale. Infatti l’alcol ha l’effetto di precludere all’uomo il contatto col mondo spirituale, nel quale l’uomo si trovava in passato. Questo effetto, l’alcol, lo possiede tuttora. L’alcol non è stato introdotto invano nell’umanità. In futuro si potrà affermare nel pieno senso della parola che l’alcol ebbe il compito di attirare l’uomo giù nella materia, sì da renderlo egoistico, da portarlo al punto di esigere per sé il proprio Io, di non metterlo più al servizio di tutto il proprio popolo. Così l’alcol ha reso all’umanità un servizio opposto a quello dell’anima di gruppo: ha tolto agli uomini la facoltà di sentirsi uniti in un tutto nei mondi spirituali.” (R. Steiner, O.O. 103 “Il Vangelo di Giovanni”)

Furono appunto gli antichi Greci ad avere come missione storica quella di far entrare coscientemente l’uomo sulla Terra, rendendolo indipendente dalle divinità e responsabile delle proprie azioni tramite l’intelletto. L’antico Greco non cercava infatti una sostanza che lo riportasse verso l’alto, che gli facesse riallacciare i legami con le divinità (come abbiamo visto per l’antico indiano che invece, tramite l’oppio o la cannabis, voleva tornare in connessione con quel mondo spirituale progressivamente oscurato dal Kali Yuga), ma appunto una sostanza che lo aiutasse a prendere possesso del suo corpo, della materialità terrestre. Consci dell’importanza di tale missione, i Greci attribuirono al vino un significato religioso, celebrandolo nel culto dionisiaco, ultimo dono dell’antica saggezza dei misteri. Le celebrazioni dionisiache non erano, almeno in principio, semplici orge sfrenate (come siamo abituati a considerarle a causa dalla loro degenerazione in baccanali di epoca tardo-romana), ma vere e proprie cerimonie religiose nelle quali gli effetti del vino erano considerati una sorta di “sfida” per l’Io e un mezzo per aumentarne il dominio sulle forze terrestri. Nel culto di Dioniso i partecipanti dovevano imparare ad acquisire sempre più controllo sul proprio “animale interiore” (il corpo astrale): venivano infatti sacrificati animali come il toro, simbolo delle forze animali interne all’uomo, e venivano eseguiti esercizi per allenare l’Io a controllare il corpo e l’anima, “vincendo” gli effetti del vino ingerito. Dioniso viene sempre raffigurato con il bastone rituale, il tirso, con il quale “tiene a bada” gli animali che lo circondano – immagini degli istinti, delle brame, delle passioni – alle quali l’uomo oppone la forza dell’Io rappresentata dal tirso posto in verticale, quale immagine dell’organizzazione dell’Io. Analogamente, durante i cenacoli dei filosofi veniva sempre assunto vino allo stesso scopo, così come, per esempio, riportato da Platone nel “Simposio”, dove Socrate –  prototipo dell’uomo pensante moderno – è noto per riuscire a mantenere il controllo assoluto del proprio Io sull’astralità scatenata dal vino, e per questo considerato come un modello dai discepoli.

Con il procedere dei secoli il culto dionisiaco, che nel frattempo era passato ai Romani come culto di Bacco, degenerò al punto tale che in epoca imperiale si ebbe una completa inversione dei suoi intenti originari: durante i baccanali l’assunzione di vino non era più diretta ad acquisire maggior controllo sull’astralità, ma al contrario si desiderava lasciarsi travolgere da istinti, brame e pulsioni mettendo fuori uso il controllo dell’Io. Il tutto è peraltro riscontrabile nell’iconografia successiva, dove Bacco non è più rappresentato, come Dioniso, vigile ed eretto col tirso in pugno, ma come un rubicondo obeso che si lascia trasportare da una corte di animali, satiri e baccanti: il tirso è scomparso e con lui l’Io. Ciò accadde perché, dopo il messaggio del Cristo, l’alcol aveva virtualmente compiuto la sua missione evolutiva, almeno nel mondo romano.

