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PASSERÒ PER PIAZZA DI SPAGNA

Perché Roma in primavera è così, uno sfolgorare di luce e colori, fiori e odori, spesso tanto invadente da riuscire a mascherare con una pennellata di retorica felicità anche il male di vivere. L’atmosfera di stamattina mi ha infatti ricordato la struggente “Passerò per piazza di Spagna”, una delle ultime poesie di Cesare Pavese, dedicata all’amore non corrisposto per Constance Dowling, scritta poco prima di togliersi la vita nell’agosto del 1950.

“Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.

I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.

S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane ‒
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.

Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.

Sarai tu ‒ ferma e chiara.”

Cesare Pavese, “Passerò per piazza di Spagna” (da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, 1951)

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21 APRILE 2774

Prestami ascolto, Roma, bellissima regina del mondo interamente tuo, accolta fra le celesti volte stellate.Prestami ascolto, tu madre degli uomini, madre degli dèi: grazie ai tuoi templi non siamo lontani dal cielo.Te cantiamo, e canteremo, sempre, finché lo concedono i fati, nessuno può essere in vita e dimentico di te.

Dedico l’incipit dell’ode “Roma” dal poema di Rutilio Namaziano “De reditu” (415 d.C.) e la locandina francese del film “Roma” di Federico Fellini a te, Città Eterna, nel giorno del tuo 2774° compleanno.

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A PIAZZA DANTE

A piazza Dante, un luogo simbolo della Roma umbertina dal sapore di una Torino inondata di sole, rendo omaggio alla straordinaria camicia dei Fratelli Mocchia di Coggiola che, partendo proprio dal Piemonte, sono diventati fulgidi alfieri della creatività sartoriale italiana.

Foto Jurek Kralkowski

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BUON COMPLEANNO, MARCHESA!

Dipinto di Augustus Edwin John, 1919.

Il 23 gennaio di 140 anni fa nasce a Milano quella che sarà la Marchesa Luisa Casati Stampa. “Voglio essere un’opera d’arte vivente”. In questa sua asciutta dichiarazione è contenuto tutto il suo progetto di vita, l’unico che aveva, e che portò a pieno compimento. Ma andò oltre, forse oltre anche le sue stesse intenzioni: con lei – e solo grazie a lei – nasce quella che oggi si definisce “arte performativa”. C’è chi, come d’Annunzio (amante e per sempre amico della Marchesa, tra l’altro), ha voluto fare della propria vita un’opera d’arte; chi, come lei, ha voluto invece essere SE STESSA un’opera d’arte.
C’è una grande differenza, ben conosciuta da tutti gli artisti performativi. A loro mi rivolgo con l’invito a non dimenticare mai la scintilla divina che li ha generati, e a rivolgere oggi all’immortale Marchesa un pensiero di affetto e gratitudine.

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31 DICEMBRE 2020

Qualche giorno fa, a un amico che mi chiedeva come stessi, ho risposto che oscillavo tra la malinconia e la rassegnazione. «Sostengo la malinconia» mi ha detto, «ma la rassegnazione va presa a bastonate sul naso!».

Sì, aveva ragione.

Dunque stasera siate più belli del più bel Capodanno mai vissuto, curate ogni particolare più del necessario, e celebrate l’inizio del nuovo anno in magnificenza come non avete mai fatto.

Perché la Bellezza salverà il mondo solo se noi salveremo la Bellezza.

Tanti auguri, cari amici.

Photo Jurek Kralkowski

Citazione sulla Bellezza Sergio A. Gaiti

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I TRE SECOLI DEL FLORIAN

Il Caffè dove ho trascorso più giorni – e che giorni! – nella mia vita, oggi compie trecento anni. Trecento.

Caro Caffè Florian, ti auguro oggi più che mai di splendere per altri tre secoli almeno, e che la tua luce possa fulminare all’istante chi ci vorrebbe seduti da Starbucks.

