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ADA

Spesso ho provato a descrivere quello che considero il capolavoro di Nabokov, ma vuoi per timore reverenziale, vuoi per l’effettiva impossibilità di afferrarlo, non sono mai riuscito a trovare le parole (a differenza di Nabokov, che le trova SEMPRE). Tuttavia un simile romanzo non può rimanere semisconosciuto, e il nome dell’immenso Nabokov associato solo a “Lolita”. Ecco, prima di affrontare Ada, bisogna dimenticarsi di Lolita. Ma non troppo, perché l’erotismo nabokoviano impregna ogni pagina, sempre nel suo stile impareggiabile, anche negli eccessi, perfino nell’incesto che ci ritroviamo ad amare come il filo che lega tutto il romanzo.

Prima di affrontare Ada bisogna prepararsi a una lettura impegnativa, coltissima, a volte ridondante e pretenziosa. Ma non troppo, perché Nabokov la maneggia con disinvolta leggerezza e acuta ironia, prendendosi in giro e prendendoci in giro così bene che riusciamo a gustare tutto il lauto pasto, inchinandoci alla sua grandezza: i giochi di parole tra il russo, il francese e l’inglese (da diventare matti) inseriti in una narrazione mirabolante e vertiginosa come un ottovolante; l’ambientazione in un passato futuristico a cavallo tra un ‘800 e un ‘900 che non sono mai esistiti, ma che emergono così reali che ci chiediamo se non ci sia davvero un’Anti-Terra dove Van e Ada si sono desiderati e respinti per novant’anni; i continui rimandi, spesso dissacranti, ai grandi autori russi – Tolstoj in testa – e all’immancabile Proust. In effetti Ada potrebbe essere considerata la “Recherche” di Nabokov, dove c’è tutto del suo genio letterario.

Mi fermo qui. Non vogliatemene, era giusto per dare un’idea, e magari farvi venire il desiderio di affrontare questo capolavoro di 600 pagine (più le 30 di note) che, vi assicuro, vi farà scalare vette dove raramente è arrivata la letteratura.

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DAMA VENEZIA

“Quel giorno di maggio del 1797 in cui Venezia avvistò alle bocche di Malamocco le navi del futuro “imperatore dei francesi”, capì che la propria indipendenza era finita per sempre e che per sopravvivere, negli anni a venire, sarebbe stata costretta a matrimoni forzati col dominatore di turno. Sapeva che quell’ometto gonfio di sé non sarebbe stato capace – né degno – di farsi soggiogare dal suo fascino, quindi rinunciò a vestirsi coi suoi abiti migliori. Ne aveva tanti, accumulati nei secoli e indossati alle ultime feste durante le quali, consapevole della fine imminente, si era lasciata andare a tutti gli eccessi; ma quel giorno indossò un semplice tabarro di seta e si coprì il viso con una pesante veletta nera, prendendo un lutto che non abbandonò più. […]

Col tempo divenne sempre più taciturna e impenetrabile, eppure capace di leggere nell’animo degli esseri umani che si perdevano nei suoi dedali. Ma solo ad alcuni di essi accordò l’immenso privilegio di spingersi nei suoi recessi più intimi e di respirare l’alito della sua anima più vera, al prezzo di un’eterna e incondizionata devozione. E solo a quei pochi permise durante il Carnevale, quando smetteva il tabarro nero e tornava a indossare lo sfarzo dei secoli migliori, di godere dei suoi gioielli nascosti. Si trattava di spiriti macerati dalla continua ricerca del Bello, dalle emozioni artificiali, spiriti sfibrati dall’abitudine di smarrirsi nei propri mondi. Essi erano i prescelti.”

Tratto da “Il sole a Occidente”, ed. Historica (2016)

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L’ARDITO

L’Ardito è molto più di un romanzo storico: è storia vivente. Definirlo romanzo può fuorviare, poiché sottintende un lavoro di fantasia dell’autore con licenza di modificare i fatti realmente accaduti. Non è questo il caso. Roberto Roseano riporta con precisione ammirevole – e ovviamente con i necessari aggiustamenti stilistici – il diario degli ultimi due anni di guerra del nonno Pietro (classe 1896, appena ventenne all’epoca), prima Fante e poi Ardito del XXII Reparto d’Assalto, sui fronti dell’Isonzo e del Piave.

In quei giorni drammatici, Pietro scrisse quotidianamente il suo diario “per non pensare” e “per non dimenticare”, in uno stile altamente evocativo. Grazie all’opera magistrale del nipote, possiamo oggi ricordarlo e vivere in primissima persona quei mesi terribili ed eroici. Non vengono raccontati solo assalti e conquiste (e ritirate, come la tragica Caporetto), ma rapporti umani tra commilitoni, speranze, disillusioni, i duri addestramenti per diventare Arditi, le licenze nelle città ostili ai soldati, la paura, l’orgoglio, l’amicizia, tutto descritto con realismo vivissimo, impregnato di modi di dire e dialetti stretti, in quella galassia di culture che era il Regio Esercito della Grande Guerra.

Il romanzo è corredato da numerose e notevoli note a piè pagina (nonché di foto in calce al libro) che non trascurano alcun personaggio, alcun luogo né fatti storici, riportati con accuratezza dall’autore, a testimonianza dell’enorme lavoro di studio compiuto con autentica passione. Chapeau.

Lettura suggerita a tutti (anche se può procedere con difficoltà per chi ha scarse conoscenze storiche), ma assolutamente consigliata per gli amanti del genere.