“Ma proprio nella stessa epoca in cui l’umanità era stata più profondamente impigliata nell’egoismo ad opera dell’alcol, apparve sulla scena la forza più possente, quella che diede all’uomo l’impulso più intenso per ritrovare il contatto con l’universo spirituale. Da un lato l’uomo doveva discendere fino all’ultimo gradino per divenire autonomo, dall’altro doveva giungere la forza potente, capace di ridare l’impulso per ritrovare la via verso il tutto.” (R. Steiner, O.O. 103, “Il Vangelo di Giovanni”)

William-Adolphe Bouguereau – The youth of Bacchus (1884)

Nei Vangeli i riferimenti al vino sono numerosi, si pensi alle nozze di Cana, ma è con l’Ultima Cena che si chiude anche simbolicamente il ruolo evolutivo dell’alcol: il vino è diventato il sangue del Cristo, dunque l’uomo, per proseguire nella sua evoluzione, non deve più rivolgersi al vino ma al sangue della divinità, ovvero deve perseguire la riunione cosciente col mondo spirituale. Il Cristo ha così offerto una nuova strada per allacciare i contatti col mondo spirituale come libera scelta di un uomo ormai indipendente e sempre più cosciente di se stesso. Tuttavia, vuoi per gli influssi arimanico-luciferici (“Quello che è giusto per un’epoca, se viene esercitato in un’epoca successiva diviene arimanico o luciferico” R. Steiner, O.O. 193 “Sull’incarnazione di Arimane”), vuoi perché sia il Kali Yuga che il periodo greco-romano erano ancora in pieno corso, l’alcol aveva ancora tanta strada da percorrere accanto all’uomo, sempre come strumento di recisione dei contatti col mondo spirituale.

Leonardo Da Vinci – L’ultima cena (1498)

In questa sede non si può approfondire l’interessantissima storia dell’alcol (per cui rimando, come sempre, alla lettura del mio saggio “Paradisi Artificiali – Le droghe e l’uomo da un punto di vista scientifico-spirituale” edito da Novalis), ma bisogna almeno accennare al suo utilizzo, più o meno consapevole, da parte dell’uomo europeo come arma di distruzione di intere civiltà. Le strutture sociali dei Pellirossa, degli Aborigeni, dei popoli del Sudamerica o del Centrafrica, erano ancora felicemente basate sul rapporto diretto con il mondo spirituale, dunque l’introduzione improvvisa dell’alcol – che non apparteneva alla loro storia evolutiva – le fece collassare in pochi decenni, facilitandone la conquista. Del resto, ogni popolazione che abbia un’articolazione diversa dell’organizzazione dell’Io rispetto agli europei, tollera di meno e gestisce peggio l’assunzione di alcol, come per esempio gli orientali, che abbiamo visto essere più affini alle droghe definite “luciferiche”. L’alcol, come droga del Centro, possiede entrambe le caratteristiche luciferiche e arimaniche, ma queste ultime sono decisamente preponderanti, al contrario dell’ecstasy esaminata nello scorso articolo.

Pietro da Cortona – Trionfo di Bacco (1625)

Come già accennato, gli effetti dell’alcol sono dovuti alla compromissione dell’organizzazione dell’Io, la sfera più alta dell’essere umano deputata al controllo e allo sviluppo dei corpi costitutivi inferiori. Per compiere queste attività, l’Io si serve del calore e dello zucchero veicolati dal sangue, ed è proprio su questi elementi che agisce l’alcol: già dopo il primo bicchiere il battito cardiaco e la pressione sanguigna aumentano a causa della ritrazione del corpo astrale nel corpo fisico tramite un tenace legame agli organi ritmici (cuore e polmone). Ciò provoca una vasodilatazione periferica che dà l’impressione di un aumentato calore, mentre in realtà non fa altro che disperdere il calore del corpo e abbassarne la temperatura. Successivamente l’alcol, grazie ai suoi metaboliti tossici, inibisce la produzione di zucchero nel fegato abbassando così la glicemia. A questo punto l’Io, trovandosi privato dei suoi mezzi operativi – zucchero e calore – e con la sua organizzazione ormai disarticolata, viene lentamente “espulso”, mentre il corpo astrale rimane contratto nel fisico. Da notare che, a differenza delle droghe esaminate finora, per la prima volta assistiamo a una contrazione del corpo astrale e non a una sua espansione: siamo di fronte a un effetto propriamente arimanico, mentre quello luciferico consiste nell’iniziale senso di leggerezza e sollevazione dovuto alla progressiva espulsione dell’Io. Quest’ultima è facilmente verificabile dalla progressiva perdita a ritroso di tutte le facoltà che ha appreso l’Io durante l’incarnazione terrestre: dapprima si ha confusione e compromissione del pensiero logico-razionale, poi della memoria e del linguaggio (l’ubriaco non riesce ad articolare le parole), dell’abilità a camminare (l’ubriaco barcolla) e infine, se si prosegue nell’assunzione, si perde la postazione eretta, prima conquista dell’Io nella vita. In questo modo il consumatore si trova tagliato fuori dal mondo spirituale e dalla propria essenza spirituale stessa (l’Io) che non può più esercitare il controllo sul corpo astrale, rivelando il lato squisitamente arimanico della sostanza. Il corpo astrale, letteralmente “incatenato” al corpo fisico, si lascia sopraffare da tutte quelle forze astrali che in condizioni normali erano tenute a bada dall’Io: piacere, dispiacere, simpatia, antipatia, pianto, riso, ma anche pulsioni più basse come brame, passioni irrefrenabili, istinti animaleschi, fino alle profondità delle forze eteriche (metabolismo, temperamento) e fisiche (peso, forza di gravità).