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L’ALTRA PATRIA

Esattamente cent’anni fa, il 26 dicembre 1920 alle ore 10, ebbe inizio il bombardamento della città di Fiume da parte della Regia Marina, visto il fallimento degli attacchi via terra nei due giorni precedenti, in quello che passerà alla storia come il “Natale di sangue”.
Ciò causò perdite non solo tra i legionari, ma anche tra i civili fiumani e per questo fu il preludio della resa. Tra i primi voglio ricordare il sergente Antonio Gottardo, caduto sotto la granata esplosa alle ore 15,30 contro il Palazzo del Governo con l’intento di colpire Gabriele d’Annunzio (uscito miracolosamente illeso); tra i secondi il mio pensiero va alla piccola Alpalice Almadi, di dodici anni, morta sotto i bombardamenti su viale della Santa Entrata.
Per ricordarli ho scritto un breve racconto pubblicato domenica 20 dicembre 2020 su “Il Giornale”, che riporto integralmente di seguito e che invito ad ascoltare nell’appassionata recitazione dell’attore Giuseppe Abramo di cui allego il video.
Buona lettura e buon ascolto!

L’ALTRA PATRIA

“Fiume d’Italia, 24 Dicembre 1920

Mia Giulia adorata,

ti scrivo in questo momento grave per rassicurarti. Fiume è ormai circondata dal Regio Esercito ma sono convinto che non vi sarà alcuno scontro, perché i soldati che abbiamo di fronte sono fratelli nostri. Inoltre sono stato assegnato alla difesa del Palazzo del Governo, dunque non sarò in prima linea ma in città. Sei più tranquilla adesso?

Non so quando riuscirai a ricevere la lettera, ma sappi che in questi giorni di festa ti penserò in ogni momento e che non vedo l’ora di stringerti al mio petto. Auguro un sereno Natale a te e all’amata famiglia. Viva Fiume, viva l’Italia!

Tuo, Antonio.”

Il sergente Antonio Gottardo ripiegò la lettera nella busta, incollò il francobollo con l’effigie del Comandante ed entrò nell’ufficio poste e telegrafi.

«Mi spiace signor sergente» disse l’impiegato, «ma non possiamo accettare posta al momento. È già una settimana che non partono più spedizioni da Fiume».

«Quando si tornerà a spedire?»

«E chi lo sa!» esclamò quello allargando le braccia. «Dovrebbe saperlo meglio di me che Fiume è totalmente bloccata! Forse a gennaio, non saprei dirle…»

Gottardo fece un sospiro e tornò verso la porta, rimanendo assorto sulle scalette affacciate su piazza Dante. Stringeva la lettera, e pensava alla sua Giulia indaffarata coi preparativi per la cena della vigilia. Il baccalà. Le sarde in saor. Chissà se stava pensando a lui.

«È per la tua fidanzata?» esclamò una ragazzina bruna col caschetto e l’aria impertinente.

«E tu chi sei?» chiese Gottardo con un sorriso.

«Io sono Alpalice».

«Alpalice? Che nome curioso!»

«Quella» disse indicando la lettera «è per la tua fidanzata, vero?»

«Sì, è per lei».

«Lo sai che ogni giorno c’è qualche legionario come te che rimane impalato su queste scale con la lettera per la fidanzata in mano?»

«Bè, non si può spedire…»

«Io so come si fa!» lo interruppe con un sorrisetto.

«Davvero?»

«Anch’io sono fidanzata, sai? Il mio moroso è di Mattuglie e ci incontriamo quasi ogni giorno a Cantrida… Io gli do le lettere dei legionari e lui poi le spedisce».

«Riuscite a incontrarvi pure in questi giorni? Al confine di Cantrida c’è l’esercito italiano adesso».

«È più difficile, ma abbiamo i nostri passaggi segreti, non preoccuparti» rispose porgendogli la manina. Gottardo la scrutò interdetto, poi si sciolse in un sorriso. Non gli dispiaceva affatto l’idea di una ragazzina fiumana che riusciva a gabbare quell’esercito di traditori. Le consegnò la lettera insieme a qualche corona.

«Oh no» esclamò lei, «questi non li voglio! Non lo faccio per soldi, ma perché voglio bene a voi legionari… e alle fidanzate che vi aspettano!»

«Brava Alpalice».

«Vincerete vero? Il Comandante è invincibile, vero?»

«Sì, il Comandante è invincibile» rispose Gottardo accarezzandole il caschetto. Alpalice gli porse un nastrino tricolore con ricamato “Italia o morte”.

«Tieni, ti porterà fortuna».

«Grazie, piccola. Buona fortuna anche a te».