Per il suo valore storico, oltreché letterario, dovrebbe essere un testo obbligatorio per l’ultimo anno di liceo. Ma questa, purtroppo, è fantascienza.

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INNI ALLA NOTTE

Villa d’Este, Tivoli

Nelle grotte cristalline
un popolo esuberante
viveva nell’abbondanza.
Fiumi, alberi,
fiori e animali
avevano sensi umani.

Più dolce era il sapore del vino
donato da una visibile
pienezza giovanile,
un dio nei grappoli,
un’amorosa, materna dea
cresceva nei gonfi, aurei covoni.

Era la sacra ebbrezza
d’amore un dolce rito
della divinità più bella,
un’eterna variopinta festa
dei figli del cielo
e degli abitatori della terra
passava stormendo la vita,
come una primavera,
attraverso i secoli.

(tratto da Novalis, Inni alla notte, V)

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CHANSON D’AUTOMNE

Les sanglots longs
Des violons
De l’automne
Blessent mon coeur
D’une langueur
Monotone.

Tout suffocant
Et blême, quand
Sonne l’heure,
Je me souviens
Des jours anciens
Et je pleure

Et je m’en vais
Au vent mauvais
Qui m’emporte
Deçà, delà,
Pareil à la
Feuille morte.

Paul Verlaine, Chanson d’automne (Poèmes Saturniens, 1866)

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8 SETTEMBRE 1920

C’è un 8 settembre che andrebbe ricordato e uno che andrebbe dimenticato. E invece si fa l’inverso, si ricorda la resa incondizionata dell’8 settembre 1943 che lasciò inorriditi anche i nostri futuri alleati, mentre si dimentica l’8 settembre del 1920 – esattamente cento anni fa – quando Gabriele d’Annunzio promulgò la Carta del Carnaro a Fiume, una costituzione certamente utopica, ma avanzatissima e rivoluzionaria, dove si riconoscevano uguaglianze, diritti e libertà che dovettero attendere almeno un altro mezzo secolo per essere riconosciuti in Italia.

Per chi non l’avesse ancora fatto, ne consiglio la lettura integrale, per esempio a questo link:

http://www.dircost.unito.it/…/19200000_Carnaro…

Festeggiamo dunque il centenario brindando con Sangue Morlacco, ispirati dall’articolo XIV della Carta:
“La vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero dalla libertà.”

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PARADISI ARTIFICIALI

In questo saggio ho cercato di ampliare i miei studi sulle sostanze stupefacenti da un punto di vista soprasensibile, secondo la visione della medicina antroposofica steineriana. Se infatti la scienza convenzionale si occupa solo di descrivere i meccanismi biochimici – tra l’altro spesso ancora ignoti – di cui si servono le droghe per agire sulla coscienza umana, ampliando lo sguardo verso lo spirituale possiamo essere in grado di comprendere le ragioni di tale azione, il motivo per cui una determinata pianta vuole agire in quel modo sulla psiche e quali forze spirituali vi sono dietro.

Tale studio, come sempre accade quando si indaga con il metodo della scienza dello spirito inaugurata da Rudolf Steiner, mi ha portato ben oltre la descrizione di ogni droga, abbracciando tutte le espressioni dell’umano, come arte, letteratura, religioni, storia, miti. Le sostanze stupefacenti hanno infatti accompagnato da sempre la nostra storia, agendo sia come forze evolutive che come ostacoli all’evoluzione, sia a livello individuale che a livello generale di un determinato popolo o civiltà. Ciò perché ognuna di esse è latrice di differenti forze spirituali, dal ritorno illusorio verso il paradiso terrestre promesso dall’oppio all’incarnazione materialistica del presente favorita da alcol e coca, fino all’esplorazione di future epoche evolutive aperta dagli allucinogeni.

Per comprendere tale visione è necessario sgombrare la mente da pregiudizi e moralismi, cercando di portarsi un po’ più in là della mera esistenza fisica per gettare uno sguardo al mondo soprasensibile come causa prima di ogni manifestazione terrestre.

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THE DOORS OF PERCEPTION

“If the doors of perception were cleansed, everything would appear to man as it is, infinite”.

“Se le porte della percezione fossero sgombrate, ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è, infinita”.

(William Blake, “Il matrimonio del cielo e dell’inferno”)

Foto Jurek Kralkowski

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ELENA THAON DI REVEL

Cara Elena,
quando ci siamo incontrati in quel polveroso mercatino delle pulci eri sola, dimenticata in un angolo, ma fiera. Il tuo sguardo insolente mi ha catturato all’istante, ti ho preso in braccio e ti ho portato via da quel luogo non degno della tua bellezza, portandoti a vivere con me.

Poi ho letto la firma in basso sulla tela, Elena Thaon di Revel, e ho pensato subito al grande ammiraglio Paolo Camillo, il Duca del Mare che ci portò alla vittoria nella Grande Guerra, intimo amico del Vate, uno dei pochi senatori che si opposero al Trattato di Rapallo e all’attacco alla Fiume dannunziana. Destino.

Tuttavia il dipinto è datato 1932 e sei troppo giovane per l’ammiraglio… Sei forse Elena Castori, prima moglie di Ignazio Ottavio dei Conti Thaon di Revel e Sant’Andrea? Mi piace pensare che sia il tuo autoritratto, anche se non sono riuscito a trovare altre notizie su di te, né tue foto. Ma non importa. Ora sei qui, vestita di una nuova cornice e pronta a vivere un’altra vita.