Cornelis De Vos – Il trionfo di Bacco (1613)

Dopo tutto questo “folleggiare” del corpo astrale, il giorno dopo arrivano puntuali i postumi della sbornia, il cosiddetto “hangover”: mal di testa pulsante, bocca secca, nausea accompagnata eventualmente da vomito, dolori muscolari, irritabilità, sudorazione, stanchezza, esaurimento. Questi effetti sono imputabili fisicamente al basso livello di zucchero nel sangue (che impedisce ulteriormente all’Io di riprendere il controllo della situazione) e all’accumulo di metaboliti tossici, soprattutto a livello del capo.

Dopo una sbornia, soprattutto se ripetuta nel tempo, per l’Io e il corpo astrale è sempre più difficile ripristinare una situazione di normalità, perché il corpo fisico e gli organi come il fegato, il cervello o il sistema nervoso, sono fisicamente danneggiati e non offrono più le stesse connessioni di prima, per cui è difficile per loro tornare a penetrarli come avviene in condizioni normali. Si può dire che mediante l’abuso di alcol, soprattutto se cronico, si viene a creare una configurazione “alternativa” dei corpi costitutivi che non è più quella originaria dell’Io, ma che nondimeno si confà maggiormente a un essere umano costantemente intossicato dall’alcol. Ciò spiega anche perché, se si torna a bere alcol durante un hangover, i sintomi spiacevoli – sia fisici che animici – tendono a sparire: l’Io che tentava di ripristinare lo status-quo è stato di nuovo estromesso e in sua vece è tornato l’alcol a determinare le interrelazioni tra i corpi costitutivi. Così nell’alcolista cronico si instaura quel circolo vizioso in cui il fisico continua ulteriormente a danneggiarsi e con lui le connessioni tra i corpi costitutivi stessi.

Edgar Dégas, L’assenzio (1875)

In particolare è il fegato a subire gli effetti distruttivi dell’alcol che a lungo andare, oltre a danneggiarlo fisicamente con la degenerazione grassa e la cirrosi, provoca un rilascio delle sue forze eteriche. Ciò porta alla tipica forma di “depressione epatica” dove l’alcolista si sente intrappolato nel suo passato, privo di volontà per relazionarsi al futuro, fino ad arrivare alla paura della vita stessa, con sensi di colpa che eventualmente possono portare al suicidio. Il rilascio di forze eteriche dal fegato porta anche a un altro fenomeno tipico, il delirium tremens. Come vedremo più nel dettaglio nell’articolo sugli allucinogeni, il rilascio di forze eteriche dal fegato provoca vere e proprie allucinazioni e condizioni di psicosi. A quel punto il ritorno a una condizione di normalità è pressoché impossibile: l’alcol ha fatto scendere così tanto l’uomo nella fisicità da avergli definitivamente precluso ogni possibilità di contatto con lo spirituale.

Su questa linea il nostro viaggio di scoperta delle droghe ci farà approdare nel prossimo articolo in Occidente, dove incontreremo la più arimanica di tutte le sostanze stupefacenti, i cui effetti appena descritti sono portati all’estremo: la cocaina e le sue sorelle sintetiche amfetamine.

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ACQUA ALTA!