«Alpalice!» gridò una donna affacciata all’uscio dall’altro lato della piazza. «Alpalice! Vieni che è pronto!»

«È mia mamma, devo andare».

«Aspetta… quando ti vedrai col tuo moroso?»

«Ho appuntamento la mattina di Santo Stefano» rispose lei col dito sulle labbra. «Non dirlo a nessuno, mi raccomando!»

«Sissignora!» esclamò Gottardo portando la mano al berretto. Lei strizzò gli occhi in un sorriso e si mise a correre stringendo la lettera, poi lo salutò ancora una volta prima di sparire dentro l’uscio.

Gottardo si accese una sigaretta e si incamminò pensoso verso il Palazzo del Governo. No, non avrebbero attaccato a Natale, per quanto girassero voci che il generale Caviglia avrebbe deciso un attacco a sorpresa proprio per quel giorno, approfittando dell’assenza di giornali che avrebbero riportato la notizia in Italia, col rischio di scatenare tumulti. Povero illuso d’un generale. Non sapeva con chi aveva a che fare, non sapeva che noi legionari non solo avremmo resistito, ma che il Regio Esercito si sarebbe presto unito a noi senza spargere una goccia di sangue fraterno e che non sarebbe stata Fiume ad annettersi all’Italia, ma l’Italia a Fiume, come ripeteva sempre il Comandante. E le notizie, poi… Finché abbiamo spie come la piccola Alpalice, ce ne possiamo strafottere dei giornali.

Gottardo sorrise scuotendo la testa, spense la sigaretta con la punta dello stivale e salì le scale del Palazzo del Governo.

***

“Radio Fiume – Bollettino del 26 dicembre, ore 15.

La città di Fiume è stata proditoriamente assalita per ordine del Regio Governo. Già si difende da due giorni contro migliaia di alpini, carabinieri e guardie regie. I cittadini combattono eroicamente coi legionari sulle barricate. Anche le donne e i ragazzi sono armati. Ordini iniqui sono stati dati alle truppe regolari ingannate dalle calunnie più perverse. Molti morti e feriti anche fra i cittadini.”

Il capitano Eugenio Coselschi spense la radio e si avvicinò alla scrivania di d’Annunzio. Il Comandante fissava la finestra – l’azzurro golfo del Carnaro insudiciato dalle grigie navi della Regia Marina, le fregate, gli incrociatori, l’enorme corazzata Andrea Doria – e lasciava che la sigaretta si consumasse tra le pallide dita, senza fumarla. Il sergente Gottardo era sull’attenti accanto alla porta.

«Tutti gli attacchi da terra sono stati respinti, Comandante».

«Lo so, Eugenio».

«Il generale Caviglia ha capito che non potrà mai prendere Fiume via terra, per questo ha ordinato il bombardamento della città».

«Vigliacco. Come lo è stato per l’attacco alla vigilia di Natale, del resto… Ci sono caduti anche tra i civili?»

«Purtroppo sì, Comandante. Tre al momento».

«Vigliacco» ripeté d’Annunzio schiacciando la sigaretta nella ceneriera.

«Tutti stamattina sul viale della Santa Entrata» continuò grave Coselschi. «Purtroppo c’è anche una bambina tra loro, una tale Alice, no…» e inforcò gli occhiali avvicinando il dispaccio al naso «una tale Alpalice Almadi, di anni dodici».

Quel nome rimbombò nella testa del sergente Gottardo come il fischio della granata che qualche ora prima aveva colto Alpalice nella sua corsa incosciente verso la barra di Cantrida. O forse Alpalice già tornava da Cantrida, dopo aver consegnato la lettera e baciato il moroso per l’ultima volta… Alpalice. Piccola, piena di vita. Alpalice. Qualcuno dovrà pagare per…

Un’esplosione fece tremare i vetri e tutti si voltarono verso le finestre. Fiamme e un pennacchio di fumo nero si sollevarono imponenti da una nave in rada al porto. Il capitano Zoli afferrò il binocolo.

«Dovrebbero aver colpito il cacciatorpediniere Espero» disse. D’Annunzio teneva i gomiti sulla scrivania e la testa china tra le mani. Vigliacco, sussurrò ancora. Gottardo era in silenzio, gli occhi chiusi. Il nostro sogno muore. Fiume. La vita, l’amore. Tutto quello per cui abbiamo combattuto e sofferto per più di un anno viene ucciso dalla nostra stessa patria. Alpalice.

«Sì, è l’Espero» confermò Zoli. D’Annunzio accese un’altra sigaretta e la lasciò cadere nella ceneriera, poi prese un foglio scritto per metà, intinse il pennino nel calamaio e iniziò a scrivere febbrilmente, gli occhi accesi, vivissimi. Il fumo della sigaretta ondeggiava silenzioso nell’aria come quello dell’Espero, laggiù al porto, l’ultima nave della Regia Marina ad aver disertato per la causa fiumana. Non ce ne sarebbero state altre.

«Noi siamo d’un’altra Patria, e crediamo negli eroi» disse d’Annunzio dopo qualche minuto, sollevando il capo. «Sì. Così concluderò il mio estremo appello agli italiani. E sarà l’ultimo prima della resa».

«Resa?» ribatté stupito Coselschi.

«Se continuano a bombardare la città e i civili, non vedo alternative» rispose d’Annunzio tornando a chinare la testa sulle carte. Quella fu l’ultima immagine che Gottardo vide del Comandante, in quell’istante che precedette con un sibilo il violento boato, poi i vetri in frantumi, le schegge, lo squarcio nel muro, il fumo, la polvere, il Comandante che batte la fronte contro la scrivania, il sangue, gli ufficiali che accorrono, lo sollevano e lo portano al piano inferiore, il trambusto, le urla.

Fu il capitano Zoli a trovare, più tardi, il corpo di Gottardo riverso a terra, la schiena lacerata da una scheggia di granata, gli occhi sbarrati e la mano stretta a un nastrino tricolore.

«Noi ormai siamo d’un’altra Patria, sergente» sussurrò Zoli inginocchiato su di lui, tenendogli la testa fra le mani. «D’un’altra Patria» ripeté commosso, poi gli chiuse le palpebre.

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IL PRIMO ROMANZO

Non c’è niente da fare, il primo romanzo pubblicato ti ruba per sempre un pezzetto di cuore, come il primo amore. Ricordo ogni momento di quella “tortura meravigliosa” (come Henry Miller definiva la scrittura) che fu la prima stesura del mio “Il sole a occidente”, chiuso in quell’appartamentino sulle Fondamente Nove nell’estate di qualche anno fa: solo io, l’inchiostro, e Venezia (e tanto prosecco, ça va sans dire). La gestazione – fatta di amplessi, litigi e feroci riscritture – durò poi tre anni, e altrettanti ne richiese la pubblicazione, quel momento preciso in cui ti separi per sempre dalla tua creazione, quando la vedi stampata e conclusa tra gli scaffali di una libreria, e non ti appartiene più, e sei costretto a lasciarla andare sulle proprie gambe per il mondo.
Un mondo che adesso è ben peggiore di quello in cui viveva solo pochi anni fa Tancredi, il protagonista del romanzo. Non solo la Bellezza, l’Arte, la Poesia, il Piacere sono stati definitivamente annientati dalla pseudocultura di massa globalizzata e indifferenziata, ma l’essere umano è ormai incapace perfino di percepirli (con buona pace di Cocteau): non ne ha più i mezzi intellettivi e, soprattutto, spirituali. L’aveva ben compreso Tancredi, rinunciando a qualsiasi lotta contro quel volgare mostro che livella tutto e tutti verso il basso, e rifugiandosi nella sua torre d’avorio veneziana con pochissimi eletti, nell’estremo tentativo di fare della propria vita un’opera d’arte, al di là della morale, al di là del bene e del male.
Ho sofferto con lui, come si soffre per un amico che compie una scelta coraggiosa ma disperata, come ho sempre sofferto per i Des Esseintes, i Gray e gli Sperelli coi quali mi auguro che Tancredi stia ora bevendo un assenzio alla salute di quei pochi che si ostinano a combattere ancora, nonostante la certezza della sconfitta.

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O MUSE!

Dopo mesi e mesi d’ignobile stasi creativa, è giunto il momento di mettermi al lavoro sul nuovo romanzo. Ora non mi resta che invocare le care vecchie Muse latitanti.

“O Muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.”

(Dante, Inferno, II 7-9)