Tra una settimana il mio romanzo “Il sole a occidente” tornerà a Venezia, sua patria. E lo farà in una delle librerie più belle d’Italia (e del mondo, a mio avviso): dalle 16,00 alle 18,30 sarò presente alla libreria “Acqua Alta” per una chiacchierata, un firmacopie e un immancabile bicchiere di prosecco, parlando di Venezia, di decadenza e d’eleganza.

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SUI PARADISI ARTIFICIALI (4/7): L’ECSTASY E IL PARADISO PERDUTO

Lucas Cranach il Vecchio, “L’età dell’oro” (1530)

Partendo dal lontano Oriente, il nostro percorso di conoscenza scientifico-spirituale delle sostanze stupefacenti si è ora avvicinato al Centro, dove incontriamo come prima sostanza caratteristica l’ecstasy. Si tratta di una droga recentissima entrata prepotentemente nell’evoluzione dell’umanità durante gli ultimi quarant’anni, e che non può di certo vantare una storia millenaria come le già esaminate oppio e cannabis. Allora cosa l’ha resa degna di una trattazione accanto a tali blasonate cugine? Innanzitutto la sua larga diffusione che l’ha portata ad essere la quarta droga più consumata nel mondo, nonché la sua assoluta unicità di azione che non trova riscontro in nessun’altra sostanza: l’ecstasy è la droga dell’equilibrio, della completezza, del “ritorno a casa”. Equilibrio perché in questa sostanza le caratteristiche luciferiche e arimaniche raggiungono un bilanciamento perfetto – del resto stiamo parlando di una droga del Centro – convivendo in un’atmosfera che potremmo definire di collaborazione e non di contrapposizione; completezza perché nei suoi effetti sono in un certo senso “riassunti” gli effetti di tutte le sostanze stupefacenti conosciute dall’umanità, dalla stimolazione cocainica al deliquio oppiaceo, dall’espansione di coscienza lisergica all’amore universale della cannabis; il “ritorno a casa” perché in nessuna delle droghe appena citate è così forte la sensazione di essere tornati dove tutto è iniziato, nel giardino dell’Eden, in quello stato di purezza antecedente al “peccato originale” che caratterizzava l’umanità della prima epoca Lemurica. Di quest’ultima l’ecstasy evidenzia soprattutto la condivisione e la vicinanza animica con gli altri esseri del creato, in una sorta di coscienza collettiva consapevole dell’amore e della saggezza che governano il mondo, cosa ovvia per l’uomo di quelle epoche: non a caso il primo nome in uso per l’ecstasy è stato proprio “Adam”.

Di certo i primi ricercatori e psichiatri che la utilizzarono non avevano conoscenze iniziatiche, ma battezzandola come Adam sicuramente percepirono il suo forte richiamo a una condizione primordiale dell’umanità. L’appellativo di “ecstasy” cominciò a entrare in uso quando tale sostanza si identificò sempre di più – in un certo senso banalizzandosi – con l’ambiente delle discoteche come la “droga per ballare”. Tuttavia questo è un altro elemento che la ricollega all’epoca Lemurica, quando per l’uomo esisteva la danza come vitale e unica forma artistica con la quale seguiva la musica delle sfere, il ritmo della vita, dei pianeti, della natura e degli dei che era ancora in grado di percepire: l’uomo danzava in una coscienza collettiva senza soluzione di continuità tra la propria individualità e quella degli altri uomini, tra sé e la natura, e soprattutto tra la propria coscienza e quella divina, con la quale ancora formava un tutt’uno.

Jean-Auguste Dominique Ingres, “L’età dell’oro” (1862)

L’ecstasy si propone lucifericamente proprio di far sperimentare quello stato paradisiaco per il quale l’uomo ha sempre conservato inconsciamente una forte nostalgia e, per rendere l’uomo attivo e lucido in questa esperienza, stavolta Lucifero “chiama in aiuto” Arimane, con il compito di trattenere l’Io del consumatore sulla Terra, nel qui ed ora insieme agli altri uomini, senza permettergli di perdersi nei mondi astrali come accade per l’oppio e la cannabis (è chiaro che anche in questa condizione – come per tutte le droghe – l’Io resta un semplice spettatore degli effetti che produce la droga sui suoi corpi costitutivi, conservandone certamente il ricordo una volta che l’effetto è svanito, ma senza aver acquisito alcuna evoluzione data dal suo attivo operare).

Per comprendere il peculiare meccanismo di azione dell’ecstasy sui corpi costitutivi, bisogna prima dare uno sguardo alle entità vegetali da cui deriva, nonché alla sua storia.

A differenza delle droghe fin qui esaminate, l’ecstasy non è una sostanza completamente naturale ma semisintetica, in quanto alla molecola di partenza, il “safrolo”, viene aggiunta chimicamente la parte amminica. Il safrolo è un composto aromatico tossico presente in diversi vegetali anche di uso alimentare, come la noce moscata, lo zafferano, il pepe nero e il cacao. È interessante notare come questo nucleo safrolico sia il responsabile degli effetti luciferici di espansione dei corpi superiori da parte dell’ecstasy – che possiamo quindi chiamare a buon diritto una “spezia per l’anima” – mentre la parte aggiunta sinteticamente la rende simile ai neurotrasmettitori come l’adrenalina e la dopamina, ed è la responsabile degli effetti arimanici di veglia e iperattività “terrestre” dovuti al maggior inserimento di una parte dei corpi superiori nel corpo fisico.

La sintesi dell’ecstasy a partire dalla noce moscata è dovuta al chimico tedesco Fritz Haber nel 1898. Brevettata dalla Merck nel 1912, ne fu tentato l’impiego come anoressizzante e stimolante per le truppe della Grande Guerra, con scarsi risultati. In seguito alla sconfitta della Germania, l’ecstasy e molte altre sostanze brevettate vennero consegnate agli Stati Uniti come bottino di guerra, e così l’ecstasy lasciò il suo luogo di nascita nel Centro per spostarsi in Occidente, cadendo nell’oblio per qualche decennio. Chi la riportò in vita fu il valente biochimico e farmacologo californiano Alexander “Sasha” Shulgin, di padre russo e madre statunitense (curiosamente anche nella sua persona si incontravano l’Oriente e l’Occidente), che a partire dagli anni ’60 si occupò di sintetizzare e provare su se stesso più di duecento sostanze psicoattive – tra le quali l’ecstasy – dopo l’incontro karmico con la mescalina che cambiò per sempre la sua esistenza.

Alexander “Sasha” Shulgin

“Quel pomeriggio compresi che il nostro intero universo è contenuto nella mente e nello spirito. Noi possiamo scegliere di non accedervi, possiamo addirittura negarne l’esistenza, ma nondimeno esso è dentro di noi, ed esistono sostanze chimiche in grado di favorirne l’accesso”. (A. Shulgin, “Dr. Ecstasy”, 2006)

L’ecstasy fu così introdotta e utilizzata estensivamente in psichiatria soprattutto in California che, come vedremo nell’articolo sugli allucinogeni, si configura come il vero e proprio “centro misterico” della modernità.

Parallelamente iniziò il suo uso voluttuario che le fece riattraversare l’oceano per trovare come primo approdo l’isola di Ibiza degli anni’80, dove si unì in un legame felice e indissolubile con la prima house-music: sonorità tribali ancestrali e danza, uniti a uno stato interiore di amore universale, nell’isola da sempre associata a felicità e spensieratezza: il Paradiso Perduto era ritrovato. Proprio grazie a questa potente illusione luciferica – basata però su qualcosa di reale e condiviso, e non su un paradiso interiore e immaginario come quello dell’oppio – l’ecstasy si è poi diffusa in tutto il mondo, rimanendo associata all’ambiente delle feste, delle discoteche e dei rave-party, ovunque si potesse creare una comunità basata sull’empatia e l’amore (artificialmente indotti, come vedremo) a ritmo di musica. Per comprendere veramente l’effetto dell’ecstasy non si può mai prescindere dalla relazione costante con gli altri consumatori.

L’Amnesia di Ibiza, estate 1989

Come abbiamo visto per la cannabis, l’effetto “sociale” è ottenuto da un parziale distacco del corpo astrale che viene disposto dalla droga nella configurazione dell’innamoramento, ancora più marcata nel caso dell’ecstasy. Anche in questo caso, rimanendo il corpo astrale nelle vicinanze del consumatore, si verifica una sorta di “fusione” della parte fluttuante del proprio corpo astrale con quello dei consumatori nello stesso stato, ottenendo l’empatia e la vicinanza animica. A differenza di oppio e cannabis, che provocano solo l’allontanamento dei corpi superiori con conseguente diminuzione dello stato di veglia e relativa confusione, una parte dei corpi superiori non solo è trattenuta dall’ecstasy, ma inserita ancora più tenacemente nel corpo fisico (il contemporaneo effetto amfetaminico – e dunque arimanico – cui si accennava in precedenza). Ne consegue che il consumatore può sperimentare in stato di veglia il contatto con l’amore universale e soprattutto con le altre anime, in uno stato di beatitudine che però, come l’innamoramento indotto, non sorge per un moto dell’Io ma è solo un mero effetto della sostanza. Poiché l’assunzione di ecstasy è paragonabile a un vero e proprio metodo di iniziazione del passato (per motivi che non ho modo di spiegare in questa sede, ma per i quali rimando come sempre alla lettura del mio saggio “Paradisi artificiali” edito da Novalis), si assiste a un’attivazione precoce del fiore di loto a dodici petali, i cui sei petali ancora inattivi vengono messi in movimento dalla droga e non tramite l’esercizio e l’evoluzione individuale.

Gustav Klimt, “Adamo ed Eva” (1918)

A questo punto è facile comprendere quali siano i postumi dell’assunzione di ecstasy: a livello fisico si ha una deplezione dei neuroni serotoninergici, data la notevole quantità di serotonina che viene liberata d’un colpo dalla sostanza, con conseguenti stati depressivi e psicotici; a livello eterico si assiste a un esaurimento delle forze dovuto alla super-attività indotta dalla parte amfetaminica, che innalza artificialmente la soglia di resistenza fisica, stanchezza, fame e sonno; a livello animico i sentimenti di empatia e gioia si trasformano nel loro opposto di tristezza, ostilità verso il prossimo e l’ambiente, paura, chiusura in se stessi. A ciò contribuisce la deformazione, che può essere permanente, del fiore di loto non correttamente attivato, come già descritto da Rudolf Steiner ne “L’iniziazione” (O.O. 10) riguardo a metodi iniziatici non corretti, dei quali l’ecstasy rappresenta un esempio:

“La disciplina occulta può anche dare speciali indicazioni che accelerano la maturazione di questo fiore di loto, e anche qui la formazione regolare di quest’organo sensorio dipende dallo sviluppo delle qualità sopracitate (per esempio con i Sei Esercizi, N.d.R.). Se non si provvede a questo sviluppo, l’organo risulterà deformato. In tal caso, con lo svilupparsi di una certa chiaroveggenza, le suddette qualità possono volgersi al male, anziché al bene. L’uomo può diventare particolarmente intollerante, pauroso, contrario al suo ambiente. Ad esempio può arrivare a sentire i sentimenti delle altre anime, e di conseguenza allontanarsene e odiarle. Può giungere a tal punto che, per il freddo che gli invade l’anima di fronte a opinioni opposte alle sue, non sia in grado di ascoltarle, assumendo un atteggiamento ostile.”

Henri Rousseau, “Il sogno” (1910)

Inoltre l’Io è costretto a seguire il corpo astrale nella sua espansione divenendo anch’esso periferico, e nel contempo è obbligato a “guardare” l’altra parte del corpo astrale connettersi ancora più energicamente ai corpi fisico ed eterico. Questa perdita di centralità sul momento risulta piacevole all’Io che viene così “messo da parte”, ma tornando alla vita reale si traduce in una sempre maggiore mancanza di iniziativa, instabilità e perdita di contatto con la realtà. A tutto questo bisogna aggiungere l’evocazione artificiale di stati di coscienza precedenti dell’umanità che porta a un progressivo dissolvimento dell’Io nel tutto e, in particolare per un uso ripetuto, a compiere in definitiva un “passo indietro” nell’evoluzione: le esperienze di apertura, empatia, calore, simpatia e amore, sperimentate sotto l’effetto della sostanza, non potranno mai diventare qualità dell’Io perché non sono state acquisite con l’esercizio, lo sforzo e l’errore, e oltretutto si riferiscono a uno stato precedente e non più ripetibile dell’evoluzione (bisogna però sottolineare l’indubbia “valenza karmica” che potrebbe avere anche una singola assunzione di tale sostanza, e sarebbe da riflettere sulla natura libera o non libera degli incontri e dei legami interumani che si formano grazie a essa, come ampiamente riportato in letteratura).

Federico Zandomeneghi, “Il paradiso terrestre” (ca. 1900)

La molecola originaria dell’ecstasy ha inoltre subito negli anni svariate variazioni molecolari ad opera dei laboratori clandestini dove viene sintetizzata e, nella forma di “pasticca” in cui giunge al consumatore finale, è spesso associata ad altre sostanze sintetiche, dagli allucinogeni ad altre metamfetamine delle quali non si conosce mai la vera natura. Ciò rende difficile non solo lo studio degli effetti a lungo termine, ma anche l’intervento sanitario nei casi di sovradosaggio o reazioni avverse, prima fra tutte l’ipertermia maligna, spesso fatale. Il tutto è ulteriormente complicato dalla contemporanea assunzione da parte del consumatore di altre sostanze stupefacenti, tra le quali è sempre presente l’alcol, che amplifica a dismisura sia gli effetti disforici che la severità dei postumi.

Proprio l’alcol, droga onnipresente e tipica del percorso evolutivo dell’uomo del Centro, sarà l’argomento di studio del prossimo articolo.

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LE CENERI

L’isola di San Michele, cimitero di Venezia.

“Come ogni anno, il martedì grasso si era presentato sotto i migliori auspici nonostante le condizioni fisiche seriamente minate dai giorni precedenti. Tuttavia, man mano che si capitolava verso la conclusione, l’inquietudine negli animi cresceva. Quando l’ultima nota dell’ultima canzone dell’ultima festa si abbatteva come una scure sull’intero Carnevale, l’inquietudine si trasformava in disperazione e si era presi da una frenesia – a volte patetica – di prolungare con ogni mezzo quell’agonia. Allora si finiva in qualche festa che si trascinava ormai disfatta o si cercava di radunare nella propria abitazione qualche altro disperato, per vivere le prime ore delle Ceneri come se il Carnevale non fosse mai finito. Tuttavia gli animi non avevano più la stessa leggerezza di poche ore prima e si spalancava sotto di loro un abisso senza speranza.”

(tratto da “Il sole a occidente” parte II, capitolo II)

(in foto l’isola di San Michele, il cimitero di Venezia, la sera delle Ceneri di qualche anno fa)

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FONDAMENTA DEGLI INCURABILI

“Così, mentre ti aggiri per questi labirinti, non sai mai se insegui uno scopo o fuggi da te stesso, se sei il cacciatore o la sua preda.”

Ho sempre ritenuto che gli esiti più felici in letteratura si raggiungono quando un poeta – ma un poeta vero, di quelli che possiedono singolari connessioni tra i sensi, il cuore e la mano che scrive, com’era Iosif Brodskij – crea della prosa. Poi quando questa prosa è ispirata e dedicata a una città come Venezia (non è forse anch’essa una poesia in prosa?) si toccano le vette più alte.

“Fondamenta degli incurabili” non è un romanzo, né un trattato. E’ una breve raccolta di suoi scritti e divagazioni, in apparenza slegati tra loro, dei suoi esili veneziani negli anni ’70 e ’80. Al netto di qualche ingenua infatuazione da colto straniero – peraltro dichiarata – il libro è un piccolo gioiello che non può assolutamente mancare tra le pietre preziose dei malati di Venezia. Gli “incurabili”, appunto, per i quali “una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre.”

Leggendo Brodskij, un incurabile può ritrovare suoi pensieri e sensazioni, a volte con sovrapposizione totale, perché tutti gli incurabili hanno il privilegio di attingere allo stesso pozzo di emozioni che Venezia dischiude per loro. Poi per fortuna esistono fuoriclasse come Brodskij che le traducono in parole, a volte con un sapore profetico: “Vorrei far notare che l’idea di trasformare Venezia in un museo è tanto assurda quanto quella di rianimarla con l’immissione di sangue nuovo. Intanto, quello che passa per sangue nuovo è sempre, alla fine, orina vecchia. E poi, questa città non ha gli attributi per essere un museo, essendo lei stessa un’opera d’arte, il capolavoro più grande che la nostra specie abbia prodotto. Non rianimi un dipinto, tantomeno una statua: li lasci in pace, li difendi contro i vandali – contro orde di cui tu stesso, forse, fai parte.”